Il più mancino dei tiri, Edmondo Berselli

Un libro che come una parabola a foglia morta esce dai canonici schemi del calcio

Quando Sacchi era a Rimini – ed era già Sacchi ma ancora non esisteva il sacchismo – in settimana non si faceva che provare e riprovare schemi e movimenti. Il centravanti deve fare gol? No, deve essere al servizio della squadra, perché è il coro che segue lo spartito non il solista. Solo che non a tutti questo copione andava a genio. E così successe che un centravanti si ribellò al ruolo assegnato e in un moto d’estro la buttò dentro. Risultato: richiamo in panchina e ramanzina al seguito.

Di questo episodio non v’è menzione nel libro di Edmondo Berselli, “Il più mancino dei tiri” (Mondadori, 2006, pp. 125), ma è come se aleggiasse. Perché se ci sono persone di cui bisogna diffidare, sottolinea l’intellettuale scomparto troppo presto nel 2010, sono coloro che vogliono pianificare il tutto (“non lasciatevi ingannare dai grandi organizzatori”). Ci avevano provato col comunismo nell’est ed è andata come è andata. Sul fronte opposto del mercato, fior di manager hanno pianificato tabelle e percentuali lasciandosi prendere dall’ingordigia del denaro.

Evviva quindi quello spirito irregolare che Berselli identifica in Mariolino Corso, personaggio “normale”, flemmatico, parlata floscia, figlio di un calcio democratico nel quale il talento primeggiava sulla forza fisica. Puntualmente ogni stagione Helenio Herrera lo metteva nel primo posto dei partenti, puntualmente Mariolino rimaneva. Perché in fondo sono proprio questi i personaggi che danno lustro al calcio, ancor di più nei tempi odierni, in epoca di tatticismo organizzativo asfissiante dove la giocata del singolo pare una mosca bianca. “Il calcio ha una singolare caratteristica: basta pochissimo e un avvenimento calcistico, la figura e il gesto di un campione, la mossa tattica di un allenatore, ‘precipitano’ immediatamente in uno spazio mitico. Si condensano nella storia”, scrive Berselli. Che ci ricorda anche un’altra cosa in questo libro: il calcio può essere il pretesto per raccontare tanto altro. E proprio qui sta la bellezza di questo libro.

Lo avevo letto nel 2007 e non mi era piaciuto, non so per qual ragione l’ho ripreso e l’ho trovato magnifico. Sarà perché considero l’intreccio dei generi lo strumento principe del racconto, unica vera risposta a un’epoca di super specializzazione dove si ergono santoni in ogni dove di materia (ormai tutti sono esperti di qualcosa: cucina, salute, televisione, cinema…). Solo un altro oggi viaggia sulla stessa lunghezza d’onda di Berselli in questa tipologia di racconto, Gabriele Romagnoli. Un altro emiliano, guarda cosa. Uno al quale non sai mai quale parabola prenderà il pallone calciato. “I fuoriclasse sono ingovernabili… E i fuoriclasse di casa nostra sono peggio degli altri”, tornando a Berselli. Che a un certo punto ci riporta alla realtà delle cose essenziali: “L’unica cosa che vi importa davvero nella vita, sulla quale potreste effettivamente fare una malattia, è ricordare se Mariolino Corso, nel disegnare le sue letali parabole su calcio piazzato, colpiva con l’interno o l’esterno del sinistro”.

Tutto il resto è solo fuffa.

Voto 9/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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