Berardi, Dino

Intervista pubblicata su La Voce di Romagna il  23 agosto 2010, “Jean Berard gioca pulito”

Se qualcuno digita il nome di Dino Berardi in un qualsiasi motore di ricerca su internet, aggiungendoci la parola “calciatore”, si troverà di fronte a una lunga lista di siti uniti da un comune denominatore: la lotta al doping. Non solo: troverà una sua frase, sempre la stessa, tratta da un libro, quello di Fabrizio Calzia e Massimiliano Castellani, “Palla avvelenata. Morti misteriose, doping e sospetti nel calcio italiano”. Berardi parla di flebo sospette nei suoi due anni in B a Catanzaro (anni ’60), testimonianza che si unisce a quelle di Nello Saltutti, Pasquale Casale, della vedova di Bruno Beatrice e di tanti altri calciatori. Il ricordo di quegli avvenimenti rende Berardi poco loquace, e c’è da capirlo visto che gli son costati un trapianto di reni. Appena il discorso passa da quelle ferite ancora aperte al suo percorso calcistico, tra serie B e D, ecco che le parole prendono vigore, ritorna la passione d’un tempo, tira fuori una scatola ricca di foto, ritagli di giornale, lettere. Uno scrigno prezioso di testimonianze degli anni belli, nella sua Savignano, paese dove lo incontro.

Partiamo dalla questione che l’ha riportata alle cronache nazionali: la sua denuncia del doping.
“Tutto partì dalle accuse di Zeman, quando disse che nel calcio c’erano troppe farmacie. Si aprì un’inchiesta, la Procura di Ferrara mi interrogò nell’ambito dell’indagine che stava svolgendo sul dottor Conconi. Lì ho raccontato quanto è successo a me a Catanzaro e i problemi di salute conseguenti”.

Ovvero?
“Stagione 1966/67, il Catanzaro mi cede alla Sambenedettese. Durante le visite mediche mi vengono riscontrati dei valori alterati ai reni. Il trasferimento, quindi, non è possibile. Vengo mandato al centro medico sportivo dell’Acqua Acetosa di Roma per ulteriori accertamenti, dove invece risulto idoneo all’attività sportiva. E così il passaggio alla Sambenedettese avviene.

Idoneo allo sport, quindi.
“E invece quel medico sportivo d’allora aveva ragione: i problemi ai reni li avevo per davvero, tant’è che nel 1996 ho dovuto fare il trapianto”.

Quando i primi sospetti?
“Quando mi sono ritornate alla mente quelle flebo di colore bluastro che il venerdì ci iniettavano nel retro della farmacia”.

Lei sapeva cosa c’era dentro?
“A diciott’anni cosa vuole che sapessi. Era la prima volta che mi allontanavo da casa, giocavo al calcio, mi piaceva, credevo nella buona fede delle persone”.

Quando l’ha collegato al calcio?
“Quando mi sono accorto che buona parte dei miei compagni d’allora nel Catanzaro se ne erano quasi tutti andati. Difficile pensare alla casualità”.

Dove ha testimoniato?
“Ho raccontato la mia storia a Guariniello, in Procura a Torino. Ricordo un particolare curioso: dovevano rimborsarmi le spese sostenute per la trasferta a Torino, e quando dissi loro che l’importo ammontava a 48 mila lire rimasero basiti. «Ma come, tutti ci sparano delle gran cifre e lei solo 48mila lire?»”.

Secondo lei le cose sono migliorate oggi?
“Assolutamente no. Vedo situazioni da far accapponare la pelle: genitori che danno le pastiglie ai figli per rendere di più. Per questo insieme al medico sportivo Italo Fantozzi e all’ex atleta Giuseppe Cindolo, lavoriamo con i giovani per far capire loro il valore dello sport pulito”.

Andiamo a cose più allegre. Perché il calcio?
“Venivo da una famiglia di sportivi. Edoardo Berardi, mio nonno, era campione di biliardo, mio padre Cesarino di ciclismo, a me invece piaceva il calcio. Ricordo infinite partite nel quartiere Gregorini a Savignano”.

I primi calci, dove?
“Negli Aquilotti di Savignano in Prima divisione. Successivamente sono passato alla Savignanese in Promozione, poi al Riccione allenato da Adler Bonci, personaggio chiave della mia carriera, grazie al quale sono poi passato al Cesena allenato da Zavatti”.

Com’è avvenuto il suo trasferimento ai bianconeri?
“Mio padre acquistò il mio cartellino per 700mila lire e lo diede al Cesena del Conte Rognoni. Purtroppo la società bianconera non solo non diede nulla per il cartellino ma addirittura non mi diede neanche le 30mila lire mensili pattuite. Parte di questi ultimi soldi però mi sono stati dati negli anni successivi da Dino Manuzzi che si è ricordato di quanto mi spettava”.

L’anno dopo va al Cervia in D, perché?
“Proprio perché non avevo ricevuto i soldi dovuti. E così ho deciso di cambiare aria, andando a Cervia dove ho realizzato tanti gol”.

Il Catanzaro in B come arriva?
“In quegli anni vigeva la doppia trasferta e così il Catanzaro si era trovato a fare un’amichevole contro il Cervia. Ebbene, io realizzai tre reti, giocando un tempo col Cervia, l’altro col Catanzaro. E così andai ai calabresi”.

L’impatto con la B, stagione 1964/65?
“Bene il primo anno con mister Leandro Remondini, che mi impiegò parecchio. Più difficile il secondo con Dino Ballacci, che si portò dietro diversi giocatori del Bologna. Davanti avevo un attaccante di razza come Gianni Bui, che guarda caso ha poi vinto la classifica dei marcatori”.

