A che punto è la notte, a firma F&L

Recensione “A che punto è la notte” di Fruttero&Lucentini

Per uno strano scherzo australe mi sono trovato a leggere ‘A che punto è la notte’ proprio nell’anno del mezzo secolo dell’uscita del più conosciuto ‘La donna della domenica’. Gli autori sono quelli del simbolo &, due cognomi in abbinamento, Fruttero & Lucentini, mai scaduti nella promozione del 2 x 1.

Bruno Ventavoli, su Tuttolibri (7 maggio, 2022), nel celebrare i 50 anni del celebre giallo, scrive che quel libro cambiò il posizionamento del genere nel contesto italiano. “Scritto a tre mani – le due di Lucentini che batteva a macchina, l’una di Fruttero che si manteneva fedele alla penna – il romanzo rinvigorì il poliziesco, traghettando un genere popolare (in quel tempo soprattutto straniero e periodico ‘settimanale’ da edicola) nell’alveo della letteratura importante”.

E ancora, in un altro passaggio: “I due, professionisti d’ironia, amavano pendolare tra il colto e il popolare semplicemente perché non vedevano distinzione tra i due campi”.

Ventavoli si riferisce a ‘La donna della domenica’, ma le sue parole calzerebbero a pennello anche ‘A che punto è la notte’, uscito sette anni dopo, con lo stesso protagonista, il commissario Santamaria. Il punto dei & è proprio questo: il continuo andirivieni tra alto e basso, proposto in anni nei quali il mix dei generi era tutt’altro che ben visto. A questo aggiungono poi un ingrediente del tutto nuovo da quelle parti: l’umorismo applicato a una città che aveva fatto dell’austerità il suo marchio di fabbrica. Non era facile ridere in quegli anni ’70 attraversati dalle trame rosse e nere, figurarsi in quella città Sabauda che faceva coincidere l’autorevolezza con la serietà. E invece loro, i due &, da autentici eretici, in un articolo su Epoca del 1972 si spingevano a frasi come queste: “La Torino del nostro poliziesco sta facendo ridere tutta l’Italia”; e ancora, è una città “estremamente divertente”. Insomma, più fuori dagli schemi di così…

E in effetti più di un sorriso fa venire ‘A che punto è la notte’, con la sua bizzarria di personaggi tratti dal quotidiano, che finiscono per intersecarsi con uno dei luoghi simbolo della città: la Fiat. La reverenza che le persone provano per la fabbrica, tratteggiata come un luogo sacro di cui si parla come fosse una divinità, negli occhi di oggi ha il valore di un trattato sociologico sul peso che l’azienda automobilistica aveva in quegli anni. A conferma, se ce ne fosse bisogno, che il giallo italiano è uno dei generi migliori per tratteggiare un periodo storico.

Filippo Fabbri

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