Franco Nanni

Pubblicato La Voce di Romagna 7 giugno 2010, “L’uomo che ha salvato il Rimini”

Si è incollato alle maglie dei più grandi attaccanti del calcio di casa nostra, da Riva a Boninsegna, passando per Hamrin, Anastasi e Savoldi, giusto per citarne alcuni. Riccionese di nascita, riminese di cuore, difensore di ruolo: in una parola, Franco Nanni. La sua carriera si è snodata lungo l’asse romagnolo-veneto (Venezia e Verona): in campo nel primo Rimini della storia in B, sul prato verde nella celebre Fatal Verona che valse uno scudetto (perso) al Milan. L’etichetta giusta per definirlo è quella di “gentiluomo”. Lo era quando giocava, lo è oggi quando aiuta tanti compagni in difficoltà. Insieme a un gruppo di ex gialloblu (Bagnoli, Maddé, Mascetti) ha infatti messo in piedi un’associazione di ex calciatori del Verona, di cui è presidente. Lo incontro a Riccione in uno dei suoi alberghi, partiamo da qui.

Perché un’associazione di ex calciatori?
“Prende spunto da un’analoga iniziativa del Barcellona, società con cui ho contatti. Insieme a Bagnoli, abbiamo deciso di dare una mano a tanti nostri ex compagni in difficoltà, sia economica, sia di salute”.

In quanti hanno risposto?
“In tantissimi: Fanna, Penzo, Tommasi, Sacchetti, Maioli. Ora siamo quasi un centinaio di tesserati tutti ex calciatori veronesi”.

Pensa di fare qualcosa di analogo a Rimini?
“Non siamo ancora preparati e non solo a Rimini. All’estero gli ex calciatori sono la storia e danno lustro alla società, da noi pare diano fastidio. Se lei va nella sede del Rimini non trova fotografie della sua storia”.

Da tempo gestisce degli alberghi: meglio albergatore o calciatore?
“Per quanto belli, il calciatore non può vivere di ricordi. Ho sempre avuto la consapevolezza che il calcio sarebbe stata una parentesi della mia vita”.

Ma è così difficile passare dal calcio alla vita “normale”?
“Sì, e dalle nostre parti ancor di più vista la quantità di svaghi poco sani a cui ci si trova di fronte”.

Dove i primi calci?
“In parrocchia a Miramare, campionati dell’oratorio. A 16 anni sono passato all’Alba Riccione, guidata da un medico, Faragona. Squadra giovanissima, vinciamo il campionato e andiamo in Promozione. Era il 1961, guadagnavo 2mila lire a punto”.

Il Rimini quando arriva?
“A 17 anni, nelle giovanili. Il secondo anno sono stato aggregato nella rosa dei grandi, l’allenatore era Bizzotto”.

Stagione 1962/63, esordio in serie C. Cosa ricorda?
“A Grosseto, eravamo secondi in classifica. Ricordo che il mio compagno di stanza, Bullini, per tranquillizzarmi mi disse: «se ti trovi in difficoltà tu fermati a centrocampo». Purtroppo perdemmo 1-0”.

Com’era il calcio a Rimini in quegli anni?
“Molto sentito e partecipato. Malgrado la C allo stadio c’erano sempre 5/6000 spettatori”.

Come viveva quel momento?
“Sentivo l’emozione di un giovane di 18 anni proiettato nel grande calcio. Aiutato da tanti maestri di vita, Scardovi in primis, e da una società che ti trasmetteva dei valori. Per esempio mai trascurare la scuola”.

Nel 1965 passa al Venezia in B.
“Rimini e Venezia erano legate da reciproci scambi di giocatori. Il mio approdo in Laguna è avvenuto in quel contesto. Un sogno per me: era la prima volta che mi allontanavo da casa, tanto più in una città vista solo in cartolina”.

L’impatto?
“All’improvviso, a 20 anni, ho conosciuto la Mostra del cinema, il casinò, ristoranti fino a quel momento impensabili. E soprattutto alloggiavo insieme ad altri tre compagni presso delle famiglie della città”.

