Corrado Benedetti

Interviste revival pubblicata su La Voce di Romagna il 23 maggio 2011, “Tra il pallone e la bici”

Corrado Benedetti è uno di quei personaggi la cui carriera è stata un tutt’uno con la sua città: Cesena. Non che non abbia valicato i confini della cittadina malatestiana. Anzi, la serie A l’ha conosciuta anche col Bologna, a Perugia è stato capitano, a Catania lo chiamavano Briegel. Calci oltre cittadini, quindi, ne ha dati, eccome. Solo che a Cesena ha mosso i primi passi lungo tutta la trafila delle giovanili, e sempre coi bianconeri ha fatto il suo esordio come allenatore. Ci incontriamo in un bar nella sua San Vittore, e si presenta in tenuta ciclistica dopo avere fatto svariati chilometri in bici, da sempre l’altra sua grande passione. Partiamo proprio da qui, dal suo amore per il ciclismo.

Benedetti giovanissimo, diviso tra due passioni: ciclismo e calcio.
“Avevo giocato a pallone in parrocchia e venivo da una famiglia di ciclisti, con mio fratello arrivato poi al professionismo. A 14 anni iniziai in bici, il primo anno vincendo 6 corse, 9 il secondo. Poi una sera di ottobre, reduce da un’altra vittoria, vennero da me i dirigenti del Cesena calcio, Alfredo Valentini, Renato Ronconi e Pino Armuzzi di San Vittore, che mi aveva sempre rimproverato la scelta delle due ruote.”.

Cosa le chiesero?
“Di tornare a giocare: avevano bisogno di un difensore, e siccome avevo sempre giocato con ragazzi più grandi di me, almeno di due, tre anni, pensavano che fossi la persona giusta. Mi trovai così a un bivio”.

Sceglie il calcio.
“Fino al mese di gennaio, lasciandomi aperta la porta del ciclismo”.

A pallone però non smette più.
“Dopo due mesi di allenamento giocai già la prima partita con gli allievi nazionali. Da lì, tutta la trafila del settore giovanile fino all’esordio in serie A”.

Un po’ di rimpianti per la bici?
“No, però la passione mi è rimasta. Ricordo un anno in ritiro a Torino, partita di Coppa Italia. Pur di vedere la finale di Coppa del mondo di ciclismo rinunciai al pranzo”.

I suoi idoli?
“Moser, Bugno, Pantani e Paolo Bettini che ho conosciuto nell’anno che ho allenato a Pisa. Oggi purtroppo non c’è nessuno che mi appassioni”.

Torniamo al calcio. Esordio in serie A nel 1977: il Cesena della Uefa sprofonda in B.
“Giocai tanto, anche per le vicissitudini di quell’annata: cambio di più allenatori, classifica che non decollava. Quando la squadra fu affidata a Paolo Ferrario, allenatore della Primavera, arrivò il debutto. Cesena aveva una Primavera fortissima: secondi nel campionato nazionale, secondi in Coppa Italia”.

Come fu il salto tra i grandi?
“In realtà era da alcuni anni che facevo il ritiro con la prima squadra. In più avevo giocato nel campionato delle cosiddette riserve, Under 23, molto seguito allora. Diciamo, quindi, che il mio esordio fu una logica conseguenza di quel percorso”.

Sempre nel 1977 un altro esordio, con l’Under 21 di Vicini.
“Ero uno dei due giocatori di B di quella rosa. C’erano Cabrini, Rossi, Collovati, Baresi, Garritano, Fanna, insomma il meglio dei giovani. La gara fu contro la Norvegia vinta per 4 a 1, e giocai anche bene. Prima avevo avuto alcune convocazioni senza giocare”.

Serie A, Under 21: aveva iniziato a pensare un po’ in grande?
“Finché sono stato a Cesena mi sentivo come a casa mia. Dal ’77 le cose sono un po’ cambiate anche perché iniziavano ad arrivare richieste sul mio conto. Ne ricordo in particolare una dal Bari, alla quale risposi con una scusa incredibile: dissi che mio padre aveva un problema di salute, cosa non vera. Era il primo anno dove si poteva dire di no al trasferimento. Il Bari mi offriva il doppio di stipendio, 40 milioni di lire, scelsi il Cesena”.

