Gastone Bean

Intervista pubblicata su La Voce di Romagna 12 Aprile 2010: “Fiuto del goal d’altri tempi”

Il suo è un calcio d’altri tempi, quando le sostituzioni non c’erano, la tecnica contava ancora qualcosa, il giocatore sapeva fare un dribbling. Tipo schivo l’attaccante col fiuto del gol, Gastone Bean (nella foto è ritratto nella figurina del Napoli), decisamente fuori moda nel calcio d’oggi. Romagnolo d’adozione – vive a Bellaria da oltre 40 anni – nella sua carriera dal 1956 ha vestito le maglie di Milan, Genoa, Napoli e Spal. Senza dimenticare quattro presenze nella Nazionale, insieme a Boniperti, Schiaffino e Ghiggia. Bean – in inglese sta per “fagiolo”, anche se lui è di origini goriziane – non ama farsi intervistare. È da anni che non ne concede una. Non gli piace vivere di ricordi, tuffarsi nel passato. La conferma me la dà lui stesso, quando ci vediamo in un bar a Bellaria: almeno tre volte mi ripete, “dopo che ho detto di sì all’intervista, mi son subito pentito”. Della serie, devo ritenermi fortunato.

Segue ancora il calcio?
“Allo stadio non vado da anni. Lo seguo in tv, mi appassiona quello inglese perché mi piace l’atmosfera. Gli stadi sono sempre pieni, il pubblico è appassionato, gli arbitri non fischiamo mai, i giocatori non fanno sceneggiate. Insomma, è un altro mondo”.

Quale foto sportiva tiene appesa alla parete di casa?
“Nessuna. In garage ho due foto delle squadre con cui ho vinto lo scudetto col Milan. Ne ho anche una del Bellaria, in occasione dello spareggio a Cesena contro il Riccione, in quarta serie”.

Praticamente quasi nulla. Come mai?
“Non mi piace vivere di ricordi”.

Riavvolgiamo il nastro senza rimpianti. Primi calci, dove?
“Nel mio paese San Canzian d’Isonzo, in provincia di Gorizia. Neanche mille anime, calciare il pallone era la cosa più naturale”.

Il passaggio al Milan come avviene?
“A 17 anni, si presenta nel mio paese una persona alla ricerca di giovani per la squadra rossonera. Vado a Milano, faccio questo provino e vengo preso. Mi sono così ritrovato a giocare con giovani come Marchioro, Radice, Bagnoli. Lì è iniziata la mia avventura nel grande calcio”.

Siamo nel ’53. Da un paesello a Milano: per niente facile.
“Impatto terribile. Ho dovuto trovare casa, dovevo prendere il tram, provvedere ai pasti. Tutto da solo e a mie spese. Adesso sarebbe impensabile una cosa del genere”.

Guadagnava qualcosa?
“Prendevo 60mila lire al mese, di cui 15mila se ne andavano per la stanza, 500 lire a pasto che in genere consumavo all’Assassino, quello dove poi andava abitualmente Nereo Rocco. Tirando le somme, 45mila lire se ne andavano per le spese varie, il resto rimaneva a me. Cifra non male per quegli anni”.

Giovanili nel Milan, primo anno in prima squadra a Piacenza.
“Nel Milan non avevo spazio. Difficile pensare di giocare quando davanti hai uno come Nordhal. Visto che durante le gare non c’era la possibilità di sostituzioni, era evidente che non avrei mai giocato. Non mi restava che chiedere di andare da un’altra parte”.

Al Piacenza in C.
“Da dicembre, in prestito per un anno. Gioco 21 partite, realizzo 23 reti, capocannoniere del girone. Difficile che il Milan non si accorgesse di ciò”.

Infatti Gipo Viani la rivuole a Milano.
“Un ritorno con molte titubanze. Avevo di nuovo il timore che non avrei giocato. Chiedo rassicurazioni al presidente (Andrea Rizzoli, nda), il quale mi tranquillizza: Viani mi darà spazio”.

Primo anno al Milan, subito scudetto.
“Con un contributo determinante: gioco 25 partire, realizzo 17 reti. Non male per un esordiente”.

Che tipo era Viani?
“Un manager di oggi. Era il direttore tecnico, quindi non l’allenatore, la formazione, però, la faceva lui”.

Nel 1958/59 vince un altro scudetto.
“Faccio la riserva di Altafini e anche in quella stagione realizzo 4 gol. Il paradosso è che malgrado due scudetti vinti e un’annata strepitosa in Coppa dei Campioni, terminata con la sconfitta in finale col Real Madrid di Di Stefano, nel 1960 vengo ceduto al Genoa in serie B”.

Come mai?
“Malgrado avessi già segnato 8 reti in campionato, la società aveva deciso di cambiare in attacco e mandarmi a Genova. Impossibile rifiutare, i giocatori in quegli anni erano proprietà della società”.

