Anche in Strada Maggiore si uccide

Recensione del libro “Delitto in Strada Maggiore” di Maria Luisa Minarelli

Sarà pure rosso (sbiadito) per antonomasia politica, eppure Bologna da oltre un trentennio ha un connotato tutto nero di suo. Quello con influssi tendenti al giallo, quello che attinge nelle cronache e si fa letteratura di genere. Sono tanti gli scrittori noir cresciuti all’ombra della Due Torri, dal capostipite Loriano Macchiavelli in poi è stato un proliferare di nomi e creatività da fare del capoluogo regionale uno dei centri più dinamici del genere italiano (Carlo Lucarelli, Marcello Fois, Danila Comastri Montanari… la lista è lunga).

Tra i nuovi nomi da aggiungere c’è quello di Maria Luisa Minarelli autrice di “Delitto in Strada Maggiore” (pp. 228, Amazon Publishing 2021), ambientato nella città felsinea negli anni ’30 del secolo scorso. Siamo in piena epoca fascista, Bologna viene sconvolta dalla morte di un’intera famiglia borghese (Perdisa) barbaramente trucidata in casa propria da mani ignote. A indagare c’è il maresciallo dei carabinieri Vittorio Righi, personaggio più vicino all’Arma anziché al colore politico che sta guidando lo Stato, consapevole della delicatezza della situazione per la vicinanza della famiglia Perdisa al regime. Il fascismo in Italia è nel pieno del consenso, nell’estate del 1935 a Bologna arriva Umberto della real casa dei Savoia, accolto da un bagno di folla che rende ancora più difficile muoversi sul caso.

La bravura di Luisa Minarelli sta nel tratteggiare il quadro storico della vicenda, come si evince nella migliore tradizione dei giallo made in Italy. Milizia e Tribunale spingono le indagini nella direzione politica dei sovversivi anarchici, il carabiniere Righi la pensa diversamente e finisce per scoprire una città diversa da quella propagandata dal regime; una città nella quale “la miseria assoluta di vasti strati della popolazione mal si conciliava con l’immagine di grande potenza a cui il Duce teneva tanto”. La crisi del ’29 aveva accentuato ancor di più la forbice tra gli strati popolari e quelli di industriali e agrari, a favore ovviamente di questi ultimi. Sullo sfondo poi ci sono le grandi manovre per la spedizione in Etiopia, l’unico stato africano ammesso nella Società delle Nazioni, conquista che porterà alla nascita dell’Impero e in controluce all’abbraccio col nazismo.

Il quadro storico, dunque, è ben pennellato. Quello che difetta nell’impianto del romanzo è il racconto dell’indagine, priva delle tensioni tipiche dei polizieschi. Tra alti e bassi lo scavo manca di quel thrilling che incolla alle pagine per un appiattimento dei personaggi al servizio dei movimenti di Vittorio Righi.

Filippo Fabbri

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