Ricorda l’esordio col Venezia?
“Terminato il ritiro, insieme ad altri giovani chiesi il permesso di tornarmene a casa. Il mister mi disse di no senza nessuna spiegazione. Solo alla prima in Coppa Italia, contro la Sampdoria, ne ho capito la ragione. Lesse la formazione: Bubacco, Nanni… Non ci potevo credere. Ma l’incredibile avvenne giovedì”.

Cioè?
“Andiamo in sede a ritirare il premio partita. Sotto i miei occhi sfilano tante banconote da dieci mila lire. Si accorgono della mia faccia un po’ stralunata e mi dicono: «tante carte non le hai mai viste, vero?». Gli rispondo: «sì, ma non erano mie!».

Inizio alla grande, allora?
“Non proprio perché alla seconda di campionato mi faccio male a un ginocchio e perdo quasi tutta la stagione. Rientro verso la fine, si va in serie A”.

L’anno dopo esordio nella massima serie contro il Milan?
“Subito mi trovo a marcare Pierino Prati. Purtroppo alla quarta, contro la Fiorentina, dopo neanche 5 minuti mi faccio male. Non c’erano le sostituzioni: ho giocato mezz’ora con una sola gamba, prima di crollare. Perdiamo 6-2. Sto fuori tre mesi”.

A Venezia in due anni passa dalla A alla C.
“La retrocessione in C è stata una delle pagine più amare della mia carriera. Avevamo una squadra che puntava alla A, e invece finiamo il campionato terzultimi insieme a cinque squadre. Ci troviamo a giocare ben sette gare di spareggi in pieno luglio: un’esperienza massacrante. Quello non era più calcio”.

Rimane lo stesso a Venezia, anche in C.
“In realtà avevo deciso di fare basta. In appena due anni, dalla A mi son trovato in C, tanto valeva tornarmene a Rimini o Riccione”.

E invece?
“Dal Venezia mi arriva la raccomandata che mi chiede di presentarmi: non gli rispondo. Mi chiama l’allenatore, faccio lo stesso”.

Cosa le fa cambiare idea?
“Il tempo: sbollita la delusione, a fine settembre decido di tornare a giocare. Solo che eravamo finiti in un girone di C che era un inferno”.

Per fortuna nel 1969 torna in A col Verona.
“Sembrava dovessi andare all’Inter per sostituire Bellugi e invece mi arriva la chiamata di Renato Lucchi, mister del Verona. Il primo anno in prestito, poi sono stato riscattato del tutto”.

Cinque salvezze e una retrocessione a tavolino.
“Una vergogna delle vergogne, quella retrocessione. Dal nulla fu montato un caso, per via di contatti tra Geronzi, presidente del Verona, e Clerici (giocatore del Napoli, nda). Tutto questo solo per ripescare la Sampdoria”.

Nel 1976 torna a Rimini.
“Il Verona era tornato in A, nel frattempo avevo già un albergo a Riccione e mia figlia doveva andare a scuola. Il Rimini era in B, guidato da Meucci, e così ho preferito avvicinarmi a casa”.

Come fu quel ritorno?
“Trovai una situazione incredibile. Esonerato Meucci, fu preso Herrera che però non poteva allenare a causa di una squalifica. Risultava così che l’allenatore era Becchetti, personaggio che Herrera ignorava, dando le indicazioni a capitan Di Maio. Insomma il caos più assoluto”.

Ma come faceva Herrera a guidare la squadra se squalificato?
“Si nascondeva nel bagno ogni qualvolta che l’arbitro veniva negli spogliatoi. Solo che una volta l’arbitro Menicucci, fiutato l’inganno, appena uscito decise all’improvviso di rientrare, e così beccò Herrera”.

Ma al di là degli stratagemmi, chi comandava in quell’ambiente?
“Il problema era proprio quello. Finché un giorno il vaso non tracimò. Dovevamo giocare a Ferrara contro la Spal: Herrera il sabato fece la formazione, Becchetti la domenica la cambiò. A quel punto per Herrera non c’era più spazio”.

In tutto quel trambusto lei cosa disse?
“Alla dirigenza dissi chiaramente che tutta quella pagliacciata doveva finire. Era necessaria la chiarezza”.

