Azzurro tenebra, Arpino

La recensione di un classico per eccellenza della letteratura sportiva

Se è vero che un classico è tale per l’attualità del suo racconto malgrado l’incedere degli anni, “Azzurro tenebra” (Bur, 2010, prefazione di Massimo Raffaelli) di Giovanni Arpino rientra in surplace in questo speciale pantheon. Il caso mi ha portato alla rilettura in questi giorni di Euro 2024 e devo dire che della sventurata partecipazione dell’Italia tenebra d’oggi in fondo tutto era già stato scritto 47 anni fa (il libro è del 1977). L’unica differenza la troviamo negli interpreti: in Germania ‘74 c’erano campioni (Bomber, Baffo, Golden Boy, Giacinto) la cui luce volgeva al tramonto ma comunque si era accesa eccome (Europei 1968 e Messico ’70), mentre oggi assistiamo a un’oscurità di cui non vediamo la fine.

Arpino ha sempre sostenuto che lo sport è lo specchio della società. Non c’è dubbio che avesse ragioni da vendere. Lo tocchiamo con mano nella nostra attualità con l’atletica che primeggia nell’intreccio di storie da luoghi lontani, mentre il calcio dei milionari annaspa in una crisi di talenti ventennale. I non risultati parlano chiaro: la nostra Nazionale negli ultimi 16 anni non si è qualificata per due volte ai Mondiali mentre in quelli in cui ha preso parte ha fatto una figura mestissima che se fosse rimasta a casa pochi avrebbero avuto qualcosa da ridire (eliminata al primo turno). Davanti a un siffatto quadro, in un contesto normale, istituzioni a più livelli avrebbero portato a una riflessione di sistema, qua invece si continua come se nulla fosse accaduto, come l’orchestrina che continuava a suonare malgrado il Titanic affondasse.

Ma torniamo ad Arpino. Il suo è un romanzo in scala di grigi, dalle atmosfere cupe sotto una pioggia in cui stenta a farsi largo un timido sole. L’Italia parte con un eccessivo carico di aspettative, al cospetto di una nutrita colonia di emigrati in terra teutonica, per finire con una disfatta tra le più cocenti. La bravura di Arpino sta nel tratteggiare questo quadro di insieme, in dialoghi che accentuano quel senso di vuoto e di spaesamento che accompagnano il lettore. “Non senti odore di disfatta, Vecio?”, dice Arp al Vecio (Bearzot). E ancora: “sento il puzzo. La batosta è lì, dietro l’angolo”. “Siete su una zattera fradicia e vi credete su una corazzata”. “Derrota disfatta disastro dèfaite”. “Waterloo Corea Stalingrado, piovetemi tutte addosso”. È un mondo in decadimento quello che racconta, un cuore di tenebra in una terra che quotidianamente frana sotto i piedi senza che nessuno la fermi.

Quello che stupisce è il senso di inettitudine che avvolge la spedizione. Tutti vedono quello che sta accadendo ma nessuno ha la forza o il coraggio di intervenire. Bibì, il compagno di Arp, arriva persino a definire “La cosa più orrenda vista in vita mia” la gara con l’Argentina. Non è un po’ quello che abbiamo visto nel recente Europeo contro la Svizzera?

Azzurro tenebra è un libro che parla di calcio ma non solo e non tanto di calcio. Per me è come una riflessione, attualissima, sulla vita morale delle persone, che siano calciatori o meno”. Sono parole di Dino Zoff nella postfazione al libro. Per la cronaca Zoff è uno dei pochi che Arpino salva, insieme a Giacinto Facchetti, Bearzot e Gauloise ovvero Carlo Parola. Nella tenebra generale qualche sprazzo di luce si è fatto largo con riflessi di luce ad Argentina ’78.

Voto 10/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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