A Fratta Terme si gioca a ritmo di musica
Un pomeriggio nel campo intitolato alla memoria di Vasco Spazzoli fondatore della società sportiva
Le Olimpiadi Mosca 1980 nel reportage di un grande giornalista

Le Olimpiadi di Mosca distano appena 44 anni. Un ruscello nel fluire della storia, che si fa oceano nella velocità impressa dagli avvenimenti negli ultimi quattro decenni. Parliamo di un mondo ancora suddiviso in blocchi e un sogno di società degli eguali nel pieno dell’appassimento ma non ancora al tramonto. Le Olimpiadi in Urss hanno rappresentato la sfida di una nazione socialista per la prima volta nel confronto col mondo, pronta a sfoggiare i “miracoli” di un sistema nel pieno del suo declino. Nove anni dopo quel sistema sarebbe imploso nelle sue contraddizioni, eppure la Russia di Leonid Breznev era tutt’altro che conscia della sua deriva, orgogliosa del suo status da rendere “in quei giorni Mosca bellissima”.
Le parole sono di Vittorio Zucconi, che ha raccontato quasi a caldo quelle olimpiadi nel volume “I cinque cerchi rossi” (Rizzoli, 1980), libro scovabile solo in qualche mercatino dell’usato. Il suo è un reportage giornalistico dal di dentro, come si faceva un tempo, corrispondente da Mosca per il Corriere della Sera. Sconti al sistema sovietico ne fa pochi: ai piani quinquennali che non riempivano i negozi di beni di prima necessità, a una burocrazia avvinghiata al leninismo, alla sindrome dottor Jekyll e Mister Hyde tra realtà e rappresentazione, agli speciali effetti Potemkin nello sfoggiare una bellezza che non c’era. “L’olimpiade era voluta, vista e venduta dal Cremlino come l’apoteosi civile della propria natura socialista”. Dunque, una vetrina sul mondo, pronta a infrangersi quando gli Stati Uniti decidono di boicottarla dopo l’invasione dell’Afghanistan. Il mondo Occidentale volta le spalle all’evento, anche se lo fa con parecchi distinguo tanto che nazioni come Italia e Gran Bretagna trovano gli escamotage per far partecipare gli atleti. Alla fine i Paesi presenti saranno 82, in arretramento rispetto ai 127 di Monaco ’72 (oggi siamo arrivati alla cifra monstre di oltre 200).
Malgrado un contesto così controverso, per noi quelle Olimpiadi resteranno nella memoria per l’impresa di Pietro Mennea nei 200 metri, il salto d’oro di Sara Simeoni, la marcia di Maurizio Damilano. E poco spazio ci sarà per gli assenti. E soprattutto per noi italiani quella manifestazione sarà ricordata per il suo triste epilogo, il 2 agosto, il giorno prima della chiusura dei giochi. A Bologna deflagrerà una bomba i cui cocci non si sono ancora tutti staccati di dosso. Una follia in una Italia ancora pervasa da strane trame eversive, una follia che si inserisce in anni decisamente contraddittori tra un Mondiale di calcio assegnato a una feroce dittatura (Argentine ’78) e una Olimpiade destinata a un’altra dittatura (Mosca ’80).
PS. Questo libro occupa un particolare posto del cuore. È stato acquistato a Ortigia nella storica libreria Mascali. Era il 22 novembre dello scorso anno, quel giorno diluviava. Lo pagai uno sproposito rispetto al valore di mercato. Ma vuoi mettere un luogo così rispetto a un freddo carrello on line…
Voto 7/10