Adriano Piraccini

Intervista pubblicata su La Voce di Romagna il 19 ottobre 2009: “Mero-Piraccini profeta in patria”

Da uno che ha giocato due anni all’Inter con Trapattoni, Rumenigge e Passarella, e 377 partite col Cesena (tra A e B), preventivamente vien da pensare che un po’ se la tirerà. Tutto il contrario, Adriano Piraccini ancora oggi si presenta come quand’era in campo: generoso, schietto, disponibile. E pensare che siamo di fronte alla seconda bandiera della storia bianconera, dietro solo a Giampiero Ceccarelli. Uno che ha conosciuto il fior fiore degli allenatori di casa nostra: Bagnoli, Lippi, Trapattoni, Bolchi, G.B. Fabbri. Lo incontro, insieme alla moglie Lorella, in un bar di Cesena.

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: il suo soprannome è…?
“A seconda dei paesi. Il mio primo soprannome in realtà è stato Mero, dal grande Gigi Meroni, affibbiatomi dagli amici del paese”.

Per alcuni è ancora Mero?
“Sì, gli anziani di Ronta mi chiamano ancora Meroni”.

Possiamo parlare di Meroni-Piraccini profeta in patria?
“Fino a un certo punto. Il mio ritorno, nel campionato 1988/89 con mister Bigon, all’inizio fu accolto da scetticismo, quasi fossi una minestra riscaldata”.

Sul campo è andata diversamente…
“Certo, ancora pedalavo parecchio. Non solo: i due anni con Bigon e l’anno dopo con Lippi sono stati i migliori della mia carriera come rendimento assoluto”.

Primi calci a Ronta, Rumagna, Pisignano.
“Giocavo tutto il giorno, eravamo in tanti e si litigava per il posto nei campetti della parrocchia. A Ronta ero a casa mia. Nel Rumagna giocai poco: la distanza era troppa, in quegli anni il tram non c’era, smisi quasi subito. Nel Pisignano avevo degli amici che mi venivano a prendere a casa, quindi più semplice”.

Poi un giorno Giancarlo Magrini la porta a Cesena.
“Allenava il Cervia e mi aveva visto giocare nel Pisignano. Magrini l’anno dopo va alle giovanili del Cesena e mi porta con sé”.

Sembrava destinato a Forlì o Fano…
“Giocavo nella Beretti, campionato fondamentale per me, fase intermedia tra Allievi e Primavera. Ero destinato alla C, il Presidente Dino Manuzzi non volle cedermi, così sono rimasto bianconero”.

Esordio in serie B nel campionato 1978/79 con Cadè.
“In realtà anno di sofferenza, diviso tra tribuna e panchina. Giocai solo 6 partite”.

Con Bagnoli conosce la serie A.
“Meritata e conquistata in un campionato con Lazio, Milan, Genoa”.

Poi due anni a Bari dove ritrova Bolchi. Come mai in Puglia?
“Nella stagione 1983/84 il Cesena era tra le favorite per il salto in A, invece andò malissimo: salvezza all’ultima giornata. Mi ero accordo che c’era un po’ di malessere, qualcuno mi criticava. Col Ds Piero Cera dissi che era ora di cambiare aria, e così andai a Bari dove ritrovai Bolchi che mi aveva allenato in serie A”.

Poi l’Inter, sempre per due anni.
“Il coronamento di una carriera, voluto e allenato da Trapattoni. Soddisfazione doppia in quanto sono tifoso nerazzurro”.

Come fu l’ambientamento?
“L’essere romagnolo mi ha aiutato parecchio e attirato le simpatie un po’ di tutti. Poi conoscevo già Walter Zenga con cui avevo fatto il militare.

Correva per Matteoli e Scifo.
“E anche parecchio visto che giocai tante partite: 28 il primo anno, 27 il secondo”.

Ritorna in Romagna nello scambio che porta Alessandro Bianchi a Milano.
“Trapattoni mi aveva promesso che sarei rimasto, il Presidente però fece arrivare qualche giocatore in più, nello specifico Nicola Berti, che non era nelle previsioni. A quel punto era chiaro che non ci sarebbe stato più spazio per me. Basti pensare che in panchina c’era finito uno come Giuseppe Baresi”.

Stagione 1988/89 torna a Cesena da capitano.
“Si fece male Cuttone e così toccò a me per volere di mister e squadra”.

