Christian Longobardi, il Dorian Gray del calcio

Pubblicato su Cesena Sport, maggio 2024: “Longobardi, il Dorian Gray del pallone”.
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Un sanguigno presidente della Romagna nel presentare alla squadra il nuovo centravanti disse queste semplici parole: “Burdèl, quést u là bota dròinta”. Così, diretto, senza neanche citare nome e cognome, a tutti aveva annunciato che “quello faceva gol”. A Christian Longobardi una scena simile non è capitata ma idealmente è come se fosse avvenuta perché la sua carta di identità alla voce segni particolari riporta “goleador”. Ne ha sfiorati poco meno di 200 con una ventina di casacche, dall’Eccellenza alla C1, vanto che pochi possono esibire. A cui se ne aggiunge un altro a dir poco sbalorditivo: l’età, 42 anni. Nato il giorno del gol di Bruno Conti al Perù nel Mundial di Spagna, ancora oggi la “bota dròinta” in Eccellenza con la maglia del Gambettola. Se la cittadina nota per essere il “paese del ferrovecchio” cercasse un testimonial non potrebbe fare affidamento su di lui perché la ruggine non sa cosa sia. Anzi, la carrozzeria pare più lucidata che mai.

Longobardi ci sveli il segreto della sua longevità calcistica.
La passione. Appartengo alla generazione innamorata di questo sport che vivo 365 giorni all’anno, dall’allenamento al campo. Poi è vero, l’integrità fisica è importante, così come la testa che ti spinge andare oltre.

Pensieri negativi di smettere?
Ogni estate. Solo che dopo appena un mese senza palla mi riprende la voglia e riparto.

Primi calci al pallone?
Da bambino a Pomigliano d’Arco nel napoletano, si giocava in strada dalla mattina alla sera senza soluzione di continuità.

La Romagna quando arriva?
Grazie a Foschini, un talent scout col quale faccio degli stage. A 13 anni vengo selezionato nel settore giovanile del Cesena. Non è stato semplice, ero piccolo, ma ero determinato su questa strada, anche perché crescevamo nel napoletano con la consapevolezza che se si voleva farei calciatori bisognava andare via di casa.

Il suo mito in quegli anni?
Maradona. Al San Paolo guardavo due partite: lui, al quale non staccavo gli occhi di dosso, e la gara.

Com’era il settore giovanile del Cesena in quegli anni?
Livello altissimo, c’erano allenatori che ti insegnavano a stare in campo e fuori, e anche dopo l’allenamento si rimaneva per migliorarsi. Erano gli anni di Pozzi, Graffiedi, Comandini la lista è davvero lunga. Ma dietro a tutto c’era una società che ci credeva, basti dire che Edmeo Lugaresi veniva a vedere le partite della Primavera.

Dopo le giovanili del Cesena iniziano una serie di esperienze in Emilia Romagna: Cervia, Bellaria, Boca, San Marino.
Di quei primi anni mi porto tutto dentro. Probabilmente l’esperienza che mi dato consapevolezza delle mie qualità è stata Cervia in Eccellenza con mister Savioli. Ero giovanissimo, nella quota under e mi diede fiducia. È stato un trampolino importante per poi approdare nel professionismo.

Campionato 2019/20 va a Rimini in serie C1.
Lì ho toccato il punto più alto della mia carriera, sfiorando la serie B nel playoff perso contro il Verona. Allenati da Melotti, la squadra aveva giocatori importanti come Cardinale, Baccin, Docente che venivano dal campionato cadetto.

La C1 è stato il suo apice. Sperava in qualcosa di più?
Col senno di poi avrei potuto fare qualche anno di B, peccato che circostanze sfavorevoli non siano state a mio favore.

Entriamo nel merito.
Gioco a Bassano del Grappa in C1, si apre il mercato di gennaio. Mi propongono lo scambio con un giocatore del Cittadella in B, l’affare è praticamente fatto. E invece salta all’ultimo perché quel giocatore ci ripensa. Peccato. Al di là dell’episodio dico che ognuno poi gioca nella categoria che si merita e quindi va bene così.

Stagione 2015/16 lei gioca nel Parma della ripartenza dalla D.
Ho vissuto il dramma delle persone che non hanno visto un soldo e della tifoseria che dalla A si è trovata in D. Esperienza totale per noi calciatori di periferia che abbiamo vissuto come fossimo nella massima serie.

Tempo di bilanci. Il gol più bello?
Ne dico due per importanza. A Rimini il pareggio al Verona che poi ci ha portato ai playoff. A Parma all’esordio al Tardini, entro e nel finale in spaccata segno la rete decisiva sotto la curva davanti a 12mila spettatori. Indimenticabile.

L’allenatore a cui è più debitore?
Se ne devo citarne uno dico Attilio Bardi ai tempi del Boca con cui abbiamo vinto il campionato. Con lui sono proprio diventato adulto.

Dove sarà Longobardi tra 10 anni?
Sicuro su un campo da calcio. Non a giocare ma in un ruolo dirigenziale. Allenatore no, non è nelle mie corde.

Filippo Fabbri

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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