Cambiare il mondo con un pallone, Lorenzo Zacchetti

Il racconto di come il calcio nei decenni ha influenzato il mondo

Seducente come una bella donna, più ammaliante delle sirene di Ulisse, il potere ha sempre avuto un debole per il pallone. Fascismo e comunismo, da lati opposti, sono stati i primi a capirne la portata, in una linea di congiunzione che è arrivata ai tempi odierni con caratteristiche e metodi diversi. D’altronde se gli sceicchi cercano un lasciapassare nell’opinione pubblica mondiale, quale modo migliore attraverso i petroldollari investiti nel pallone sotto forma di sponsorizzazioni, acquisizioni societarie, sino all’evoluzione recente di giocatori in campionati tutt’altro che allettanti. Ad aprire la strada erano stati i cinesi, solo che a un certo punto avevano cambiato idea consapevoli che non ne valeva più la pena. D’altronde se scommetti su Pellè anziché Cristiano Ronaldo non ci vuole un genio del marketing per capirne i risultati.

Dunque, calcio e potere, un asse lungo più di un secolo, che racconta Lorenzo Zacchetti nel bel libro “Cambiare il mondo con un pallone” (Ledizioni, pp. 374, 2020). L’autore è un recidivo del tema, tanto che potrebbe essere accusato di stolkeraggio tanto gli sta a cuore. E come in tutte le cose fatte con passione il volume si legge che è un piacere. Molto c’è del calcio britannico, quello oggi invidiato come modello di business ma ancora con sacche di resistenza dal basso in parecchi nostalgici contrari all’avvento dei padroni stranieri e allo sradicamento delle origini. Sempre dall’estero c’è il racconto dell’Olanda bella e perdente degli anni ’70, i diversi volti della Spagna tra Madrid, Catalogna e Paesi Baschi, l’Argentina dei desaparecidos e di Maradona, sino al Sudafrica di Mandela nel quale lo sport ha avuto un ruolo centrale nel percorso di riappacificazione tra bianchi e neri.

In questo excursus non manca il nostro Paese con il fascismo che ne capisce la portata, sino all’involuzione delle curve che si politicizzano tra gli anni ’60 e ’70 quando tutto improvvisamente diviene di “lotta”. L’apice però lo tocca un imprenditore che fino a quando rimane nei confini di Milano 2 va tutto bene, quando poi decide di “scendere in campo” (le parole non sono mai casuali) ecco l’esibizione delle sue Coppe dei Campioni quale viatico per Palazzo Chigi. Eppure proprio la parabola di Berlusconi è un po’ lo specchio di un Paese dai piedi d’argilla: protagonista a livello mondiale negli anni ’80 e ’90, poi incapace di stare al passo con le innovazioni (stadi di proprietà, politiche di brand mondiali, settori giovanili…), per essere superato da Inghilterra e Spagna.

Quello che stupisce dei tempi odierni è la zona franca di cui gode il pallone. Fateci caso, in un mondo sempre più attraversato da disuguaglianze sociali mai una volta che un tifoso alzi la voce per lo stipendio monstre di un giocatore. Rendimento in campo e cambio di maglia sono oggetto di discussione, finanche rabbiosa, il portafoglio no, quello non si tocca. Aveva visto bene Pier Paolo Pasolini nel profetizzare il calcio quale ultima rappresentazione del sacro nella società capitalista, uno degli ultimi “templi” nel richiamare migliaia di persone. Solo i concerti oggi riescono a fare altrettanto, mentre per partiti e sindacati meglio rivolgersi ai libri di storia. Quello che Pasolini non immaginava erano le proporzioni globali del fenomeno accettato quasi acriticamente a latitudini mondiali.

Le pagine di Zacchetti in fondo ci dicono una cosa semplice: il calcio ha un potere enorme sulle persone. Basta solo vedere in quale direzione indirizzarlo, perché non è mai neutro. E come scrive Roberto Beccantini nella prefazione “non è più il pallone a essere metafora della vita, ma la vita stessa a essere (diventata) metafora del pallone”.

Voto 8.5/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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