Qualche anno dopo si vede rifilare 6 giornate di squalifica contro il suo ex Bari. Al San Nicola parte la caccia a Piraccini.
“La vicenda più dolorosa della mia carriera. Al di là della lunga squalifica è ciò che è avvenuto in campo che mi ha ferito: a Bari avevo vissuto due bei anni, vedermi aggredito in quel modo alla fine della partita è stato un colpo al cuore. La cosa poi ha avuto anche brutti strascichi, visto che mi son dovuto sorbire telefonate anonime, minacce e quant’altro.

A distanza di anni i rapporti si sono rasserenati o quanto meno chiariti?
“A parte alcune chiacchierate con qualche dirigente, direi proprio di no”.

A Cesena ha conosciuto i due presidenti per eccellenza: Dino Manuzzi ed Edmeo Lugaresi.
“Due amanti del calcio e prima ancora del Cesena. Manuzzi è stato un presidente a tempo pieno, che andava a vedere addirittura i pulcini, grande esperto di tecnica. Anche Lugaresi è stato grande presidente, probabilmente però per via del lavoro un po’ meno presente”.

L’allenatore a cui è più debitore.
“Trapattoni perché mi ha voluto all’Inter: sarò ripetitivo ma lui mi ha fatto coronare un sogno. Bagnoli perché mi ha lanciato nel grande calcio. Per affetto dico Bolchi, per me è stato come un padre”.

Come è cambiato il calcio dal suo esordio nel 1978 ad oggi?
“In teoria il gioco è sempre quello, in pratica è cambiato parecchio: ora è più fisico, più frenetico col rischio di maggiori errori, alcune regole sono mutate e soprattutto oggi c’è tanto business, a livelli decisamente estremi con i soldi dei diritti televisivi. Una volta poi c’era un attaccamento alla maglia che oggi mi sembra mancare.”

Tante differenze, quindi.
“Diciamo che era un calcio più “sano”, anche se gli scandali in quegli anni non erano mancati. Oggi se un giocatore in un mese anziché giocare sei partite ne gioca tre chiama il suo procuratore chiede subito di andare via. Un po’ eccessivo”.

Ha mai sognato la Nazionale, magari quando era all’Inter?
“No, ognuno deve riconoscere i propri limiti: dico tranquillamente che non ero da nazionale”.

Il suo gol più bello?
“A Cagliari in serie A. La partita finì 1 a 1: feci un pallonetto quasi da metà campo. Non fu un caso, quel tiro l’avevo cercato”.

Voce Piraccini dal Dizionario del calcio: “Se gli avessero attaccato un contachilometri, l’avrebbe fuso”. Ha sempre corso tanto: ma è vero che lei in quegli anni fumava?
“Quando giocavo viaggiavo sulle 10 sigarette al giorno. Devo dire che fumare non mi ha mai dato fastidio e non mi ha mai tolto il fiato in campo. I problemi c’erano con gli allenatori: quante sgridate ho preso da Trapattoni e Bolchi!”.

Il giocatore che a Cesena ha deluso di più come rendimento?
“Ne dico tre: due brasiliani, Silas e Amarildo, e un attaccante di razza, Lerda.

Quello più difficile da marcare?
“Rispondere Maradona mi sembra scontato. Dico invece il brasiliano Dirceu: non me l’ha mai fatta vedere. Un giocatore intelligente e imprevedibile”.

Cosa hanno detto i suoi genitori quando hanno capito che la tua carriera volgeva al calcio?
“Mi hanno sempre assecondato. Addirittura mia nonna mi lavava i panni quando tornavo a casa degli allenamenti”.

Favorevole alla regione Romagna?
“L’argomento non mi ha mai interessato”.

Cosa ne pensa dell’insegnamento del dialetto a scuola?
“Sono favorevole. È una lingua che fa parte della nostra cultura e che rischia di essere dimenticata. Studiarla a scuola non può che far bene”.

Il principale pregio di un romagnolo?
“Ne dico tre: schiettezza, simpatia, generosità”.

Il giocatore più forte nella storia della Romagna?
“Sebastiano Rossi. Cinque campionati vinti, una Coppa dei Campioni e una Intercontinentale: dubito che ci sia stato un romagnolo che abbia fatto di meglio”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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