Genzano, Antonio

Pubblicato su La Voce di Romagna il 31 gennaio 2011: “Un solo gol, ma indimenticabile”

A volte un gol può valere una carriera. C’è chi ne realizza tanti e finisce nel dimenticatoio, chi ne fa uno solo e tutti lo ricordano. Come nel caso di Antonio Genzano. Quattro annate a Cesena, una rete, pesantissima contro la Roma di Bruno Conti e Falcao, all’Olimpico. Un contropiede da manuale del pallone da raccontare ai posteri e far vedere nelle scuole di calcio (per rinfrescare la memoria digitare youtube). Piedi buoni, corsa a volontà, Genzano è stato un centrocampista che oggi si direbbe di quantità e qualità. Foggiano d’origine, beniamino dei tifosi sampdoriani (insieme a un altro cesenate, Maurizio Orlandi), da trent’anni vive a Cesena, radici che gli fanno dire di sentirsi romagnolo a tutti gli effetti. Ci incontriamo a casa sua, un appartamento dove spiccano foto di carriera, un paio di quadri vinti quale miglior giocatore del derby della Lanterna, un grande trofeo conquistato per lo stesso motivo.

A volte un solo gol può bastare…
“In realtà ne ho fatti due”.

Già questa è una notizia.
“Ne feci un altro all’Ascoli: un tiro-cross che il portiere Brini buttò dentro, solo che la rete fu attribuita a lui. Oggi sarebbe considerato gol mio, all’epoca invece l’autorete veniva considerata”.

Gli annali, purtroppo, alla voce gol di Genzano riportano il numero 1. Con quella prodezza però è passato alla storia.
“Un po’ perché vincemmo a Roma dopo una partita quasi tutta in difesa, un po’ perché fu la svolta della stagione: da lì in poi arrivarono tanti risultati che ci portarono alla salvezza. Inoltre è sempre stato il gol del cuore del presidente Lugaresi, spesso lo ricordava”.

31 gennaio 1982: il suo ricordo di quell’azione è ancora nitido?
“Ho un ricordo limpido di tutta la mia carriera, non solo di quell’episodio. Anzi, altri ne ricordo ancora con più affetto”.

Ne dica uno?
“Il 3-3 in casa contro la Fiorentina, dopo essere stati sotto di tre reti. Ogni volta che la palla finiva in rete io andavo a prenderla dentro la porta, e qualcuno mi diceva: «che cavolo fai, tanto la partita è persa». Io invece ero convinto che ce l’avremmo fatta e così è stato”.

Un’altra gara?
“Quella contro l’Inter: marcavo Prohaska, giocai una grande partita. Se avessi anche segnato sarebbe stato il coronamento di un’ottima prestazione. Poi la ricordo per un particolare”.

Quale?
“Il giorno prima mangiai la trippa”.

Altro che alimentazione bilanciata.
“Diciamo che non mi sono fatto mai mancare niente”.

Il complimento più bello che ha ricevuto negli anni del Cesena?
“Da Hernandez del Torino. In un’intervista disse che ero più bravo di Platini”.

Lei lo pensava?
“Non diciamo sciocchezze”.

È vero che arrivò al Cesena quale “riparazione” della società per la mancata cessione di Bonini alla Sampdoria?
“Si è sempre detto, però ricordo un particolare. Giocavo nella Sampdoria, prima della gara contro il Cesena, Luciano Manuzzi, che non conoscevo, mi chiese se l’anno dopo ero disponibile a venire a giocare coi bianconeri. Eravamo in marzo e trovai strana quella domanda”.

Lei cosa rispose a Manuzzi?
“Rimasi sul vago”.

Esordio in serie A contro la Juventus: 6-1. Roba da avvilirsi.
“Fui uno dei pochi a giocare bene. Ricordo che un giornale titolò, «Nella nebbia di Torino si salva solo Genzano». Inspiegabilmente, però, dalla gara successiva non giocai più”.

L’allenatore era GB Fabbri, rapporto non facile con lei.
“Mi stimava molto, solo che nel Cesena vedeva il suo Vicenza, e io non potevo essere il Faloppa della situazione. Avevo altre caratteristiche”.

Fabbri viene esonerato, arriva Renato Lucchi e lei inizia a giocare.
“Favorito dagli infortuni di Verza e Arrigoni che mi spalancarono le porte”.

Arriva un’importante salvezza (1981/82).
“Addirittura a quattro giornate dalla fine, grazie a un girone di ritorno strepitoso”.

Il segreto di quel Cesena?
“La tranquillità e la capacità di difendere e ripartire. Verza, Filippi, Piraccini, il sottoscritto, Schachner: avevamo una capacità di corsa notevole”.

Campionato 1982/83 arriva la retrocessione.
“Partimmo fortissimo e addirittura si parlava di Uefa, poi arrivò un calo. In realtà la squadra si era indebolita soprattutto a centrocampo”.

