Dino Zoff, Campioni del mondo, Roberto De Ponti

Pubblicato su La Voce di Romagna il 18 agosto 2007, “Dino Zoff, ovvero vincere la Coppa a 40 anni suonati”
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Il volto di Dino Zoff nell’immaginario di molti italiani è legato a due immagini, rimaste nitide malgrado 25 anni di distanza. Siamo in Spagna, anno 1982, il mondiale della terza stella, quello dove nessuno avrebbe scommesso una lira sulla vittoria degli azzurri. Primo flashback. Dino Zoff sull’aereo di ritorno che gioca a scopone scientifico insieme al Presidente Pertini, contro la coppia Bearzot-Causio. La seconda. Zoff che alza la coppa al cielo al Bernabeu di Madrid, immagine immortalata in un francobollo disegnato da Renato Guttuso.

Ecco, Dino Zoff è stato soprattutto questo. Capace di vincere un mondiale a 40 anni suonati, incurante delle critiche di un Antonio Matarrese, presidente di Lega (quando si dice il nuovo che avanza nel calcio d’oggi!), che si era lasciato scappare “ma dove vogliamo andare con un portiere di quarant’anni?”. Uno che con la nazionale ha vinto tutto (Europeo 1968, Mondiale 1982), anche se con la Juve in campo internazionale ha portato a casa solo una coppa (Uefa 1976/77), e un record di imbattibilità in Coppa Campioni di 399 minuti. Quella Coppa però rimane il suo cruccio di carriera, ad Atene in finale contro l’Amburgo, quando un “certo” Magath da fuori scagliò un tiro destinato a lasciare il segno ancora oggi. “Magath? Ancora adesso ogni tanto ci penso. Sembrava un impiegato del catasto, con tutto il rispetto”, ricorda con amarezza.

Per conoscer un Dino Zoff fuori dagli schemi, lontano dai panni di uomo freddo e distaccato, è utile il libro del giornalista del Corriere della Sera, Roberto De Ponti, “Dino Zoff, Campioni del mondo” (Aliberti editore, 2006, pp. 156, euro 13). Un volume che, in quindici capitoli sotto forma di intervista, ripercorre la carriera di un monumento del calcio internazionale: dalle prime parate con l’Udinese, all’epilogo della carriera nel campionato 1982-83 all’età di 41 anni, con la maglia della Vecchia Signora. Squadra con cui in Italia ha vinto tutto (6 scudetti, 2 coppe Italia), anche se ancora oggi ha il rammarico di dire: “Con la Nazionale ho davvero vinto tutto. Il mio rimpianto è di non aver vinto tutto anche con la Juventus”.

E pensare che il suo esordio in serie A non fu dei più felici. Era il 24 settembre del 1961, Zoff difendeva a Firenze i colori dell’Udinese. Risultato finale: Fiorentina 5, Udinese 2. E cosa fa Zoff per dimenticare le cinque pappine? Se ne va al cinema. “Pensavo di distrarmi, dopo quella partita così disastrosa – racconta il portiere – Invece nell’intervallo c’era la Settimana Icom, insomma il Cinegiornale, e fecero rivedere i gol di Fiorentina-Udinese. Io sprofondai sotto le poltroncine, per la vergogna e per non farmi riconoscere”.

Scherzo del destino, ventuno anni dopo si ritrova ad alzare la Coppa del Mondo e sulla copertina di Newsweek. Nitidi i ricordi di quella serata, con frasi fuori dal cerimoniale: “Ho stretto la mano a re Juan Carlos, subito dopo è stato il momento della regina Sofia: per la felicità volevo addirittura baciarla, ma forse avrei sconvolto un po’ troppo il cerimoniale”. Ma è soprattutto il feeling col presidente Pertini a tenere banco: “Pertini era un uomo straordinario, diretto, aperto. Ricordo che prima del pranzo ufficiale con la Nazionale al Quirinale, esclamò ad alta voce: «Voglio che a tavola al mio fianco siedano Bearzot da una parte e Zoff dall’altra, poi tutti gli altri giocatori. E se non c’è posto per i Ministri, che vadano al ristorante!». Così era fatto Pertini, così era fatto Zoff. Due campioni di umanità.

Filippo Fabbri

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