Anche al Genoa si impone a suon di gol.
“Gioco quattro stagioni. Il primo anno è stato piuttosto difficile a causa di una penalizzazione di sette punti della squadra. Il secondo riusciamo ad andare in A, primi in classifica, con undici punti di vantaggio sul Napoli secondo. Il sottoscritto è secondo nella classifica marcatori con 20 reti, il mio compagno Firmani è terzo con 17”.

Ha giocato i derby a Milano e Genova: erano già così caldi?
“Caldissimi. Bastava vincere il derby per stare tranquilli sei mesi. Non parliamo poi delle sconfitte: tragedie per una parte della città”.

Dopo Genova in A, torna in B, al Napoli.
“E ancora una volta riusciamo a tornare nella massima serie. Ritrovo Altafini, gioco con Sivori, Juliano, Montefusco, insomma due anni entusiasmanti”.

La Spal in B come arriva?
“Lo spazio a Napoli era sempre minore, in più mi ero fatto male al ginocchio. Paolo Mazza (Presidente della Spal, nda) mi chiede di andare a Ferrara: accetto, anche se era evidente che sarebbero stati i miei ultimi anni di carriera”.

Che chiude a Bellaria.
“Fu sempre Mazza a propormela. Mi consiglia di andare a fare il giocatore-allenatore. Sinceramente non sapevo neppure dove fosse sulla carta geografica, Bellaria”.

Come mai ha deciso di abitarci?
“E’ stato un caso. Tanto più che l’impatto non era stato dei migliori. A Bellaria ci arrivai in novembre: pioveva, in giro non si vedeva un’anima, c’era la nebbia. Non ero molto convinto della scelta. A tutt’oggi devo ricredermi, da quel primo impatto. La cittadina in estate ha un volto, in inverno un altro”.

Ci vive da quarant’anni: conosce il dialetto?
“Lo capisco, ma non lo so parlare”.

Perché ha deciso di fare l’allenatore?
“L’ho trovata una scelta naturale, legata alla mia passione. Anche se alla fine mi ha stancato. E’ dal 1985 che non siedo su una panchina. Negli ultimi anni mi ero ritrovato ad allenare quasi sempre al Sud – Barletta, Casarano, Benevento – alla fine non ne potevo più”.

Colleziona quattro presenze in Nazionale. Esordio contro il Portogallo, sconfitta tre a zero.
“Eravamo a fine campionato, e ieri come oggi, la Nazionale risente di quel periodo di stagione. Tanto più in quegli anni dove non si poteva neanche fare una sostituzione”.

Gioca la celebre partita a Belfast contro l’Irlanda del Nord nel ’57.
“Si doveva giocare per la qualificazione ai Mondiali, l’arbitro non arrivò per la nebbia. A quel punto entrambi decidiamo di disputare un’amichevole”.

Un po’ turbolenta.
“Alla fine della partita veniamo rincorsi da giocatori e tifosi, che invadono il campo. Ferrario, lo stopper, addirittura viene aggredito”.

Come mai?
“Fu qualcosa di premeditato. Alcuni giorni prima io e Schiaffino eravamo a Glasgow per la partita di Coppa Campioni. Anziché tornare a casa conveniamo di andare direttamente a Belfast in vista della gara di pochi giorni dopo. Nel viaggio in aereo incontriamo anche un giocatore irlandese che giocava nel Celtic, il quale ci preannuncia che qualcosa sarebbe avvenuto in campo. Guarda caso è stato così”.

Qual è il giocatore più forte che ha incontrato in carriera?
“Schiaffino, appena gli arrivava la palla sapeva già dove buttarla. Un antesignano del gioco veloce”.

L’allenatore a cui si sente più debitore?
“Malatesta, allenatore nelle giovanili del Milan. Ha allevato frotte di giocatori in tempi in cui il settore giovanile funzionava: Salvadore, Lodetti, Marchioro, Bagnoli, Radice, solo per fare alcuni nomi”.

Qual è la partita che non dimenticherà mai?
“A San Siro nella gara in cui vinciamo lo scudetto: vengo portato in trionfo dai tifosi. Impossibile dimenticare un’esperienza così a vent’anni”.

Il difensore che ha sofferto?
“Tarcisio Burgnich, difficile da saltare. Anche se qualche soddisfazione me la sono pure tolta. Quando giocava nell’Udinese tornò a casa da Milano con sei reti al passivo”.

Ha ancora contatti col Milan
“Con nessuno. Poco tempo fa, per caso, ho incontrato a pranzo all’Assassino, Cesare Maldini. Siamo sempre stati molto legati, forse per la comune provenienza giuliana”.

Si sente romagnolo?

“Assolutamente no”.

È favorevole alla Regione Romagna?
“L’argomento è l’ultimo dei miei pensieri”.

Il pregio di un romagnolo?
“E’ meglio che stia zitto”.

Perché, non “ama” i romagnoli?
“E perché dovrei amarli (e ride, nda)? Non li amo e non li odio. Dico solo che ho tanti amici”.

Il miglior calciatore della Romagna?
“Salvatore Bagni”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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