1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali, Bruno Barba

Un anno spartiacque per Brasile e Italia

Il 1958 è un anno spartiacque per il calcio internazionale. Per la prima volta il Brasile sale sul tetto del Mondo, mentre il calcio italiano tocca il punto più basso dell’immediato dopoguerra per la mancata qualificazione in quello stesso mondiale. Quel flop, ai contemporanei italici, pareva una tragedia, figlia soprattutto della scomparsa di una generazione di campioni dopo il dramma di Superga. Col senno di poi quel fallimento pare quasi bizzarro nell’attualità di oggi contrassegnata da tre campionati del mondo da spettatori (purtroppo persino paganti visto che per vedere le partire degli altri devi pure dare l’obolo televisivo).

Racconta tutto questo l’antropologo del calcio, Bruno Barba, nel volume “1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali” (Rogas edizioni). Il libro è uscito nel 2018 guarda caso nell’anno della mancata qualificazione ai Mondiali in Russia quando pareva un’eccezione destinata a durare giusto la parentesi di un quadriennio. E non ci sarebbe da stupirsi se l’autore ne facesse un sequel, alla luce dei tonfi nel 2026, quando già agli ottavi erano scomparse dai radar le tre nazioni più titolate della storia di questa competizione: Brasile e Germania subito fuori con l’Italia neppure partita. Ma questa è attualità.

Guardiamo allora alla narrazione del 1958 che segna un punto di svolta per il Brasile. Se oggi la nazionale carioca piange per la mesta uscita nel recente Mondiale nordamericano, queste lacrime sono nulla in confronto ai due lutti nazionali solo in parte elaborati. Il Maracanazo, la storica sconfitta contro l’Uruguay nello stadio simbolo del Paese nei Mondiali del 1950, e il Mineirazo nel 2014 quando la Seleçao ne prese 7 dalla Germania poi campione del Mondo. Entrambe al cospetto dei propri tifosi. Sono due vicende che hanno lasciato una profonda cicatrice in un Paese nel quale il calcio è parte integrante dell’identità di popolo. Il successo ai Mondiali di Svezia è importante proprio perché sana la prima ferita e dà orgoglio a una nazione che aveva fatto del pallone il suo tratto identitario. Barba si spinge a scrivere che “senza la tragedia del Maracanà non ci sarebbe stato il 1958. E senza il 1958 il Brasile non sarebbe mai stato o Pais do Futebol”. Da quel giorno la Selecao viene considerata al pari delle potenze internazionali del calcio senza timori reverenziali. Non secondario che quel successo arrivi da una squadra infarcita di campioni, rappresentata simbolicamente da due calciatori, Garrincha e Pelè, che ne incarnano lo spirito e il diverso modo di vivere il pallone; un modo che Barba etichetta secondo una suddivisione nietzschiana tra dionisiaci (imprevedibili e irregolari) e apollinei (belli e regolari).

Ma al di là della vicenda del 1958, il libro consente a Barba di raccontare il football da un punto di vista antropologico, oggetto dei suoi studi supportati da numerose pubblicazioni. Al centro del Barba pensiero c’è il calcio come fenomeno culturale: “il calcio è specchio della società, contenitore di simbologie, segni, rituali, significati identitari; come ogni fatto sociale si evolve nel tempo, nasconde sempre contraddizioni e lati oscuri“.  Dunque non parliamo di un semplice passatempo di massa poiché attinge dal contesto sociale dal quale trae linfa. E se allora c’erano quelle che venivano chiamate scuole (per intenderci, catenacciara per l’Italia), nel tempo si è affermato un modello di calcio che definisce “meticciato”. “Mentre trovo giusto parlare di modelli culturali quando si scrive di costruzione delle identità nazionali; sento il bisogno di sottolineare che dovunque il calcio è stato e sempre sarà meticcio”. La globalizzazione galoppante del nuovo secolo non ha fatto altro che accelerare questo percorso. C’è solo un piccolo dettaglio: chi lo dice a Vannacci & company che le cose stanno evolvendo in questa direzione?

Voto 8

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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