A Fratta Terme si gioca a ritmo di musica
Un pomeriggio nel campo intitolato alla memoria di Vasco Spazzoli fondatore della società sportiva

Aveva davanti due sfide molto impegnative Gerard Depardieu nell’interpretare il commissario Maigret nel film del regista Patrice Laconte. La prima, mettersi nei panni di un monstre della letteratura assurto al mito. La seconda, confrontarsi con il fior fiore di attori che avevano accettato e superato la sfida a pieni voti (tra i più riusciti Gino Cervi e soprattutto Bruno Cremer a parere personale il migliore).
Ebbene, Depardieu ha superato l’esame in maniera brillante, tanto da lasciare un po’ di amaro in bocca sulla mancanza di una serie tv negli anni passati. Il Maigret di Simenon è un personaggio imponente e già qui ci siamo sul piano strettamente fisico. Poi ci sono gli aspetti legati alla persona e anche qui si va in crescendo nel film: poche parole mai banali, rari sorrisi, la solitudine meditata, e quella solidarietà intima con le vittime ingiustamente tolte alla vita soprattutto se giovani. L’omicidio al centro del film è di una ragazza che tocca Maigret nell’intimo per la prematura perdita di una figlia, per chi ben conosce le vicende letterarie del personaggio.
Ma quello che emerge in particolare nella pellicola è quel senso di disfacimento morale dei personaggi, la cui ricerca del piacere proibito finisce per sopravanzare su tutto. È una Parigi dai colori cupi quella tratteggiata da Leconte: una città del passato che pare uscita da una inquadratura di Sorrentino tanto ci parla dell’oggi. Ne La grande bellezza è la festa come se non ci fosse un domani a prevalere, in Maigret è quella patina di finto perbenismo a inquietare, ancor di più se presa a modello da chi viene dalla provincia.