Giorgio Ghezzi, un kamikaze a Cesenatico

Pubblicato su Cesenatico 365 (numero estate 2018), dal titolo “Ghezzi, storia di un kamikaze a Cesenatico

Laggiù c’è il mare di Cesenatico”. Lo diceva un astronauta in orbita intorno alla Terra in un celebre manifesto che pubblicizzava la località marittima in giro per l’Italia. La luna era stata toccata da poco da Amstrong, il celebre poeta Marino Moretti aveva dato alle stampe “L’ultima estate”. Quell’astronauta partorito dalla mente di Luciano Parisini, firma del Corriere dello Sport, non era un marziano spuntato dal nulla. Era l’indice della considerazione glamour che Cesenatico ricopriva nel panorama nazionale. Una capitale che aveva due teste pensanti: sportiva, nel celebre Processo al calcio ideato dal Conte Rognoni nel suo mitico Capanno; turistica, grazie a un ex illustre calciatore, con lo sguardo oltre il rettangolo di gioco. Era Giorgio Ghezzi, personaggio che ha scritto la storia del calcio e ancor più quella di Cesenatico. Tipo sui generis, già in campo è stato un sovvertitore di ruoli in quegli anni molto rigidi.

Anticipò i tempi del portiere moderno, non più bloccato sulla linea di porta in attesa dei tiri degli avversari – racconta il giornalista Giovanni Guiducci, enciclopedia dello sport romagnolo – Nei 16 metri voleva essere lui il protagonista. Ghezzi stesso con una battuta spiegò che era voluto diventare un portiere di uscita perché ‘ormai tra i pali sono capaci tutti’. I portieri ‘regolari’ non gli piacevano. Il suo nuovo modo di interpretare il ruolo andava di pari passo con la propensione a spettacolarizzare ogni intervento anche oltre il necessario. Spavaldo e teatrale lo era pure nelle interviste del dopo partita, soprattutto quando c’era da giustificare un gol subito. Con il passare degli anni, comunque, e a seguito dell’introduzione del libero staccato a protezione della difesa si ridussero i casi di attaccanti che con facilità si presentavano a tu per tu con il portiere e di conseguenza le uscite disperate”.

Alla storia sarà ricordato come “kamikaze”. “Ghezzi era un estremo difensore atletico, acrobatico e coraggioso, spericolato quando si esibiva in uscita che diventò il suo marchio di fabbrica. Il soprannome di Kamikaze gli fu dato dopo un derby contro il Milan quando si buttò con la faccia tra i piedi di Schiaffino per poi rimanere a terra fingendosi – come lo stesso Ghezzi ammetterà anni dopo – dolorante. Le polemiche divamparono sui giornali e così quando in seguito passò al Milan il campione uruguagio non gli concesse neppure un saluto. Con il tempo diventarono invece amici”.

Perché stupirsi davanti a un personaggio simile. Come scrisse una storica firma del calcio, Bruno Roghi, “chi nasce a Cesenatico, non nasce in un paesotto qualunque. Vi ha lavorato Leonardo da Vinci, si è imbarcato Garibaldi…”.

Ghezzi non solo fu il primo portiere italiano a vincere la coppa dei Campioni (Milan a Wembley nel 1963 contro il Benfica di Eusebio), fu anche tra i primi ad avere una idea di turismo moderno come pochi altri. “Mio padre è stato un vulcano di idee, sempre in attività, sempre pronto a qualcosa di nuovo – racconta la figlia Francesca– Per dirne una: alle 11 mandava un ragazzo tra gli ombrelloni con una grande bacinella: dentro c’erano succhi di frutta freschi e cocomero per i clienti dell’hotel. La sera poi concerto al pianoforte e bomboloni per tutti”. L’Hotel Internazionale, inaugurato nel 1956 e rinnovato agli inizi degli anni ’70, era il teatro di questi eventi, seguito nel 1968 dal locale notturno Peccato Veniale, tra i primi a proporre musica jazz.

È in questo contesto che Cesenatico si fa glamour e accoglie il jet set dello spettacolo del tempo: Walter Chiari, Alberto Sordi, Gianni Bramieri, Ugo Tognazzi, Dario Fo, Franca Rame, Cocchi e Renato, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Lina Volonghi, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Paolo Villaggio. “Portò a Cesenatico una ventata di Milano”, racconta con affetto Giorgiana, l’altra figlia. “Walter Chiari in particolare era di casa – prosegue Francesca – veniva anche in inverno, insieme facevano lunghe passeggiate, andavano a pescare sul Mostrillo, la barca di mio padre. Per noi era come uno di famiglia”. Curioso l’aneddoto dello stabilimento balneare, i 4 Venti, realizzato nel 1974. “Era dotato di piscina con acquascivolo, un’assoluta novità per quei tempi. A collaudarlo furono lo stesso Ghezzi con Walter Chiari, ma senza acqua, con un materasso per l’atterraggio”. Kamikaze in campo, spericolato fuori. “Ma sempre rigoroso in tutto: la serietà nello sport, l’ha applicata nello stile di vita e nella crescita morale di noi figlie”, ancora Giorgiana.

Di lui rimane oggi l’Internazionale, affacciato sul mare, nella sua imponenza e con la sua illustre storia di cui va fiero l’attuale gestore, Franco Manuzzi. “Ghezzi, e ciò che ha fatto, sono il nostro plus, la sua memoria è tra queste mura. Se Cesenatico negli anni ’60 era al centro della scena nazionale, lo deve a lui. Non è stato solo un grande calciatore ma un pezzo di storia del turismo della Romagna”.

Le tante immagini del personaggio dentro e fuori l’hotel stanno lì a testimoniarlo. A riprova che è stato un pezzo di storia ancora oggi attuale.

 

Chi era Giorgio Ghezzi
Nasce a Cesenatico nel 1930, inizia a giocare a calcio con una squadretta di amici nonostante l’opposizione della madre Ernestina, maestra elementare, che lo voleva dottore. Il padre Spartaco era invece il sindaco comunista della città, il primo dopo la Liberazione. Prime parate a Rimini e Modena, poi il grande salto all’Inter col quale vince due scudetti (1952-53, 1953-54). Dato troppo presto per finito, va un anno al Genoa, poi il Milan col quale vince uno scudetto (1961-62) e una Coppa dei Campioni. Sei anche le presenze in Nazionale. A 35 anni torna nella sua Cesenatico e si dedica all’attività imprenditoriale turistica, che già lo aveva visto realizzare l’Hotel Internazionale nel 1956. Sotto l’hotel nasce il Peccato Veniale, ribattezzato poi Peccato di Gola. Promuove il turismo a Cesenatico anche come consigliere della Cooperativa bagnini e dell’Associazione albergatori. Muore nel 1990. Lascia le due carissime figlie, Francesca e Giorgiana.

 

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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