La sua strada, col Bari, si interseca un’altra volta.
“Dopo Bologna, Gigi Radice mi voleva portare con lui al Bari. Lo andai a trovare a Piacenza, sulla soglia dell’albergo incontro Matarrese che mi chiede cosa ci facessi lì. Rispondo del contatto con Radice, il presidente si mostra d’accordo”.

Al Bari però non va.
“No, perché negli ultimi giorni del mercato Radice va all’Inter e così anche il mio trasferimento salta”.

Stagione 1980/81 va al Bologna. Dispiaciuto di allontanarsi da Cesena?
“Un po’ sì. Bologna, comunque, era una società gloriosa. I rapporti tra Bologna e Cesena a quel tempo erano ottimi”.

A Bologna tre gol: il più bello?
“Il primo col Cagliari. Anche se mai dimenticherò la doppietta contro il Napoli. Due reti di un difensore non era usuale a quei tempi. Ma il bello è che rischiai di farne un terzo in quella gara”.

Addirittura.
“Bruscolotti pareggia a pochi minuti dalla fine (2-2). A un minuto dal termine, c’è una punizione per noi. La batto, colpisco il palo. Ho sfiorato la tripletta. Ricordo il titolo di un giornale: «Un gol che viene da lontano»”.

Anno 1982 torna a Cesena in A.
“Perché nasce mia figlia Carlotta e volevo avvicinarmi a casa. Gigi Riva mi voleva al Cagliari e si fece avanti col suo amico Pierluigi Cera. Molto serenamente, col senno di poi, sbagliai a non andarci”.

Avrebbe avuto una carriera diversa?
“Una carriera diversa l’avrei avuta se nell’anno del Perugia fossi andato al Napoli”.

Quello di Maradona?
“Proprio così. Marcai Maradona in Coppa Italia, giocando una grande gara. Il Napoli mi voleva a tutti i costi, solo che ero di proprietà del Perugia e non mi hanno ceduto. Ecco, se fossi andato al Napoli sicuramente la mia carriera sarebbe stata diversa”.

Rimpianti?
“No, ho fatto lo stesso un buon percorso. Mi consolo con la prima maglia di Maradona in Italia”.

Al Perugia va nel 1983, è la prima volta che gioca in una squadra fuori regione.
“Una gran bella esperienza. Città stupenda, uno stadio quasi sempre pieno, pubblico molto caldo. Ero diventato capitano”.

A Catania la chiamavano Briegel. Perché?
“Per il fisico e probabilmente anche per il ruolo di terzino”.

Chiude nel 1990 a Forlì, perché dice basta?
“Chiudo forse troppo presto. Fisicamente stavo bene però mi ero accorto che quello ormai non era più il mio mondo”.

Il motivo?
“Quando sei in uno spogliatoio di dilettanti e senti giocatori che si vantano di chissà quali avventure calcistiche, ecco lì ho pensato che era ora di fare basta”.

Non esce però dall’ambiente: inizia come allenatore.
“Andai da Lugaresi e gli dico della mia voglia di allenare i ragazzini. Presi il patentino di terza categoria e nel 1993 entrai nel settore giovanile del Cesena. Qualche anno dopo feci il corso di seconda categoria, poi quando vinsi il campionato di C col Cesena, feci quello di prima categoria”.

Nel 1995 col Cesena vince il campionato Berretti.
“Battendo in finale il Perugia di Gattuso e Storari. Doppio pareggio, all’andata e al ritorno, ai rigori la spuntammo noi a Villa Silvia. Era un campionato molto competitivo, in semifinale battemmo il Milan, prima ancora il Napoli. Quel Cesena era veramente forte: Rivalta, Comandini, Tamburini, Calderoni…”.

Cesena ha sempre avuto grandi settori giovanili: oggi è ancora così?
“E’ sempre stato un modello per il suo settore giovanile e grazie a quello è riuscito ad andare avanti. Un episodio per rendere l’idea: stagione 1997, il Cesena era in C, non aveva l’obbligo di fare il campionato Primavera. Ebbene, Lugaresi iscrisse la squadra tirando fuori soldi di tasca propria”.

