20 giorni per un Pater e un’Ave

Amare considerazioni sulla vicenda della maestra sospesa per 20 giorni per due preghiere

Ho sempre pensato che l’eccesso di regole portasse al disprezzo delle stesse per approdare al senso del ridicolo. Ci siamo riusciti al punto da rendere grottesco persino il ridicolo. L’ultima perla arriva da San Vero Milis (Oristano), nome che più realistico non si può. Qui una maestra è stata sospesa 20 giorni con riduzione dello stipendio per avere fatto recitare frasi proibite agli alunni della primaria. Si dirà, un brano del Manifesto di Marx? Acqua. Parti del Mein Kampf? Ancora acqua. La piccante biografia di Rocco con parti di Moana? Abbondante acqua.

È inutile che mi dilunghi nella lista, meglio arrivare al sodo. Ha fatto recitare un Padre nostro e un’Ave Maria, per di più nel periodo natalizio. Il fatto è stato talmente sconvolgente da determinare le ire di un paio di genitori subito intervenuti davanti ai turbamenti dei loro figli nei pressi di quel “padre nostro che sta nei cieli” e per la “benedetta tra le donne”. Ma come si permettono costoro, così altezzosi, ad assurgere ai livelli del divino in una società dove tutto si misura in ciò che si ha! Dove il terreno che conta è quello edificabile, non certo oltre l’infinito.

Il senso laico (meglio laicista) della società ci fa perdere la bussola dei nostri riferimenti culturali. Perché qui non parliamo di credenti e non, ma di tradizioni. E questa vicenda fa pensare a come si sia ridotta la scuola ormai estensione delle becere beghe social, e le famiglie onnipresenti in qualsivoglia aspetto della vita sociale.

E visto che siamo a Pasqua, festa religiosa, una domanda sorge spontanea: chi ha criticato quell’Ave e quel Pater immagino andrà a lavorare non onorando le feste…

Immagine tratta da linkoristano.it

Filippo Fabbri

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