Il Socrates di Lorenzo Iervolino

Pubblicato su Romagna Gazzette ottobre 2021, “Socrates e il calcio in libertà

Che peccato per noi italiani avere conosciuto la brutta copia dal vivo, riservando il bello al resto del mondo. Più di una pubblicazione lo ha catalogato nella voce “bidoni” quando in realtà è stato classe pura all’intelligenza. Due doti in pochi giocatori, figurarsi in un brasiliano capitano di quell’immaginifico Brasile 1982, steso dalla sua supponenza (potevano pareggiare ma giocarono per vincere) e dalla magia di un’Italia stellare. Che Socrates avesse qualcosa di speciale lo diceva il suo nome, ispirato a un filosofo che aveva preferito bere la cicuta piuttosto che dire il falso. E Socrates di verità ne ha dette tante nella sua vita, come ricorda il bel libro di Lorenzo Iervolino “Un giorno triste così felice” (66thand2nd editore).

In campo è stato un campione (tre campionati vinti con il Corinthians), ma giocare a pallone è stato soprattutto un modo per manifestare il proprio pensiero senza timore alcuno. Dal pugno chiuso nel gol, all’autogestione della squadra in quella “Democrazia Corinthiana” che è stata uno schiaffo alla dittatura militare del Brasile (primo golpe 1964). Della serie: se una squadra di calcio è come una democrazia perché non può esserlo anche il Paese? “Assaltare la dittatura partendo da un campo di calcio”.

In Italia era finito a Firenze quando il nostro campionato era per davvero il più bello del mondo. Solo che anziché dare libertà al suo genio, lo ingabbiarono in ritiri, allenamenti allo sfinimento (“perché correre in salita, i campi mica sono in pendenza?”), equivoci tattici e parte della squadra ostile al punto da non passargli la palla. “Trattarono una fuoriserie alla stregua di un fuoristrada. Ed ebbero anche il coraggio di farlo passare per bidone”, ha scritto l’impeccabile Gigi Garanzini. È uno dei peccati originali che ci portiamo dietro.

Scelse Firenze non per i soldi, non per le ambizioni in campo ma per gli Uffizi, per Dante e per il Duomo”, dice Tito Corsi che lo portò nella città del Medici. Andava nelle Casa del Popolo a discutere con la gente, accettava l’intervista di alcuni studenti per un giornalino scolastico purché non si parlasse di calcio. Iervolino è bravo nel raccogliere una immane massa di testimonianze sul personaggio, dando voce a tanti brasiliani che mai lo avevano voluto fare. Se vogliamo trovare un limite nel libro è il finale un po’ troppo agiografico, anche se la materia prima in effetti può portare in questa direzione. “Vorrei morire di domenica, e col Corinthians campione”. Andò effettivamente così nel dicembre del 2011. Forse l’agiografia ci sta tutta.

Filippo Fabbri

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