Infiniti gol, Massimo Raffaeli

Quando calcio e letteratura si incontrano nel punto più alto

In un’epoca dove la parola non è che se la passi tanto bene in fatto di rispettabilità, fa specie questo libro di Massimo Raffaeli, “Infiniti gol” (Pequod editore, 2024), che chiude una personale quadrilogia su calcio e letteratura iniziata nel 2005 col volume “L’angelo più malinconico”. Il “professore”, così chiamato dai colleghi de Il Manifesto con il quale collabora, conferma non solo la sua passione per il mondo del pallone, ma la predilezione per una scrittura alta che non ha minimi timori nello sfociare nel genere delle lettere, da non confondersi con la corrispondenza postale.

Lei aveva del talento in area. È un peccato che sia finito a scrivere stupidate”, disse a Osvaldo Soriano l’allenatore che in lui credeva come calciatore. Ecco, di “stupidate” qui Raffaeli ne scrive tante e delle più sublimi in un linguaggio che mai arretra al cospetto della poetica del gol ed ai rimbalzi dalle traiettorie più imprevedibili che la vita ti pone davanti. Perché se c’è un messaggio che appare chiaro in questo libro è che lo sport è cultura. È un linguaggio con i suoi poeti e prosatori, come aveva già detto Pier Paolo Pasolini, salvo poi arrivare alle conclusioni (discutibili) che di sottogenere si tratta. Ecco, Raffaeli ci dice invece che non è secondo a nessuno, inserendosi nella scia di un altro che la pensava allo stesso modo, raccontandolo con uno stile tutto suo in presa diretta direttamente sul campo: Gianni Brera. Guardato con sospetto dal mondo intellettuale dell’epoca che faticava a comprendere il suo linguaggio che mescolava l’alto e il basso (Umberto Eco, Alberto Arbasino, Enzo Siciliano), Raffaeli ne prova ammirazione tanto da onorargli la terza parte del volume oggetto di questa recensione (“Brera e altri tattici”), e dedicargli in precedenza persino un libro emblematicamente intitolato “La poetica del catenaccio” (Italic, 2013).

In “Infiniti gol”, l’autore si destreggia tra una miriade di scrittori che non hanno fatto mistero di amare il calcio, da Saba a Sereni, da Volponi a Salvatore Bruno verso il quale nutre una speciale predilezione per il suo unico romanzo “L’allenatore”; ma anche personaggi più noti come Arpino, Galeano, Mura, Beppe Viola e ovviamente Soriano. Poi ci sono i ritratti di calciatori che hanno scritto la storia di questo sport a partire dai totem Di Stefano, Eusebio e Messi, sino a uccellino Hamrin e Josè Altafini e altri. Splendida è la terza parte dedicata a Gianni Brera di cui si è detto, soprattutto in un passaggio di cui non ero a conoscenza su Cesare Garboli, acuto cultore del linguaggio del “Gioannfucarlo”. Il libro si chiude con gli scritti sulla “sua” Juventus, la squadra il cui cuore freme grazie al mito di Omar Sivori.

In tutto sono oltre 170 pagine, corredate anche dall’indice dei nomi, che si tengono insieme rispondendo a un interrogativo che attraversa tanti di noi: perché il calcio ci piace così tanto? Perché ci fa uscire dallo stato di ovvietà e indifferenza del nostro quotidiano, spiega l’autore. L’apice di questa sublimazione si ritrova nell’apoteosi del gesto che porta alla gioia collettiva. “Il gol è l’acme, l’attimo in cui torna a coagulare quanto un momento prima era ancora disperso e insensato, perciò il gol è un ordine che riscatta l’anonimo, ordinario, disordine della vita quotidiana e ad essa conferisce senso e direzione”. Solo un letterato poteva scrivere un passaggio così alto.

Voto 9

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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