In ricordo di Teo De Luigi

Si è spento il 16 ottobre all’età di 82 anni il regista e documentarista riminese Teo De Luigi. Dodici anni fa era venuto a San Mauro Pascoli per presentare due cortometraggi su calcio e politica, invitato dall’allora sindaco Miro Gori. In quell’occasione lo intervistai sul suo rapporto con il calcio. Di seguito l’articolo che uscì sulla Voce di Romagna, “10 anni dall’urlo al rapimento”, il 29 novembre 2010.

San Mauro Pascoli – Due documentari, due pezzi storici del nostro calcio: gli Europei del 1968, ancora oggi unica vittoria dei colori azzurri nel nostro Continente; i Mondiali in Argentina, davanti ai generali del sanguinario Videla e alla fluente chioma al vento di Mario Kempes. Dieci anni di distanza tra i due eventi, nel mezzo dei quali è successo di tutto, raccontati dal regista riminese Teo De Luigi in due cortometraggi: “L’urlo del ‘68” e “Rapiti ‘78”. Un viaggio sui generis possiamo definirlo, perché mette insieme calcio, politica e vita sociale, raccontati da alcuni protagonisti di quegli anni. Chi sui campi ci era sceso da attore principale (Facchetti, Mazzola, Burgnich, per citarne tre), chi invece pensava di fare la rivoluzione ed è finito in galera (Adriano Sofri), e chi ancora si è trovato schiacciato dal peso soffocante della dittatura (Julio Velasco in Argentina). Incontro De Luigi in un’osteria a San Mauro Pascoli prima della presentazione pubblica dei due documentari. Cortometraggi.

Perché tutto questo interesse per il calcio?
“Nasce da bambino. Abitavo in una casa popolare che si affacciava sul Romeo Neri. Dal terrazzo ero folgorato dai tuffi di kamikaze Ghezzi. Guardandolo, ho sognato di fare il portiere. Solo che anziché agguantare la palla con gli anni mi sono trovato ad avere a che fare con la cinepresa”.

Racconta il calcio col documentario.
“Il documentario è il parente libero del cinema. Il cinema oltre a raccontare, deve quasi sempre rispondere alle leggi del mercato. Il documentario non si pone questo. Oggi, per fortuna, è ritornato vivo. Ha il solo limite, non da poco, della distribuzione: in Italia si fanno tanti bei documentari, peccato che pochi li vedano”.

Il documentario, quindi, per raccontare il pallone come metafora della vita?
“Il calcio, al di là del suo fascino e della sua passione, si porta sempre appresso qualcos’altro: accompagna quello che succede nella vita. È innegabile”.

Perché il titolo, l’Urlo del Sessantotto?
“Perché in quell’anno i giovani urlavano. Era una generazione che non riusciva a farsi sentire e così ha deciso di alzare la voce. Mi riferisco al movimento studentesco e non certo alle bombe che in alcuni casi sono conseguite. Il Sessantotto lo intendo come idea generale, che i giovani potessero dire la loro alzando la voce e manifestando. Devo dire che non è stata una peculiarità solo italiana”.

Perché collegarlo agli Europei?
“Perchè quell’anno erano in tanti a urlare. C’era l’urlo allo stadio Olimpico nella vittoriosa finale dell’Italia agli Europei; c’era l’urlo degli studenti di cui ho detto prima. Ma più in generale c’era un intero mondo in rivolta: l’uccisione di Kennedy, quella di Martin Luther King, la strage di Città del Messico. È come una risposta di pancia a una serie di situazioni soffocate e soffocanti”.

Perché gli europei del ’68 sono così poco celebrati?
“Perché la televisione non era ancora così invadente come oggi. Per dirne una, che potrà sembrare banale, le immagini sono in campo lungo. Nel film, mostro il rallenty originale del celebre gol di Anastasi: ebbene nel video viene scritto «ripetizione». Siamo alle origini della televisione, non c’era l’abitudine di sentirsi in un sistema di comunicazione. Lo sport era solo quello, ancora non era diventato spettacolo. Era una comunicazione radiofonica. Tutto è cambiato dagli anni ’80, fino ad arrivare all’oggi dove la televisione ha ucciso l’immaginario”.

Come ricordano quella vittoria i protagonisti che ha intervistato?
“La conservano dentro di loro, intatta. A loro ho fatto vedere le gare dell’europeo, a seguire spezzoni di ciò che avveniva nel mondo in quegli stessi anni. Chiedevo loro come potessero incidere nell’immaginario sportivo, quando nel mondo avveniva tutto ciò”.

Cosa le hanno risposto?
“Che erano dei professionisti del calcio. «Noi facevamo il nostro lavoro», mi hanno detto. Personalmente ritengo che sia una risposta decisamente condivisibile”.

Il fotogramma più bello di quella vittoria?
“Dal punto di vista spettacolare direi il gol di Anastasi. Propendo però per la figura e la presenza di Gigi Riva: univa stile e potenza. Un alieno irraggiungibile. Un eroe omerico, come lo aveva definito Gianni Brera”.

Di quell’urlo cos’è rimasto?
“Degli studenti non c’è rimasto granché. Chi c’è stato se lo ricorda come un grande momento. Di certo, da quel momento molti equilibri sono stati messi in discussione. Anche nel mondo stesso del calcio.

In che modo?
“Sandro Mazzola, personaggio piuttosto moderato nei giudizi, racconta che nel Sessantotto è nato il sindacato dei calciatori. Nella società c’erano i semi per fare qualcosa d’importante. Adriano Sofri autocriticamente nel film racconta che sono stati «due anni dove non siamo mai andati a dormire e forse non eravamo neanche più in grado di sognare». Mi pare un’amara verità. Il problema è che dopo il Sessantotto è arrivato il Sessantanove contrassegnato dalla strage di piazza Fontana, di cui lo Stato non è esente da colpe”.

Perché poi i Mondiali d’Argentina?
“Nel Sessantotto era iniziato tutto, nel Settantotto tutto finisce. In realtà, personalmente ritengo che tutto sia finito nel 1980 con la strage di Bologna. Il Settantotto però l’ho preso a emblema di un paradosso per la nostra Nazionale: in quel mondiale per la prima volta l’Italia esprime il miglior gioco a livello internazionale, paradossalmente nell’anno della morte di Moro e nell’Argentina dei generali”.

Che clima c’era in quel Mondiale?
“Lo racconta stupendamente Julio Velasco, in quegli anni in Argentina. Racconta il suo dilemma familiare di fronte alla vittoria del mondiale. Quando abbiamo vinto i mondiali, racconta, io e mia moglie eravamo in casa. La gente era in piazza che festeggiava. Ci siamo chiesti: andiamo o non andiamo? Ci abbiamo provato, ma dopo cinque minuti non ce l’abbiamo più fatta a stare lì a festeggiare. Era impossibile esultare mentre la gente spariva, veniva ammazzata e torturata”.

Perché ha scelto Velasco?
“Perché sapevo che se ne era andato dall’Argentina a causa della dittatura. Aveva vissuto sulla sua pelle il dramma di quel Mondiale”.

Filippo Fabbri

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