Francesco Scorsa

Intervista pubblicata su La Voce di Romagna 5 luglio 2010: “Un libero d’avanguardia”

 

Il primo interrogativo, prima di incontrarlo, era: avrà ancora i baffi, come ai tempi delle figurine? La risposta è immediata. Sì, li ha ancora. Ma soprattutto mi accorgo che non è cambiato neanche tanto, da quando era protagonista in campo: lo è stato fino alla tenera età di 38 anni (a 37 ancora in A!). Francesco Scorsa è uno dei tanti romagnoli d’adozione (vive a Cesena), dal passato calcistico illustre. Perno difensivo di quel miracolo Ascoli che ha scritto pagine da manuali del calcio, spauracchio delle grandi, capace di conquistare un quinto posto con G.B. Fabbri e un sesto con Carletto Mazzone. Scorsa è stato un libero d’avanguardia e d’eleganza, che usciva dall’area palla al piede, eterno odio/amore con lo storico presidente Costantino Rozzi. Lo incontro in un bar a Cesena.

Come nasce un libero?
“Da bambino giocavo un po’ in tutti i ruoli. Diciamo che la strada mi ha insegnato a essere eclettico. A Cesena in B, avevo iniziato terzino destro, poi mezzala, centravanti, ala destra. Ho fatto quasi tutti i ruoli tranne il portiere”.

Libero come ci arriva?
“Quando era ora del contratto, il presidente Manuzzi giocava sempre al ribasso sull’ingaggio: secondo lui non ero né carne, né pesce, visto che non avevo un mio ruolo. Decisi così di risolvere la questione con Radice, che mi inventò libero. Eravamo in serie B!”.

Dove giocherebbe oggi Francesco Scorsa?
“A centrocampo, ma a modo mio. Oggi chi sta in mezzo al campo si muove in zone piuttosto limitate, non sfrutta i grandi spazi. Ecco, per come intendo io il calcio, sarei un centrocampista di difesa e d’attacco. Un grande difensore lo si vede nei grandi spazi, un grande attaccante nei piccoli spazi”.

E invece come se lo immagina un libero oggi?
“Un po’ come lo sono stato io. Sono stato uno dei primi ad accompagnare l’azione del centrocampo. Mi allenavo tutta la settimana e non mi andava di restarmene inchiodato in difesa”.

Aveva un modello di riferimento?
“L’ho fatto più in maniera istintiva. Uno dei più bravi è stato Pierluigi Cera, nel mondo Beckenbauer”.

Infanzia in Calabria, giovanili a Bologna.
“Mia sorella vinse un concorso al Rizzoli di Bologna. Ho approfittato dell’occasione per emigrare giovanissimo al nord”.

Il Bologna calcio come arriva?
“Palleggiavo con una patata davanti a un negozio di frutta e verdura, mi ferma Biavati e mi chiede se volevo giocare tra i rossoblu”.

L’impatto?
“Non avevo nulla, mi diedero le scarpe e tutto il necessario. Solo che quattro mesi dopo mio padre mi fece smettere: aveva saputo che non studiavo e così mi iscrisse all’istituto tecnico. Un tempo i genitori non vedevano il calcio come il futuro di un giovane, ma come una scelta di precarietà”.

Come ritorna a giocare?
“Tra i ragazzi del San Lazzaro perché si allenavano la sera. Poi sono arrivati i Tranvieri, poi il Cervia e così via”.

Nel 1966, appunto, al Cervia in D.
“Mi portò Santarelli, ex portiere del Bologna. L’allenatore era Arnaldo Pantani, solo che non mi faceva giocare perché avevo i capelli lunghi”.

Se li è tagliati?
“Certo che no”.

E allora come ha fatto a giocare?
“Si fece male il terzino e così erano stati costretti. Solo che anziché fare il marcatore mi spingevo sempre in avanti, spesso andavo sul fondo per il cross: movimenti inconcepibili in quegli anni per un terzino”.

L’anno dopo va al Cesena.
“Dovevo andare al Varese, dove c’erano Bettega e Anastasi. Il passaggio però saltò”.

