Il mio anno preferito, a cura di Nick Hornby

Tredici storie di calcio curate da un grande scrittore

Più di due terzi dei giocatori citati non li ho mai sentiti, neppure in un eco remoto. Per dirne quattro alla rinfusa, Willie Carr, Gordon Dalziel, Billy Jennings, Laurie Sheffield: ma chi sono costoro? Poi ci sono le squadre e anche qui neanche la metà le ho collegate a un pallone. Passi per Chelsea e Leeds, aggiungiamoci pure Watford e Swansea tra l’altro allenato qualche anno fa da un italiano (Guidolin). Ma le altre: Oxford United, Raith Rovers, Norwich, Cambridge United, St Albans City, Bristol City. Dai siamo seri, chi sono? Non sarebbe poi neanche così scandaloso paragonarle alla Sammaurese, attualmente in quarta serie. Eppure…

Eppure, arrivi alla pagina numero 240, chiudi il libro, e ti assale uno stupore di meraviglia per quanto hai letto. Perché saranno pure storie lontane con nomi astrusi, quelle raccolte ne “Il mio anno preferito”, eppure sprigionano tutta la bellezza di uno sport capace di mettere insieme milioni di persone dai punti cardinali più svariati dell’emisfero terrestre.

Pensiamo a Spazio 1999. Vabbè dai, roba da boomer, a cui pone rimedio Raiplay che ha rimesso in onda le puntate, uscite verso la metà degli anni ‘70 in tv. Qui un gruppo di scienziati vive sulla Luna. Solo che il pianeta a un dato momento (Benaglia docet) si “sgancia” dall’orbita del pianeta Terra. Se ne stanno tutto il tempo sulla base lunare Alfa cercando di sopravvivere tra galassie poco amichevoli e nemici sempre a portata di pianeta sconosciuto. Una vita sul filo di lana, si dirà, quanto meno per gli imprevisti. Mi chiedo però come possano starsene dentro quei cubicoli senza lo sfogo di un pallone che rotola, di una passione collettiva che ti porti a evadere da un quotidiano tutto compresso nei confini di una realtà così ristretta. Magari anche solo per mandare a quel paese qualcuno degli avversari. Viaggiano nello spazio ma hanno un immenso vuoto.

Ora, come la mia mente sia atterrata su Spazio 1999, francamente fatico a comprenderlo. So solo che il libro curato da Nick Hornby per Guanda editore, merita davvero di essere letto. E non scrivo questo endorsment sospinto dal “pregiudizio” di un infinito debito che ho per Hornby (prima o poi rileggerò Febbre 90 minuti e spiegherò il perché). Il fatto è che l’idea di mettere insieme 13 scrittori, ognuno dei quali racconta il suo anno calcistico preferito è bella. Perché ognuno di noi ha una sua stagione del cuore che continua a battergli dentro.

Per dirne alcune del libro, Olly Wicken serba il campionato 1974/75 vissuto come raccattapalle nello stadio del Watford in una realtà vissuta sul filo della fantasia. E che dire di Giles Smith tifoso per corrispondenza del Chelsea nel 1973/74 quando i denari dai magnati russi erano lontani da venire. E quanto attaccamento ci vuole per seguire una squadra che non vince per 31 partite di fila come fa Hornby con il Cambridge United?

Tra le 13 storie, vorrei menzionare quella di Harry Ritche, tifoso degli scozzesi del Raith Rovers. Lavora in Inghilterra e fa di tutto per seguire allo stadio la sua amata squadra. Confesso che mi ci sono ritrovato. Quando tempo fa mi chiesero: perché ti fai qualche centinaio di chilometri per seguire in trasferta la Sammaurese con il giornale che non ti rimborsa il viaggio? Detto in maniera più brutale: perché vai a fare una cosa in evidente rimessa di soldi? Se ragionassimo così diciamo che faremo poche cose. Non solo: ci sono trasferte con relativi attimi che non hanno costi. Sono impagabili come la vittoria della Sammaurese al Mirabello il 9 settembre del 2018.

E se poi qualcuno insiste nel chiedermi il perché, d’ora in poi risponderò: leggiti il racconto “Take my whole life too” di Ritche. Vale più di tante altre spiegazioni.
Filippo Fabbri

Voto: 8.5/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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