Giancarlo Magrini

“Il mister della Romagna”, La Voce di Romagna 22 marzo 2010

Può essere considerato l’enciclopedia del calcio della Romagna. Non tanto e non solo per quanto ne conosce, ma anche per quanto ha fatto in campo come allenatore. Giancarlo Magrini, ad eccezione di Rimini, ha toccato tutte le piazze della nostra terra. Talent scout esterno di Inter, Parma, Fiorentina, Napoli e Torino, la fama nazionale gli è arrivata quando a Cervia si sono accese le telecamere di Mediaset con Campioni. D’incanto si è trovato direttore tecnico di una squadra con quasi 2 milioni di spettatori, insieme all’ex campione del mondo Ciccio Graziani. Oggi è a capo della Nazionale italiana di beach soccer. Ci vediamo in un bar nella sua cittadina, a Cervia. Nessuno lo chiama per nome, per tutti è il “mister”. Il suo racconto è un fiume in piena di aneddoti, personaggi, storie. Mi auguro che qualcuno, prima o poi, si decida a scrivergli una biografia.

Perché il calcio?
“Come tanti bambini il campo sportivo è stato il mio ritrovo. Lì ho avuto la fortuna di incontrare una persona come Gino Guidazzi del Cervia, oggi scomparso, che mi ha allevato come un figlio. Vedendo la mia passione mi ha trasmesso tutta la sua cultura calcistica e morale”.

Quando si dice dei buoni maestri.
“Direi di sì. Sono stato cresciuto con un pensiero fisso: se sai calciare bene la palla sarai un buon allenatore. Mi hanno talmente martellato in tal senso al punto che ancora oggi molti si stupiscono del mio modo di calciare il pallone”.

Sempre al campo. I suoi genitori cosa le dicevano?
“Eravamo sei fratelli e non vivevamo nell’oro. Mio padre era operaio. Motivo per cui ho iniziato a lavorare prestissimo, facendo tutti i mestieri della bottega, per sostenere la famiglia. Ricordo che prendevo 100 lire alla settimana. Malgrado ciò non hanno mai ostacolato la mia passione per il calcio”.

Trascurando la scuola?
“Al contrario, la scuola veniva prima di tutto. La terza media l’ho conseguita serale, quando lavoravo. Il diploma di chef è venuto poi, quando ho iniziato a fare le stagioni estive al mare”.

Come conciliava calcio e lavoro?
“A 23 anni già guidavo la prima squadra del Cervia come allenatore-giocatore. Portavo a casa 2500 lire alla settimana e così riuscivo ad aiutare finanziariamente la famiglia. Sarò sempre grato ai dirigenti del Cervia per questo”.

Com’era il calcio in Romagna negli anni ’50-’60?
“C’erano poche possibilità. Così come c’erano pochi palloni: il più nuovo spettava ai grandi, ai ragazzini andavano i più vecchi e gli spicchi di campo le cui porte erano contrassegnate dai sassi. Eventi importanti erano i tornei delle borgate”.

Meglio oggi o un tempo?
“Meglio le possibilità di oggi, associate alla voglia di affermarsi di ieri. Oggi abbiamo tanti piccoli campioncini che non conoscono la parola sacrificio, spesso guidati da genitori che vedono in loro il fuoriclasse a tutti i costi”.

Carriera di calciatore nei dilettanti a Cervia. Deluso di non avere giocato in serie A e B?
“Sono sempre stato considerato un giocatore dotato di buona tecnica, deficitario nel fisico. E soprattutto consapevole dei miei limiti. Le soddisfazioni, comunque, non mi sono mancate. Più di una volta nei tornei venivo preso per fare vedere come si calciava il pallone, davanti a gente come Cazzaniga, Niccolai, Ventura, Reja, Pasetti, Gola e tanti altri”.

Di chi aveva il poster in camera?
“I miei idoli da piccolo erano Boniperti e Sivori”.

Sin da giovane è stato allenatore-giocatore: quando ha deciso che era ora di fare basta di giocare?
“Fu Manuzzi a farmi smettere: voleva che mi dedicassi a tempo pieno al settore giovanile del Cesena, visionando giovani importanti. Per farmi accettare accompagnò la sua richiesta a un compenso economico a cui sarebbe stato difficile dire di no”.

E infatti a 24 anni, lo storico presidente del Cesena la sceglie quale responsabile del settore giovanile dei bianconeri, fino al 1976.
“Mi portò Giorgio Vitali, iniziai insieme a Silvano Ramaccioni. Eravamo due debuttanti: lui veniva dal Città di Castello in Interregionale, io avevo salvato il Cervia nei Dilettanti”.

Come andò?
“La mia successiva carriera di allenatore la devo agli anni del Cesena. Lì ho conosciuto il calcio ai massimi livelli, lavorando insieme a Radice, Bersellini, Marchioro. In quell’ambiente ho capito quale sarebbe stata la mia strada futura”.

Sempre in Romagna.
“In realtà avevo avuto diverse proposte allettanti: Bersellini mi voleva portare con lui alla Sampdoria, Corso al Napoli. Dovendo scegliere tra il calcio e la famiglia, ho privilegiato la seconda. E così ho ricominciato da Cervia, continuando le collaborazioni come osservatore esterno per diverse squadre di serie A, come Inter, Napoli, Torino, Parma e Fiorentina”.