Per quale motivo?
“Non mi andava di andarci per guardare gli altri giocare. Avevo chiesto la garanzia di essere tra i titolari, non mi fu data”.

Richiesta piuttosto impegnativa.
“Sono sempre stato un poco capriccioso. Diciamo che faticavo ad accettare certe situazioni”.

Va al Cesena in C.
“L’inizio è stato sfortunato, a causa di una pubalgia che non mi ha consentito di giocare. Il problema è che quella patologia in quegli anni non era ben conosciuta e così in società pensavano che fossi lavativo. Tant’è che a fine stagione mi lasciarono a casa”.

Lei cosa fece?
“La squadra era arrivata in B, pensavo che prima o poi mi avrebbero chiamato. E così da solo mi allenavo attorno allo stadio, senza che mi facessero fare neanche la doccia. Poi in treno me ne ritornavo a Bologna”.

Tutto questo finché un dì…?
“Il Cesena aveva iniziato malissimo l’annata. Un giovedì l’allenatore Matassoni mi chiese di fare la partitella con la prima squadra, il venerdì mi fecero il contratto, la domenica giocai contro il Como, e addirittura si vinse”.

Il rapporto col presidente Manuzzi?
“È stato come un padre, soprattutto perché mi ha disciplinato. Un’altra persona a cui devo tanto è il conte Rognoni”.

Nel 1972 la cerca l’Inter.
“L’affare era praticamente fatto, solo che all’ultima di campionato mi infortunai alla clavicola e a quel punto il passaggio sfumò”.

Fantacalcio. Non si infortuna, lei va all’Inter: come sarebbe stata la sua carriera?
“Non ho dubbi: diversa. Sarei cresciuto ancora di più. Forse avrei potuto fare un pensiero alla Nazionale”.

E invece dopo una lunghissima trattativa va a Bologna.
“Al Cesena diedero Scala, Battisodo, Pasqualini e un pacco di soldi, per la metà del mio cartellino. Ero cresciuto a Bologna, la soluzione mi andava bene. Solo che mi gettarono subito nella mischia e faticai non poco ad ambientarmi con Pesaola”.

A Bologna fa il suo esordio in A contro l’Inter.
“A Milano, partita piuttosto tattica, poche emozioni ed occasioni da rete. Finì zero a zero”.

Colleziona solo 13 presenze.
“A causa di un infortunio il giorno del mio compleanno, contro il Napoli: il presidente ci aveva promesso un premio doppio, così per salvare un gol mi sono fatto male al tendine d’Achille. Sono stato fuori oltre sei mesi”.

L’anno dopo va al Foggia sempre in A: se lo aspettava?
“Sì, perché avevo chiesto io di cambiare aria”.

A Foggia rimane nella memoria per due episodi, contro la Lazio: un fallo di mano e un turbante in testa”.
“Il turbante mi fu messo per uno scontro con Garlaschelli che mi costò cinque punti in testa, rimanendo lo stesso in campo. E proprio per ripararmi da una pallonata feci fallo di mano causando il rigore che poi diede lo scudetto alla Lazio”.

Chiudete con una retrocessione.
“Non sul campo ma a causa di un illecito sportivo montato ad arte per mandarci in B. Si giocava Foggia-Milan, la partita finì zero a zero. Un orologio regalato all’arbitro costò sei punti di penalizzazione”.

Nel 1973/74 va ad Ascoli dove trova il suo ambiente naturale.
“Un ambiente di provincia, sul modello di Cesena. L’allenatore era Mazzone, decideva su tutto, aveva portato la squadra dalla C alla A. Pochi soldi – c’erano giocatori che guadagnavano 100mila lire al mese – gestione sul modello familiare”.

Che rapporto ha avuto con lo storico presidente Costantino Rozzi?
“Vulcanico, diceva pane al pane vino al vino. Rispetto a Manuzzi era più istintivo. Ricordo che quando la trattativa per il contratto si prolungava eccessivamente, esclamava: «visto che insisti tanto ti do il 10 per cento in meno»”.

