Zannoni, Davide

Intervista pubblicata su La Voce di Romagna il 2 agosto 2010, “Il Briegel di Villa Verucchio” 

Lo chiamavano il Briegel di Villa Verucchio. Forza fisica da triatleta, dinamite ai piedi, facile adattamento agli schemi. Davide Zannoni è stato il prototipo del centrocampista sacchiano per eccellenza: moto perpetuo, intensità allo spasimo, facilità nell’andare a rete. Uno capace di vincere la classifica marcatori con 17 reti, superato solo da un attaccante puro come Pino Lorenzo, ma nell’altro girone di C1. Aveva 22 anni Zannoni, vestiva la maglia del Rimini, l’entusiasmo era pari alla sua forza fisica. Solo un infortunio poteva metterlo ko, e purtroppo, inaspettato, è arrivato. Amichevole col Milan di Liedholm, lui ricorda la data e persino il minuto di gioco, di quel terribile giorno nel quale il suo ginocchio saltò. Non che la sua carriera finisse lì, sicuramente avrebbe preso una piega ben diversa. Incontro Zannoni in un bar in pieno centro a Villa Verucchio. Romagnolo nella parlata e nei modi, memoria d’elefante, ogni tanto saluta qualche ciclista che passa. Un fuoriclasse della semplicità.

Primi calci dove?
“Nel cortile di casa insieme a mio fratello più grande, che ha fatto poi anche un provino per il Milan. Finivo la scuola ed ero già nei campetti a giocare con gli amici. Avevo una passione sfrenata, giovanissimo sognavo di fare il calciatore”.

Primo club, il Villa Verucchio.
“A 10/11 anni. A 13 anni sono stato poi preso dal Rimini iniziando la trafila del settore giovanile”.

Fece un provino?
“Non proprio. Al Romeo Neri la nostra squadra giocò un’amichevole contro le giovanili del Rimini, prima della partita di B contro il Monza”.

Quando le dissero: il prossimo anno giocherà nel Rimini, cosa pensò?
“Gioia alle stelle ma anche timore. Mi era morto il babbo, la paura di non essere all’altezza, il viaggio in città che era massacrante: uscivo da scuola, mangiavo al volo, prendevo l’autobus e andavo ad allenarmi. Tornavo a casa alle 19. Una faticaccia”.

Calcio e scuola si conciliavano?
“No e infatti dopo due anni l’ho abbandonata. Dopo la morte di mio babbo dovevo dare una mano all’economia familiare. La mattina lavoravo delle 7 alle 12 in un supermercato, il pomeriggio mi allenavo”.

Fino a quando?
“A 17 anni, finché il supermercato mi pose un aut-aut: o lavori a tempo pieno o giochi a calcio. Ho rischiato col pallone”.

Come andarono le cose?
“Bene nella Berretti. L’anno dopo però c’era di mezzo il militare e purtroppo non riuscì a inserirmi nella compagnia atleti. Mi sono sorbito sei mesi di leva senza mai allenarmi. Negli altri sei mesi son riuscito ad entrare nella compagnia atleti, a quel punto però l’annata era quasi persa. Mi sono così ritrovato a giocare dieci partite nel torneo dei bar. Avevo 19 anni”.

L’anno dopo rientra in prima squadra.
“Grazie a Firmino Pederiva e Severino Semprini che credevano in me. Vado in ritiro col Rimini allenato da Sacchi (C1 1982/83, nda) e così inizia la mia carriera tra i grandi”.

L’anno dopo al Cagliari in B.
“A Rimini arriva Materazzi che si porta dietro alcuni suoi giocatori. Non stravedeva per me e così a novembre sono andato in prestito al Cagliari”.

Come andò?
“I primi tre mesi fui praticamente ignorato. Arrivato all’aeroporto non c’era nessuno ad aspettarmi, mi allenavo ma era come se non ci fossi, la domenica non venivo mai convocato. L’allenatore era Tiddia, presidente Gigi Riva”.