Arriva la finale di Coppa Italia.
“Purtroppo non la giocai, anche perché in quegli anni le sostituzioni non erano previste. Perdemmo la finale contro la Fiorentina. Quella gara, comunque, fu un evento: una squadra di B che si giocava il titolo della coppa nazionale”.

Non la finale, giocò però alcune partite.
“Due per la precisione, contro il Torino e il Napoli, entrambe vittoriose. Ricordo il premio partita della gara contro i partenopei: 250mila lire”.

Una cifra spropositata in quegli anni.
“Ricordo che chiuso in camera dividevo la cifra per i 90 minuti di gioco e ne veniva fuori un numero che non avrei mai immaginato”.

Come mai un premio così alto?
“Il sorteggio aveva assegnato la partita a Catanzaro, il nostro Presidente Ceravolo ci disse che ci avrebbe dato 100mila lire se avessimo giocato a Napoli. Inoltre ci avrebbe dato altre 150mila lire se avessimo passato il turno. E così giocammo in trasferta e ci andò bene”.

È vero che coi soldi comprò una Porsche?
“Certo, presi il treno da Catanzaro e andai a Parma nell’unica concessionaria presente in Italia e acquistai una Porsche Carrera”.

Il gol più bello a Catanzaro?
“Contro la Reggiana. Vinsi la partita da solo e siccome giocavo poco ricordo che i giornali si scatenarono contro l’allenatore. Un giornale titolò: «Un successo che si chiama Berardi»”.

Perché non è stato figurina Panini?
“Nel 1964, a causa del servizio militare, andai a Catanzaro in novembre, quando le foto delle figurine erano già state stampate. L’anno successivo la figurina era appannaggio solo degli undici titolari e siccome non giocavo…”.

Stagione 1966/67 va alla Sambenedettese, come la prese?
“Avevo capito che il treno per il grande calcio se ne stava andando”.

Come andò in C?
“Iniziai alla grande, in calo nel ritorno. Questo rendimento è stato una costante della mia carriera dovuto probabilmente ai problemi che avevo ai reni”.

L’anno dopo due anni all’Imolese in D.
“Squadra di ottimi giocatori, Roncati e Govoni per fare due nomi. E infatti siamo saliti di categoria, in serie C. L’anno dopo vengo ceduto allo Jesina”.

Esperienza piuttosto amara.
“Per come si è chiusa. Sconfitti dal Lugo guidato da Valerio Spadoni, mister Tagliavini annunciò provvedimenti. Fiutata l’aria, decisi che era meglio smettere: non mi andava di fare il capro espiatorio. E così senza salutare nessuno, presi la macchina e me ne andai”.

Non chiude, però, col calcio.
“Due anni dopo mi cercò la Savignanese per chiedermi di tornare a giocare. C’era però un problema: come recuperare il mio cartellino allo Jesina?”.

Come andò?
“Fu una lunga trattativa, erano infatti ancora molto arrabbiati con me. Alla fine il Direttore Sportivo Della Pasqua riuscì a spuntarla”.

Chiude la carriera nella squadra del suo paese.
“Realizzando un record nella stagione 1973/74: su dodici punizioni calciate, undici gol e una traversa”.

Caldissimi i derby contro il Santarcangelo.
“Memorabile fu una scommessa con Flaviano Togni, ex compagno, passato al Santarcangelo. Al bar, per scherzo, gli dissi che al 36° minuto del secondo tempo, lui mi avrebbe fatto un fallo da rigore. Arriva la partita, i miei amici sugli spalti mi dicono che siamo prossimi al minuto stabilito: entro in area con la palla, Togni mi viene sotto e mi causa il rigore”.

E Togni?
“Infuriatissimo, prese l’arbitro per il petto urlandogli che nel bar avevo preannunciato ciò. Se non ricordo male il rigore lo sbagliai”.

È vero che lei è causa di attriti tra Cervia e Savignano?
“Roba vecchia. Si giocava una gara che non contava nulla, loro dissero che ci avrebbero fatto quattro reti. Noi, presi dall’orgoglio, gliene rifilammo tre!”.

Perché la chiamano Jean Berard?
“Dal pilota della Mille Miglia Eberhard. Sono sempre stato un amante delle belle auto”.

Segue ancora il calcio?
“In estate alleno gratuitamente i bambini in difficoltà economiche e questo grazie alla banca Romagna Est, a Pierino Buda, al dottor Fantozzi che fa le visite mediche, e al parroco di San Mauro Mare, don Mirko Mignani.

Il giocatore più forte della storia di Romagna?
“Gino Stacchini”.

 

CHI E’ DINO BERARDI
Classe 1942, dopo i primi calci nella squadra del suo paese, la Savignanese, è passato alle giovanili del Cesena, esordendo in prima squadra. Dopo un anno al Cervia, nella stagione 1964/65 arriva il salto di qualità col trasferimento al Catanzaro in serie B. Ci rimane due stagioni, artefice della storica finale in Coppa Italia contro la Fiorentina. È il punto più alto della sua carriera che lo vede poi alla Sambenedettese, all’Imolese, allo Jesina, per terminare nella Savignanese. Negli ultimi anni è ritornato alle cronache nazionali per avere denunciato alla Procura di Torino, nell’ambito dell’inchiesta sul doping nel calcio, flebo sospette a cui sarebbe stato sottoposto a Catanzaro. Berardi è scomparso alcuni anni fa nella sua Savignano.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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