Fabrizio Castori. La storia di mister promozioni, Boccucci e Ricci

Recensione del libro sul tecnico di Tolentino

A Cesena ci sono due personaggi che proprio non puoi toccare. A un sindaco una torta in faccia si può (sia chiaro, è una metafora) e persino Renato Serra può essere sbertucciato. Ma a quei due tipi “strani” proprio no, non si può, tutto è vietato. Attenti a quei due, al secolo Pierpaolo Bisoli e Fabrizio Castori, i Tony Curtis e Roger Moore di un pallone che a Cesena nel terzo millennio ha toccato alte vette solo grazie a loro. Due comandanti, in campo sempre in tuta, giacca e cravatta solo nelle rare occasioni speciali, ugola bene allenata, così come la saldezza delle mani sul timone senza interferenze di sorta. Per comprendere il perché del loro successo nella città malatestiana basterebbe guardare il loro palmares: doppia promozione dalla C alla A per Bisoli, con tanto di recidività sempre in A (2014); salto in B per Castori, poi serie A sfiorata, e anche per lui ritorno con salvezza miracolosa in B.

Entrambi sono l’immagine della provincia genuina, che predilige le osterie agli stellati, il rapporto franco e diretto rispetto ai social. Due tipi schietti che non si sono fatti mancare niente e proprio per questo amati da una Cesena che vive il calcio come poche altre realtà, tanto da riempire lo stadio di oltre 10mila persone in terza serie. E in attesa di una possibile fatica editoriale su Bisoli, il tecnico di Tolentino si è portato avanti col volume “Fabrizio Castori. La storia di mister promozioni” (Minerva editore, 2022) scritto da Massimo Boccucci e Simone Paolo Ricci, con prefazione di Arrigo Sacchi.

Un libro bello e appassionato, che non scimmiotta il politicamente corretto dei tempi d’oggi sempre più affollato da un imprecisato numero di “intermediari” (uffici stampa, vincoli societari, social media manager, procuratori). Il calcio marketing non fa parte del vocabolario di Castori, figlio di un operaio e di una sarta, scampato da bambino da una meningite fulminante. L’esordio in panchina è casuale nel Belforte del Chienti in Seconda categoria, ironia della sorte l’unica che non vincerà. Perché Castori è un mister promozioni, dieci in tutto, dall’umile Terza categoria sino alla serie B. Ma attenzione non vince con squadre dal pronostico scontato perché in serie A ci va con Carpi e Salernitana, in due storie più miracolose di Fatima. Persino in una realtà del calcio periferica come Lanciano lascia il segno, coniando una nuova parola: castorizzati. Lo Zingarelli non ne parla, vox populi dice che si tratta di un “calcio sempre aggressivo giocato a ritmo forsennato, con la voglia di lottare su ogni pallone in ogni momento, senza mollare mai di un centimetro”.

Castori non fa un calcio improvvisato, tant’è che sin dalle prime esperienze si appunta tutto in quaderni che ora sono divenute collezioni enciclopediche. Il suo giocatore ideale è quello che finisce la partita con la maglia zeppa di sudore, perché a lui “non sono mai piaciuti i fighetti”, parole sue. La prima panchina in serie A la raggiunge a 60 anni in una squadra di provincia nel modenese che oggi gioca contro la Sammaurese. “La vittoria del piccolo Carpi era la vittoria della classe operaia che andava in paradiso, della provincia, degli uomini che facevano le alzatacce la mattina per portare a casa il pane”.

Qui si travalica dal solo calcio, perché questo è un manifesto di vita. Detto e scritto alla faccia dei fighetti.

 

Voto: 8.5/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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