Giudizio piuttosto franco.
“Che ho pagato poi. Gioco in estate una partita di beneficenza tra giocatori in vacanza a Rimini, dopo neanche tre giorni mi arriva una multa di 200mila lire per essere sceso in campo non autorizzato”.

Lei come la prese?
“Convocai una conferenza stampa e dissi tutto quanto avevo da dire del Rimini calcio”.

A quel punto decide di smettere.
“Non del tutto, perché ho poi giocato in C2 nel Riccione allenato da Pirazzini, e nel Rivazzurra in Promozione. Giocai sempre gratuitamente con la richiesta solo di una polizza assicurativa in caso di infortunio. Vivevo una situazione molto difficile a causa della morte di mia moglie in un incidente stradale. Giocare mi faceva stare bene”.

Col Rimini però è amore: entra poi nel direttivo.
“Grazie a Montesi e al presidente Dino Cappelli. Società ben amministrata, decisi di prendere una quota azionaria (4 milioni di lire, nda). Il Rimini era in B, la squadra era buona con Favero, Chiarugi, Saltutti”.

Stagione 1981/82 arriva l’amarezza della C.
“Facciamo gli stessi punti dell’anno prima, condannati dalla classifica avulsa”.

L’anno dopo arriva Sacchi.
“Teniamo alcuni buoni giocatori, puntiamo su alcuni giovani dal sicuro avvenire: Zoratto, Bianchi, Zannoni, Gaudenzi. Quello doveva essere lo spirito del Rimini calcio: puntare sui giovani, così come ha sempre fatto il Cesena, e realizzare una cittadella dello sport”.

E invece?
“Non capisco perché in Italia nessuno riesca a farlo, quando all’estero pare normale”.

Metà anni ’90: è vero che lei ha salvato il Rimini dalla bancarotta?
“E’ una storia che pochi sanno. La società si trovava in grosse difficoltà economiche, in quanto il Presidente Orfeo Bottega non riusciva a far fronte ai debiti. Mi chiamò Cappelli e mi disse che era necessaria una fideiussione di 400 milioni per iscrivere la squadra al campionato di C2. Proponeva di dividerci la quota in 20”.

Avvenne così?
“No, perché i 20 si erano ridotti a 5. E così mi trovai da solo in banca sul da farsi: sulle mie spalle stava il fallimento o meno del Rimini calcio. Faccio un atto d’amore e decido di firmare la fideiussione”.

Che fine hanno fatto quei 400 milioni?
“Hanno consentito al Rimini di sopravvivere fino a febbraio prima di andare all’asta ed essere acquisito dalla Cocif”.

Il suo primo stipendio da calciatore?
“A Rimini 10mila lire al mese, saliti a 40mila il secondo anno, 70mila il terzo. Cifre basse però la società ti aiutava anche a trovare un lavoro”.

L’attaccante più forte che ha marcato?
“Faticavo con quelli piccoli di statura e veloci: Chiarugi e Anastasi”.

Quando giocava c’era anche un altro Franco Nanni: ha mai avuto uno scambio di persona?
“No, l’unica differenza tra noi è che lui ha vinto uno scudetto con la Lazio, io sono quello della Fatal Verona col 5-3 al Milan”.

Favorevole alla nascita della Regione Romagna?
“No”.

Parla il dialetto?
“Lo parlo ma non sono un granché”.

Il miglior giocatore della Romagna?
“Gino Stacchini”.

 

CHI E’ FRANCO NANNI
Classe 1944, cresciuto nelle giovanili del Riccione prima, del Rimini poi. Con i biancorossi esordisce in prima squadra in C, nella stagione 1962/63, disputando poi altri due campionati. Nel 1965/66 passa al Venezia, quattro stagioni dalla A alla C, poi il grande salto al Verona dove gioca sette stagioni. In campo chiude la carriera a Rimini in B, società nella quale a più riprese farà parte della dirigenza. Quest’anno, insieme a Osvaldo Bagnoli, ha fondato l’associazione ex calciatori del Verona.

Immagine tratta dal sito Hellastory.net

Filippo Fabbri

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