A Fratta Terme si gioca a ritmo di musica
Un pomeriggio nel campo intitolato alla memoria di Vasco Spazzoli fondatore della società sportiva
Romanzo di formazione sull’intuizione nel calcio

Di un calciatore oggi sappiamo tutto: i chilometri che macina in campo, i passaggi completati e quelli sbagliati, le zone del campo dove si muove, quanto incide in una partita. Una immensa melassa di numeri che riducono la prestazione a matematica: prendi un foglio, tracci ascissa e ordinata, butti giù qualche dato ed ecco la formula che mancava. Tutto si racchiude in dati. La gestione di una campagna acquisti secondo gli algoritmi non è altro che il punto estremo di approdo di questo percorso fatto di freddi calcoli che non contemplano le emozioni. Alla prova dei fatti è probabile che il nostro Paese sia impreparato a questa matematica quantistica perché quando un calciatore era valutato con gli occhi di un osservatore che spesso aveva la terza media ci si trovava sul tetto del mondo o giù di lì, mentre oggi siamo attorniati da numeri e paroloni inglesi e fatichiamo nell’essere nella cinquina. Che qualcosa si sia rotto è sotto gli occhi di tutti. Il problema è che non ne troviamo la soluzione di lunga data.
A chi si muove nel calcio sarebbe utile leggere il libretto di Dario Voltolini, “Dagli undici metri” (Baldini + Castoldi, 2024). Non parla di schemi, né tanto meno di formule. Semplicemente di intuizione. Di quella caratteristica che sarà anche un dono della natura, ma che è possibile allenare. Perché in un contesto dove l’omologazione la fa da padrona e in campo si traveste da noiosi passaggi indietro, può succedere che arrivi un tipo strano che decida di fare scelte al di fuori del mainstream. Come essere velocissimo nella corsa, che gli riesce persino spontanea da novello Forrest Gump, ma decidere di giocare in porta, ovvero nel ruolo più statico in campo. Cebola, il giovane protagonista del romanzo di formazione di Voltolini, è un tipo così. Fa le cose senza tante domande, discorsi, pensieri sui massimi sistemi. Viene guidato solo dall’intuito, quell’istinto che nei ragazzini li porta a dribblare anche l’erba del campo, salvo essere soffocato dalle esigenze di squadra appena si cresce un po’. Perché guai uscire dal copione, si finisce per essere etichettati sotto le insegne della “stranezza”.
In tutto questo c’è il calcio di rigore. E’ uno dei momenti topici, probabilmente il duello per eccellenza nel calcio odierno. Anche qui la matematica ha provato a metterci del suo. Lo avevano fatto i ricercatori della John Moores University di Liverpool che avevano trovato la formula del penalty che non si para neanche se ti chiami Zamora o Jasin. Ne avevano studiati a centinaia, vivisezionati come si fa con i topi. Solo che qualcosa sfuggiva sempre se è vero che circa un 20% dei rigori non vanno a segno. Ed ecco che la matematica ritorna di prepotenza ad attestare che non tutte le ciambelle riescono con il buco. Ma anche qui più che i numeri lo aveva spiegato bene Peter Handeke nel bellissimo “Prima del calcio di rigore”. Parla di calcio ma in realtà è un ritratto dell’uomo contemporaneo. Un passaggio di quel romanzo ritorna anche nel libro di Voltolini. Gira e rigira siamo sempre lì: a quegli undici metri dove uno vince, l’altro perde. Mezze vie non ce ne sono.