I miei trenta allenatori, Gianfranco Civolani

Pubblicato su Romagna Gazzette novembre 2019: “Addio Civ, rimarrai nella storia”

Schietto, sanguigno, occhiali dalle svariate montature, baffi da sparviero. Sulla sua carta di identità non era specificato, ma nella voce “segni particolari” poteva starci: “cuore rossoblù”. Lui è Gianfranco Civolani, per tutti il Civ, giornalista bolognese che ci ha lasciato da poco all’età di 83 primavere. Tanti anni tra calcio e basket nel cuore della città felsinea, raccontati in numerosi articoli e volumi. Tra le tante pubblicazioni di cronista sportivo ho scelto “I miei trenta allenatori” (Alberto Perosa editore), spassosa cronaca che dà l’essenza del personaggio, che non lesinava giudizi taglienti su chi non gli andava a genio e complimenti a chi aveva reso grande il Bologna.

Il Civ era uno che aveva tre certezze nella vita: “la prima: prima o poi crepiamo tutti. La seconda: la Ferilli non mi chiamerà mai nel suo letto. La terza: io e Guidolin non ci rivolgeremo mai più la parola e sarà magno gaudio per lui e per me”. Cosa aveva fatto Guidolin? Il “pretino” (così lo chiama il Civ) durante un Bologna-Juve guardando la tribuna se ne era uscito con un “città di merda”. Accusa grave per chi ha un Dna tutto rossoblu. Anche se il Civ ammette: “l’allenatore Guidolin l’ho sempre discretamente apprezzato. L’uomo no, missione impossibile per me”. Come impossibile apprezzare l’argentino Luis Carniglia (a Bologna dal 1965 al ’67), “antipatia, anzi no, un’avversione a prima vista”.

Tutto il contrario dell’altro argentino, sempre in quel di Bologna: Bruno Pesaola. Uno che a Bobbino Vieri (il padre di Bobo) diceva: “Lei è molto estroso, sì, noi argentini diciamo estrosso, sì, lei è proprio estronso, sì, insomma lei Bob è un grandissimo estronzo”. E a Mauro Bellugi, che era nel giro della nazionale. “Mister, a me non mi dice niente?”; e Pesaola: “Proprio niente, io ai campioni non parlo. Lei è un campione e saprà certamente cosa fare in campo”. E che dire di Manlio Scopigno, detto il filosofo, che in conferenza stampa dichiara di “essere comunista” facendo venire le convulsioni al presidente Luigi Goldoni. E non sazio, in un’amichevole a Modigliana, organizzata quale omaggio a un boss democristiano, a fine gare dichiara: “Questo è un campaccio di patate, in questo schifo non ci giocheremo mai più”. Risultato: esonero assicurato.

Come quello comico di Alfredo Magni dal presidente Fabbretti. “Presidente, non vorrà mica darmi il buonservito?”. Fabbretti: “Magni stia calmo e abbia pazienza, ma devo proprio darle il belservito”. Magni: “No, presidente, io il suo buonservito non lo merito, io il suo buonservito non lo accetto”. Morale: tra buonservito e belservito, Magni viene allontanato.
Filippo Fabbri

 

Filippo Fabbri

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