Origini foggiane, solo quattro anni a Cesena: perché è rimasto in Romagna?
“Quando arrivai nel 1981, in luglio, la mia prima impressione fu di una cittadina vuota e desolante. È stato a settembre, quando ha iniziato a rianimarsi, che ne ho apprezzato le caratteristiche di ambiente aperto e a misura d’uomo. Mi ci sono ritrovato e rispecchiato”.

Per 19 anni ha fatto il direttore sportivo del Cesena calcio: quando arrivò la proposta?
“Lavoravo con Moggi al Torino in qualità di osservatore, e allenavo le giovanili del Ronco. A una partita incontrai Giampiero Ceccarelli e Lugaresi: parlando col loro rimasero sorpresi della mia scelta del Ronco, chiedendomi se ero disponibile a un ruolo in società. È arrivata così la proposta di direttore sportivo e a Otello Catania direttore tecnico. Poi ho svolto anche quello di segretario”.

Il talento più forte passato durante il suo periodo a Cesena?
“Gianni Comandini. Se non avesse avuto i problemi fisici che gli sono costati la carriera avrebbe fatto grandi cose”.

Ha ancora contatti col Cesena?
“No, due anni fa ho deciso di lasciare: le mie idee sono diverse da quelle dell’attuale dirigenza. Un tempo il Cesena programmava e valorizzava il settore giovanile, serbatoio della prima squadra e poi del mercato. Adesso è ancora così? Mah”.

Torniamo alla sua carriera di calciatore: giovanili a Foggia, poi va al Boca San Lazzaro.
“Andai in Emilia per uno scambio di giocatori col Foggia. Facevo il militare e a me andava bene un’esperienza in serie D”.

L’anno dopo ritorna a Foggia.
“Sempre convocato, mai una gara in campo. Puricelli mi prendeva sempre dietro solo che mi mandava in tribuna”.

Perché?
“Non mi piaceva sudare, amavo troppo la palla, ero gracile. Potrà sembrare strano ma quell’esperienza è stata fondamentale per la mia carriera: mi ha fatto conoscere il calcio dei grandi e capire cosa avrei dovuto fare per crescere”.

Dopo un anno a Novara in C, va alla Sampdoria in B.
“Arrivai il 22 ottobre, giorno del mio compleanno. La Samp aveva costruito una squadra con ambizioni solo che la stagione era iniziata male. Doveva fare mercato e così presero me giusto per dare un segnale all’ambiente. Appena arrivato c’era il derby col Genoa”.

Lei lo guardò dalla panchina?
“Così pensavo, arrivavo dalla serie C! E invece mi misero in campo. Litigai con tutti i giocatori del Genoa e così entrai subito nel cuore dei doriani”.

Nel 1980/81 diventa figurina Panini, cosa ha pensato?
“Sono sempre stato una persona umile e quindi non ho dato peso alla cosa. Forse è stato il limite della mia carriera. Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che poco si sono interessati al mio essere calciatore. Anche perché calciatore, inteso come carriera lavorativa, mi sono sentito a 30 anni.

30 anni?
“Prima era divertimento. Quando l’età si alzava, arrivavano i primi infortuni e dovevo pensare al futuro, ecco che ho capito che il calcio era la mia professione. Erano gli anni della Casertana”.

L’allenatore a cui si sente più debitore?
“Bruno Bolchi che mi ha allenato a Novara e a Cesena. È stato il primo allenatore che mi ha responsabilizzato. L’ho sentito come un padre. Aggiungo anche Giuseppe Materazzi: mi ha insegnato il divertimento dell’allenamento. Ogni seduta era diversa dall’altra, un innovatore”.

La gara della sua carriera che non dimenticherà?
“Derby col Genoa, vinciamo 3-2 e segno. I grifoni erano in vantaggio con due reti realizzate dai giocatori che marcavo io. Faccio il gol del pareggio: cross di Orlandi, Russo del Genoa respinge, io da fuori area faccio uno strano tiro che rimbalza a terra e si infila nell’incrocio. Ricordo la scena come fosse ieri”.

Lei ha fatto l’osservatore per Moggi: cosa ha pensato quando è venuto fuori Calciopoli?
“Moggi era un personaggio che sapeva condizionare. Messo all’interno della Juve, di una società che aveva tanto potere di suo, ecco che il quadro è presto fatto. È inutile nascondersi: la Juventus ha sempre avuto una grande forza nel mondo del calcio. Ricordo il Cesena-Juventus 2-2, arbitro Mattei: Schachner segna con una irregolarità. Da quel momento capitan Furino dice di tutto all’arbitro, senza venire neanche ammonito”.

Moggi più Juve quindi…
“Moggi è uno che di calcio non capisce tanto ma è intelligente perché sa circondarsi di persone che capiscono e di queste si fida. Questa è stata la sua forza”.

Si sente romagnolo?
“Sì, non parlo il dialetto ma alcune battute mi riescono”.

Il migliore giocatore romagnolo?
“Se prendiamo i risultati dico Sebastiano Rossi”.

Il famoso gol alla Roma di Genzano:

 

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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