Pierluigi Cera

Intervista pubblicata su La Voce di Romagna 26 aprile 2010: “Un libero mondiale a Cesena”

Città del Messico, stadio Azteca, 21 giugno 1970. Si gioca la finale di Coppa del Mondo: l’Italia della staffetta Mazzola-Rivera, incontra lo stellare Brasile di Pelè. Numero 5, libero, è Pierluigi Cera. Corona un’annata da tramandare ai posteri: fascia di capitano e scudetto col Cagliari, secondo miglior libero mondiale dietro kaiser Franz Beckenbauer. Se in quei giorni qualcuno gli avesse detto che, appena tre anni dopo, sarebbe finito in Romagna, sponda Cesena, e lì avrebbe chiuso la carriera e trovato casa fino a oggi, lui come minimo l’avrebbe preso per pazzo. Le cose, poi, sono andate effettivamente così. Veronese d’origine, Cera è il giocatore bianconero dal passato più illustre. Parlata dalla cadenza veneta, è romagnolo d’adozione da quasi quarant’anni. Legatissimo alla nostra terra, confessa di non essere stato capito appieno dai tifosi bianconeri, forse per il suo carattere un po’ troppo schivo e riservato. Lo incontro a casa sua, chiacchierata cordiale, quasi due ore di passato, calcio e storia.

Perché ha scelto di vivere in Romagna?
“Quando sono arrivato al Cesena, nel 1973, ero certo che avrei giocato un solo anno, poi avrei smesso. Avevo 32 anni, la squadra era in A per la prima volta, si pensava a una sicura retrocessione. E visto che la serie B era poco seguita, l’anno dopo tanto valeva fare basta”.

E invece?
“Ci salviamo e così decido di fare un altro anno. Ci salviamo anche quello dopo, e così ne gioco un altro. Finché arrivo a 38 anni, e come vede tutt’oggi sono qua”.

Primi calci a Verona.
“Nel ricreatorio, tornavo a casa la sera dopo infinite partite. Solo che prima di dribblare i compagni dovevo farlo con mio padre”.

Perché?
“Uomo del Novecento, non ha mai messo piede allo stadio. Non considerava il calcio una cosa seria”.

Si spieghi meglio.
“Racconto un episodio. Prima espulsione con squalifica nel Verona. Mio padre mi convoca in banca – era un alto dirigente – e mi mette sotto gli occhi il giornale col mio nome: senza tanti giri di parole mi dice che quell’espulsione era un disonore per il cognome della famiglia e che dovevo smettere di giocare”.

Come l’ha convinto?
“Per fortuna è intervenuto il Vicepreside, nonché sindaco della stessa banca. Io da solo non ce l’avrei fatta”.

Erano anni nei quali la scuola veniva prima del pallone.
“Non c’è dubbio. Pensi che ho dovuto rinunciare e numerose convocazioni e ritiri con la Nazionale Juniores, perché non riuscivo a farli coincidere con gli impegni scolastici. Per non parlare del rifiuto di una proposta avanzata dai dirigenti della Juventus, venuti appositamente da Torino a parlare coi miei genitori. Insomma erano altri tempi, difficile da capire con la mentalità d’oggi”.

Dove i primi calci in una società sportiva?
“All’Olimpia, piccolissima società di Verona. Nel ’57 passo agli scaligeri per la cifra astronomica di un milione e mezzo. Per dare un termine di paragone: le cifre dei giovani si aggiravano sulle 80/100 mila lire”.

Suo padre la prese bene?
“Talmente tanto che rinunciò alla parte di soldi che sarebbero spettati alla mia famiglia. Ai dirigenti disse: «i soldi si guadagnano lavorando, non calciando un pallone». E così i soldi spettanti a me mi sono arrivati sotto forma di beni materiali, non in contanti”.

A 17 anni esordio in A contro il Milan: che ricordo ha?
“Ero incredulo. Ragazzino, avevo contro Liedholm, Schiaffino, Buffon, Maldini”.

E vero che giocava punta?
“Centravanti arretrato”.

Mediano, quindi, è arrivato poi?
“Centrocampista o, come si chiamava allora, mezzala, ho iniziato a giocare successivamente, sempre a Verona. Libero lo sono diventato a Cagliari per necessità, a causa dell’infortunio di Tomasini”.

Come avvenne quel cambio di ruolo?
“Scopigno (allenatore del Cagliari, nda) cercava qualcuno che coprisse quel compito, io mi sono proposto, chiarendo una cosa: l’avrei fatto a modo mio. Non solo fase difensiva, anche impostazione”.

Questo nel Cagliari. Ci va nel 1964, come mai?
“Non so come sia avvenuto. So solo che Bonazzi, presidente del Verona, mi disse che c’erano 11 società di A che mi cercavano. So anche che Edmondo Fabbri stava per andare all’Inter e mi voleva con sé”.

 E invece…
“Fabbri va alla Nazionale, l’Inter mi chiama lo stesso per un’amichevole contro il Portuguesa, la squadra di Jair, io però decido di non andarci”.

A quel punto arriva la squadra sarda.
“Era al primo anno in A, soldi ne aveva tanti perché dietro aveva il Credito Industriale Sardo. Anche se all’isola ci sono venuto malvolentieri”.

 Perchè?
“Era la prima volta che mi muovevo, avevo la fidanzata a Verona, Cagliari era lontana. Anche perché la squadra sarda faceva la doppia trasferta: due partite in casa, due fuori. Ciò significava starmene lontano da Verona quasi un mese”.

Chi la convince?
“Arturo Silvestri, allenatore del Cagliari. Mi dice: «ti do la mia parola d’onore che se al termine della stagione non ti trovi bene, te ne puoi andare». Tenga conto che il cartellino era proprietà della società e il giocatore non poteva muoversi come ora”.