Possiamo dire che oggi non è più così?
“Un tempo Cesena sapeva raccogliere il meglio del circondario, oggi è un po’ distratto”.

Stagione 1997 va ad allenare il Cesena in B in una situazione disperata.
“Era lunedì, stavo allenando la Primavera. Arriva Lugaresi e mi chiede se ero disponibile, ovviamente rispondo di sì”.

L’annata si chiude con la retrocessione.
“Sono certo che se Hubner non si fosse infortunato, per una diagnosi sbagliata che gli è costata 8 partite, ci saremmo salvati”.

Celebre rimane un suo sfogo contro i giocatori accusati di avere tradito la squadra.
“Lo feci per amore del Cesena. Tante cose si dicevano al bar, non pubblicamente. Io lo dissi in faccia ai giocatori”.

I giocatori come la presero?
“Male, la verità non piace, tanto più quando non si è abituati. Ho sbottato perché non sopportavo una squadra dove nessuno dicesse: «ho sbagliato»”

La stagione dopo Lugaresi la conferma: se l’aspettava?
“Sì”.

L’annata va benissimo: vittoria del campionato, ritorno immediato in B, vince il Seminatore d’Argento. E’ al top della sua carriera di mister.
“Ambizioni ne ho sempre avute, però ho vissuto con i piedi per terra. Adesso posso dirlo con soddisfazione, senza essere smentito: sono orgoglioso di essere stato uno degli allenatori del Cesena ad avere vinto un campionato. Aggiungo, campionato vinto spendendo zero lire”.

E’ difficile per un cesenate allenare nella propria città?
“Per la gente l’erba del vicino è sempre più verde, io invece ho vinto in casa mia, cosa che non è facile”.

Quindi è dura allenare a casa propria.
“Amo Cesena, ho dato tutto e la gente l’ha capito. Più difficile è stato per i miei figli: le battute a scuola, in giro, con gli amici. Io sono allenato alle critiche, ero più preoccupato per loro”.

Anno 2002, lei allena il Pisa, gioca contro il Cesena, vincete 2-0, i tifosi toscani srotolano questo striscione: “Nessuno è profeta in patria. Vai Corrado”. Si è sentito profeta a Cesena?
“Direi di sì. I risultati parlano da soli”.

Anche a Pisa?
“Pisa è una città che ho amato. Allenarla in C è come allenare il Cesena in A: tre televisioni, 300 persone all’allenamento, se le cose non vanno bene si sente nell’aria, a volte sono minacciosi. Indimenticabile è il loro coinvolgimento per la squadra”.

Perché ha deciso di fare basta col calcio?
“Nel 2008 prendo in mano la Pistoiese, ultima in classifica, e riesco a salvarla, malgrado un pesante clima di sfiducia nella società. Gran risultato, ho il contratto anche per l’annata successiva”.

Cosa accade?
“Entrano in società alcune persone che vogliono decidere su tutto. Io pianificavo col presidente la campagna acquisti, parte della dirigenza faceva tutt’altro, acquistando giocatori diversi. Stufo di questa situazione dissi «vado a casa». Loro pensavano che me ne tornassi a Cesena, e invece avevo deciso di smettere”.

Deluso dall’ambiente.
“Il calcio oggi è popolato da persone convinte di capirci in virtù dei soldi che mettono, cosa che purtroppo non è così. Sono cresciuto in un’epoca dove con una stretta di mano si chiudevano i contratti. Oggi le pare possibile?”.

Qualcosa però fa lo stesso.
“Il responsabile tecnico nel settore giovanile del Torre Savio”.

Piccoli bilanci. Il giocatore che l’ha fatta ammattire in marcatura?
“Il più forte è stato Maradona, però me la sono cavata. Quello che non me l’ha fatta vedere è stato lo jugoslavo dell’Udinese, Surjak. Giocava vicino alla linea di fondo, si lanciava la palla in avanti, era imprendibile”.

Il giocatore romagnolo più forte?
“Eraldo Pecci”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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