Ci rimane nove anni.
“Rifiutando società come Napoli, Milan, addirittura il Torino dello scudetto. Ad Ascoli avevo trovato il mio habitat naturale, ricco anche di soddisfazioni”.

Come il quinto posto nella stagione 1979/80.
“In realtà doveva essere il quarto posto perché la partita Roma-Torino non fu giocata col massimo impegno. Quell’anno meritavamo molto di più. Addirittura a fine campionato veniamo chiamati a disputare un torneo negli Usa al posto del Milan (implicato nel calcio scommesse, nda): facciamo le cose in grande e lo vinciamo battendo il Botafogo”.

Il mister era GB Fabbri.
“Personaggio moderno, vedeva il calcio all’inglese: tutta la squadra doveva partecipare coralmente al gioco”.

Due stagioni dopo, sesto posto con Mazzone. Quale il segreto di questi risultati?
“Una società che guardava il bilancio e dava garanzie ai giocatori; una squadra che metteva insieme giocatori d’esperienza e giovani da crescere”.

Ha conosciuto Tonino Carino?
“Certo. Personaggio di una timidezza pazzesca, un po’ come lo eravamo noi giocatori di provincia coi mezzi di comunicazione. Si era reso conto che crescendo l’Ascoli, cresceva anche lui d’importanza. Ricordo che faticava nel sintetizzare i fatti e così spesso si emozionava e partivano le gaffe”.

A 37 anni lei lascia la serie A.
“Solo per seguire i corsi di Coverciano per fare l’allenatore, sennò avrei continuato ancora. C’era il tetto dei 40 anni e così ho preferito smettere per guardare al futuro”.

Nel frattempo fa alcuni mesi al Ravenna.
“Due mesi, in attesa dei corsi. Ricordo che Braida, Direttore sportivo del Monza, mi aveva chiesto di giocare un anno coi brianzoli, proposta che ho declinato”.

Perché decide di fare l’allenatore?
“Per portare in campo l’esperienza maturata negli anni di giocatore. Anche se all’inizio ho faticato non poco nel trovare una squadra: giocavo a zona, pochi erano disposti a rischiare”.

Ha allenato quasi sempre al Sud.
“In diverse squadre. A Messina presi il posto di Zeman. Portai Protti e Ficcadenti, solo che la società cedette Schillaci alla Juve. I tifosi non mi volevano fare entrare nello stadio convinti che fossi io la causa di ciò, quando invece si era trattato di una decisione della società”.

L’attaccante più ostico che ha affrontato?
“Bettega e Paolo Rossi: erano imprevedibili nei tempi di inserimento”.

L’allenatore a cui è più debitore?
“Ho sempre invidiato Gigi Radice per la sua capacità nel saper programmare le scelte con la società”.

Si sente romagnolo?
“Sono cresciuto in Romagna, quindi direi di sì. Mi dispiace solo che quando fanno qualche manifestazione non mi invitano pensando che viva chissà dove”.

Il miglior giocatore della Romagna?
“Sergio Santarini”.

Chi è Francesco Scorsa
Può essere definito una bandiera dell’Ascoli dei tempi d’oro. Ancora oggi è il giocatore col maggior numero di presenze in serie A (144). La sua carriera inizia nelle giovanili del Bologna, l’esordio coi “grandi” arriva nella stagione 1966/67 al Cervia in serie D, prima di approdare al Cesena di Matassoni e Radice poi, dove si scopre libero di difesa e di manovra. Lo cercano in tanti, la spunta il Bologna (1972/73) dove però fatica ad ambientarsi. L’anno dopo va al Foggia, poi arriva l’Ascoli dove si afferma definitivamente disputando nove stagioni da protagonista. Chiude al Ravenna a 38 anni, poi inizia la carriera di allenatore in viaggio per il Sud d’Italia: Catanzaro, Fano, Licata, Messina, Nola, Vigor Lamezia, Casarano, Ascoli.

 

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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