Inizio disastroso.
“Il Cagliari era in piena lotta per non retrocedere. La svolta arriva contro il Palermo: manca mezza squadra, sono costretti a convocarmi. Vado in panchina, si fa male un centrocampista, fanno entrare un difensore, eppure ero l’unico a metà campo tra le riserve. Andiamo sotto di un gol, mossa della disperazione mi fanno entrare. Pareggiamo. Da quella volta gioco le rimanenti 14 partite”.

Una vera prova di carattere, la sua.
“Solo la passione mi ha tenuto a galla. In tanti, penso, avrebbero mollato”.

L’anno dopo torna al Rimini.
“Ritorna Sacchi e arriva la mia esplosione. Squadra tutta giovane, realizzo 17 gol, vinco la classifica cannonieri, altri 4 ne faccio in Coppa Italia. Sfioriamo la serie B con un calcio innovativo che spiazza gli avversari. L’unico rammarico è l’aver raccolto poco rispetto al gioco d’attacco espresso”.

Sacchi era così pressante come da leggenda?
“Allenatore fantastico a lui devo tutto. Il suo modo schematico di vedere il calcio era il massimo per le mie caratteristiche. In tanti arrivavano intimoriti la domenica per paura di sbagliare, io non vedevo l’ora che si giocasse”.

I suoi allenamenti erano così duri?
“Nel ritiro addirittura ne facevamo tre al giorno: due la mattina, uno il pomeriggio. In realtà più che fisicamente, erano duri mentalmente perché era necessaria la massima concentrazione nell’applicazione degli schemi. Per me erano il massimo: quello era il mio calcio”.

17 reti, numero spropositato per un centrocampista.
“Il gioco di Sacchi favoriva le mie caratteristiche: tempi di inserimento nelle palle inattive, ripartenze veloci, tiro da fuori, poi ero anche rigorista”.

Il gol più bello?
“Contro il Vicenza di Roberto Baggio. Aveva sedici anni, ci fece gol dopo pochi minuti. Rischiamo di andare sotto di due reti: sbagliamo il fuorigioco, Rondon tira a porta vuota, io salvo sulla linea un gol già fatto. Nel proseguo realizzo due reti, vinciamo 2 a 1. Partita indimenticabile”.

Arriva l’appellativo di Briegel di Villa Verucchio.
“La forza fisica e il tiro erano le mie doti migliori. Con queste caratteristiche se avessi giocato oggi avrei incendiato il pallone: facevo gol da trenta metri con palloni molto più pesanti. Figuriamoci con quelli attuali”.

Com’era il calcio a Rimini in quegli anni?
“La squadra veniva da una retrocessione, Sacchi portò aria nuova. Il suo calcio innovativo aveva riavvicinato la gente alla squadra”.

Che effetto le ha fatto vedere il Rimini fallire?
“Uno smacco, anzi di più, una coltellata: sia per chi ha vestito quella maglia, sia per chi ha dedicato anima e corpo a quella squadra, penso per esempio a Dino Cappelli”.

Stagione 1985/86 Sacchi va al Parma sempre in C1, la vuole a tutti i costi.
“Mi cercavano in tanti scelgo di rimanere fedele a colui che mi aveva lanciato. Insieme a me del Rimini ci sono Righetti e Walter Bianchi. Gioco un’altra stagione al massimo, vinciamo il campionato, realizzo 13 reti”.

L’anno dopo sempre Parma in B. L’annata inizia malissimo.
“6 agosto, amichevole col Milan, quinto minuto. Palla a Tassotti, il mio piede rimane piantato a terra, mi salta il crociato del ginocchio. Vengo operato a Lione in Francia, faccio quattro mesi di gesso, rieducazione, rientro alla fine dell’anno. In sostanza salto l’intera stagione”.

È vero che Berlusconi per quella vicenda le ha regalato un’auto?
“Probabilmente iniziava a mostrare un certo interesse per Sacchi, come tra l’altro Liedholm (allenatore del Milan, nda) lo aveva mostrato per me. Di fronte al mio infortunio come gesto di gentilezza mi regalò una Fiat Uno”.

