Chi ha rubato il pallone?, Maurizio Crosetti

Recensione del libro di Maurizio Crosetti su come è cambiato il calcio negli ultimi 30 anni

Se volessimo racchiudere in una parola il calcio d’oggi non potrebbe che essere “troppo”. Troppi soldi, troppe partite, troppi stranieri, troppi giocatori in rosa, troppo afflusso di dati e numeri, troppo costosi i biglietti, troppa musica negli stadi, troppe telecamere con relativo eccesso di televisione. Di tutto un po’ troppo. Eppure il calcio del terzo millennio non è tutto negativo, ha tanti suoi aspetti vantaggiosi come gli stadi più accoglienti e senza dubbio la possibilità di guardare in diretta televisiva le partite non più riservate al popolo eletto degli stadi e alle brevi sintesi giornalistiche. Una bilancia, dunque, con i suoi pro e i suoi contro, facendo attenzione a non farsi risucchiare dal binomio bianco o nero dei tempi social d’oggi, quando si finisce per vedere tutto bene o male, senza sfumature di mezzo.

Ce lo ricorda il giornalista di Repubblica, Maurizio Crosetti, nel bel libro “Chi ha rubato il pallone?” (Baldini + Castoldi, 2023), che in sedici agili capitoli racconta il calcio come è mutato nel giro di appena un trentennio. Senza dubbio la data di svolta è il 29 agosto del 1993 giorno della prima diretta televisiva serale (Tele+) quando all’Olimpico si affrontarono Lazio e Foggia. Il calcio scopre che può ricavare una montagna di soldi dall’allora tubo catodico, tanto da raddoppiare le entrate: dai 108 miliardi agli oltre 200 addirittura per un triennio. Da lì in poi nulla è come prima, le partite in diretta lievitano in qualsiasi fascia oraria (praticamente tutte), così come il denaro per lo più nelle tasche di calciatori e procuratori.

Ma non è stato un mutamento fine a sé stesso, calato dall’alto di un ufo sbarcato casualmente sulla terra, perché ha rispecchiato un cambiamento sociale ed economico che tocchiamo tutti i giorni: il negozietto lascia lo spazio alla mega distribuzione, i prodotti vengono consegnati a domicilio il giorno stesso del click, i soldi esteri (petroldollari o fondi che siano) affluiscono a dispetto di qualsivoglia buonsenso, i social media promettono una condivisione di esperienze che è solo virtuale. Il calcio non è altro che il prodotto di tutto questo. Un luogo del tutto e del troppo, “come quando si entra all’ipermercato, dove le smisurate possibilità sugli scaffali disorientano e insieme affascinano: cinquanta tipi di dentifricio, cioè nessun dentifricio”, scrive Crosetti.

Il fatto è che indietro non si torna. E malgrado tutto, il calcio mantiene intatto il suo fascino perché in fondo sempre di palla rotolante si tratta (“il balocco perfetto, la figura geometrica più esatta al mondo, senza angoli, senza difformità, soltanto strati e aria”) all’interno di un rettangolo di gioco per una passione che accomuna tante persone.

Il problema semmai è un altro e lo ha evidenziato alcuni giorni fa Gabriele Romagnoli su Repubblica (“I Davide dello sport piacciono solo al cinema”, 24 dicembre 2023). Se lo sport mantiene il suo fascino quando i piccoli Davide battono Golia, perché i caporioni del calcio fanno di tutto perché non sia così, si chiede il giornalista. Ovvero: Superlega esclusiva per i soliti noti, Coppa Italia che favorisce le big, sostenibilità delle piccole sempre più in bilico…

Boh, è il quarto mistero quello che segue i gaudiosi, dolorosi e gloriosi del rosario, in una litania che finisce per essere capita da pochi eletti.

 

Voto: 9/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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