Anziché un anno, ne fa nove.
“Dopo un girone di ritorno strepitoso, arriviamo sesti in campionato. A fine stagione Silvestri mi chiama e cerca in tutti i modi di convincermi. Di rimanere io non ne volevo sapere, anche in forza della sua promessa”.

Però rimane.
“Silvestri mi dice: «tu lotterai per andartene, io lotterò per farti rimanere »”.

Vince Silvestri.
“Per forza di cose, il cartellino era della squadra”.

 Deluso?
“Al contrario. L’unico rammarico l’ho nei risultati: con la squadra che avevamo avremmo dovuto vincere di più”.

Nel 1969/70 arriva lo storico scudetto.
“Squadra con sei nazionali. E record, ancora oggi non superato, di undici reti subite. Diciamo che è stato il naturale prosieguo del secondo posto dell’anno precedente”.

Recentemente Riva ha detto: “lasciai la fascia di capitano a Cera, una specie di ragioniere, il nostro allenatore in campo”.
“Questa storia è nata da un equivoco. Nell’anno dello scudetto Scopigno aveva preso una squalifica di sei mesi dopo un acceso diverbio con la terna arbitrale a Palermo. Il Guerin Sportivo titola in prima pagina: «Scopigno in castigo, l’allenatore Cera». Da qui è nata questa vicenda”.

Cagliari le apre le porte della Nazionale. Nel 1969 Valcareggi la convoca.
“Ci sono arrivato un po’ tardi, avevo 28 anni. Se avessi giocato in una grande squadra probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Comunque, ci sono arrivato da centrocampista, ho finito da libero”.

Mondiali del 1970: Pierluigi Cera ha il numero cinque.
“Purtroppo abbiamo incontrato il Brasile più forte di tutti i tempi. Una squadra così non l’ho più vista nella storia del calcio”.

Quindi nessun rammarico.
“Nel risultato finale: il 4-1 non ha rispecchiato l’andamento della gara. Loro erano più forti, il dislivello tra le due squadre però non era di 4 a 1”.

Si è sempre detto che su quella gara aveva influito la stanchezza della semifinale con la Germania.
“Tutte balle. Abbiamo avuto cinque giorni di risposo. Quello che influiva era l’altura: il nostro gioco di ripartenze ne era danneggiato”.

Fantacalcio: rigiocate dieci volte quella finale, quante ne vince l’Italia?
“Almeno un paio”.

Nei Mondiali del ’74 Valcareggi la chiama tra i 40 del gruppo, alla fine non la convoca. Ci rimase male?
“Solo nel modo. Nel senso che Valcareggi mi disse che se la Lazio avesse vinto lo scudetto non mi avrebbe convocato. Non mi sembra una gran sistema di scelta dei giocatori”.

Nel 1973 a 32 anni passa al Cesena.
“Per volere di Bersellini. A differenza di quanto è stato detto non è vero che non volessi venire a Cesena. Ci sono venuto, malgrado guadagnassi molto meno rispetto a Cagliari”.

Doveva starci un anno e invece…
“Bersellini l’anno dopo va alla Sampdoria e mi vuole portare con sé. Decido di rimanere a Cesena. Il presidente Manuzzi mi convoca per il trattare rinnovo del contratto, convinto che avrei sparato una cifra alta. Gli dico invece che i soldi in più, che avrebbe dovuto dare a me, era bene li desse ad altri. Sapevo che molti miei compagni, malgrado avessero giocato tante gare come il sottoscritto, guadagnavano molto meno”.

Manuzzi l’ha poi fatto?
“Non lo so. A quelle parole però si mise a piangere”.

Sei anni a Cesena, quale il più bello?
“Il primo, per una questione di orgoglio. Molti mi avevano dato per finito in una squadra di sicuri retrocessi e invece le cose sono andate diversamente”.

Il giocatore più difficile che ha affrontato?
“Helmut Haller. Sembrava di cemento armato da quanto era fisico”.

Dal 1979 Direttore Sportivo del Cesena.
“A mio modo di vedere è stato un atto di riconoscenza di Manuzzi per il mio attaccamento al Cesena. Forse non aveva dimenticato quella volta che non avevo chiesto soldi in più”.

I giocatori di cui va più orgoglioso di aver scoperto?
“Bianchi e Rizzitelli”.

È in Romagna da tanti anni, sa parlare il dialetto?
“Lo capisco ma non so parlarlo”.

Si sente romagnolo?
“Faccio una confessione: non credo di essere stato amato dal tifoso romagnolo. Forse per colpa del mio carattere: non sono mai stato un tipo aperto, non frequentavo il bar. Il tifoso romagnolo d’un tempo non ha mai amato questo mio atteggiamento. Non dettato dallo snobismo, ma dal carattere”.

Qual è stato il miglior giocatore romagnolo?
“Alessandro Bianchi. Quando giocava nel Padova ricordo che Trapattoni mi telefonò per chiedere informazioni su di lui. Gli parlo bene di Bianchino, gli dico però che è ancora presto per il salto in A in una grande squadra”.

Quindi ha ritardato di un anno l’esordio in A di Bianchi.
“Per il suo bene. Al Trap però faccio una promessa: se Bianchi se ne va da Cesena, la prima squadra a saperlo è la sua”.

Le cose poi sono andate così.
“Sì, malgrado Moggi. Un giorno si presenta direttamente da Lugaresi e chiede il giocatore, baypassando il sottoscritto. Lugaresi, persona sempre leale, sapeva della mia promessa e così ha rispettato la mia decisione”.

Gira e rigira il discorso finisce sempre su Moggi…

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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