L’anno dopo Sacchi va al Milan.
“So che mi voleva portare con sé, così come aveva fatto con Mussi, Bianchi e Bortolazzi. Mi raccontarono che quando mi feci male si mise a piangere: probabilmente incarnavo il giocatore ideale al suo gioco”.

Rimane però a Parma.
“Il problema erano le mie condizioni fisiche: un’incognita. Speravo di seguirlo a Milano, però capivo le sue scelte”.

A Parma arriva Zeman.
“Giochiamo in Coppa Italia a San Siro contro il Milan di Sacchi, partita a eliminazione diretta. Andiamo in vantaggio su mio gol, il Milan ci sorpassa con Gullit e Van Basten, pareggiamo con un autogol di Costacurta su mio cross. Andiamo ai rigori, vinciamo noi”.

L’allievo supera il maestro.
“Negli spogliatoi mi chiamano, ti cerca una persona mi dicono: era Berlusconi. Si complimenta con me per come ho giocato. Una soddisfazione che ancora ricordo”.

E Sacchi cosa le disse?
“Che avevamo vinto solo perché avevamo corso di più, non per come eravamo disposti in campo. Quella sconfitta gli aveva bruciato parecchio”.

Che differenza tra Sacchi e Zeman?
“Sacchi era più preparato e dava più equilibrio alla squadra, Zeman aveva qualcosa di più nella fase offensiva ma curava poco quella difensiva”.

Dal 1988 lei inizia una specie di pellegrinaggio in giro per l’Italia.
“Forse ho pagato l’essere troppo schivo di carattere. Se magari avessi fatto una telefonata a Sacchi, dopo la grande stagione a Parma, la mia carriera probabilmente avrebbe avuto una piega diversa”.

E invece va a Udine in B.
“Mi cercavano l’Udinese e il Genoa. Scelgo Udine, sbagliando. Vinciamo il campionato ma con Sonetti non mi trovo a mio agio. Avevo un altro anno di contratto e malgrado la A decido di cambiare aria”.

Rimane in B, all’Ancona.
“Arriviamo quinti e purtroppo inizia il mio calvario di infortuni”.

Nel 1990/91 a Taranto.
“Allenato da Walter Nicoletti. Inizio bene, sono capitano, poco dopo però uno strappo mi causa uno stop di tre mesi. Rientro, gioco le ultime 20 gare, segno 10 reti e faccio 12 assist. Ci salviamo. La città mi trattava quasi come Maradona a Napoli”.

Annata esaltante, quindi.
“I tifosi addirittura mi scrissero una lettera: «Dio inventò il calcio poi disse pensaci te».

Perché decide di andare via?
“La società dava segni di cedimento e infatti l’anno dopo è fallita”.

Passa alla Reggiana in B.
“Due anni, solo che i problemi fisici ormai erano troppi. Il secondo anno una pubalgia mi aveva costretto a saltare l’anno. Vinciamo lo stesso il campionato. Sono in scadenza di contratto e così sto tre mesi disoccupato”.

Chiude a Ravenna in B.
“Un calvario. Malgrado avessi 31 anni era più la sofferenza delle soddisfazioni. Otto interventi non sono bastati per sistemarmi il ginocchio. A quel punto dire basta è stato inevitabile”.

Qualche partitella oggi?
“No, solo bicicletta. Gareggio negli amatori”.

Decide di fare il corso per allenatore.
“Rimanere nel calcio mi sarebbe piaciuto, quando però non riesci a stare in piedi neanche mezzora la voglia ti passa subito. E così col calcio ho chiuso e oggi non ho rapporti con nessuno dell’ambiente”.

Tutta colpa del ginocchio?
“Mi ha tolto il gusto per questo sport”.

Chiude la carriera senza avere mai giocato in A.
“E’ un grossissimo rammarico che ho. Purtroppo quell’infortunio al ginocchio a Parma ha frenato la mia carriera”.

Nel 2001 gioca la partita per il suo ex compagno Signorini, morto di Sla.
“Quando lo vidi sulla carrozzina ho avuto una stretta al cuore. Impossibile dimenticare”.

Il miglior giocatore della Romagna?
“Giordano Cinquetti”.

Filippo Fabbri

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