Nei cinque anni a Cesena quanti talenti ha allevato?
“I nomi sono tanti, da Minotti a Bianchi, da Morganti a Piangerelli e Piraccini. Uno di quelli che mi piace di più ricordare è Maurizio Moscatelli. Era un tipo un po’ pazzerello, che aveva avuto non pochi problemi con la dirigenza cesenate. Seguendolo passo dopo passo ne è venuto fuori un gran portiere”.

Ripercorriamo alcune tappe della sua carriera di allenatore: 1979/82 a Forlimpopoli.
“Terzo e quarto posto conquistato, lanciando tantissimi giovani. Era andata talmente bene che mi aveva preso il Modena. Dovevo fare il Supercorso di Coverciano. Allodi e Bearzot purtroppo litigano e così il supercorso non viene fatto”.

Salta fuori il Cesenatico, che porta in C2.
“Fu Bruno Rossi a propormi il Cesenatico. Mi dice che posso continuare a fare l’osservatore e mi prospetta una squadra di giovani. Alcuni dei quali sono piuttosto forti, come Lorenzo e Paganelli per citarne due. Ricordo che il premio salvezza era di cinque milioni, in realtà vincemmo il campionato con 11 punti di vantaggio”.

Nel 1984 sempre C2, a Forlì.
“Doveva andarci Cinesinho, ma rifiutò. E così Bazzocchi, il direttore sportivo, mi chiese se ero disposto ad accettare la sfida. Il primo anno fu piuttosto turbolento, il secondo andò bene al punto che ancora oggi qualcuno mi ferma per strada e ricorda quell’annata”.

Poi Ravenna un solo anno.
“All’inizio fu durissima. I tifosi non accettavano il mio trascorso a Forlì e non avevano dimenticato una burrascosa gara a Ravenna quando allenavo il Faenza. La buona annata per fortuna sistemò tutto. Mi avevano confermato ma decisi di andare al Sassuolo”.

Sempre in C2.
“In attacco avevo un tipo Cosimo Francioso, acquistato grazie allo scambio di un camion di mattonelle”.

Come?
“I due presidenti lavoravano nella ceramica, e così trovarono un accordo grazie a uno scambio di piastrelle da bagno. Mattonelle a parte si vedeva che aveva qualità superiori: con noi fece 6 gol in 11 partite. Non a caso poi è esploso in altre piazze più importanti”.

Poi Bisceglie in Puglia in C2, e Imola in D.
“Nel frattempo già collaboravo col Parma come coordinatore tecnico, uomo di fiducia di Pastorello e Larini. La società emiliana aveva fatto entrare nella sua orbita il Rivazzurra, chiedendomi di fare il direttore tecnico. Vincemmo un titolo italiano, lanciando numerosi giocatori: Melucci, Mingazzini, Serafini”.

E Imola?
“Avevo preso in mano una squadra a pezzi reduce da numerose sconfitte. Avevano un talento in casa, solo che non se ne erano accorti: Davide Bombardini. Aveva 18 anni, lo levai dalla fabbrica di ceramiche e ne feci il perno della formazione. Ricordo che la sua famiglia non prese bene questa decisione. Per lui è stata la svolta della vita, tant’è vero che quando passò alla Roma sulla Gazzetta mi ringraziò pubblicamente”.

Ha allenato tutte le grandi piazze della Romagna tranne Rimini. Come mai?
“Rimini l’ho solo sfiorato. Ero nel mirino della dirigenza, che alla fine preferì Galdiolo. Col Riccione invece avevo già fatto il contratto, solo che mi arrivò l’offerta del Forlì, difficile dire di no”.

Nel 2004 si accendono i riflettori a Cervia con Campioni.
“A fare il mio nome furono Ramaccioni e Rino Foschi. Gli ideatori del progetto erano alla ricerca di un direttore tecnico. Io in quel periodo lavoravo a Parma. Ricordo che quando gli uomini di Mediaset vennero nella città emiliana a propormi la direzione tecnica della squadra, saputo che ero di Cervia rimasero di sasso, pensavano fosse uno scherzo”.

All’appello telefonano in 90mila per il sogno da tutta Italia.
“Li scremai io insieme allo staff che mi ero creato. Facevamo delle selezioni di 45 minuti con 60/70 giocatori alla volta. In gruppi da 10 avevamo creato delle stazioni di lavoro sui fondamentali. Quelli che se la cavavano venivano segnalati. Così per un mese. La fatica fu enorme”.

Con Campioni si toccano i 2milioni di spettatori.
“Francamente non sentivo la pressione del pubblico. Piuttosto si cercava di trovare un punto d’incontro tra le esigenze televisive e quelle del campo”.

Com’era Ilaria D’Amico?
“Aperta all’apprendimento. Più di una volta ci siamo trovati insieme alla lavagna a parlare di tattica. A volte addirittura mi metteva in difficoltà”.

Non è un po’ assurdo fare una formazione col televoto?
“Buona parte dell’interesse nasceva da lì. Noi i nostri li sceglievamo secondo le qualità. Io poi ero molto pressante. A volte Ciccio Graziani mi diceva di lasciar perdere, io non ne volevo sapere”.

La maglia di Giuffrida vende più di quella di Del Piero.
“Potere della televisione. Se dico che nell’amichevole a Palermo arrivarono 44 mila spettatori, ho detto tutto”.

Poi i riflettori si spengono.
“Era sorto un problema: se fossimo andati in C, dove vige il professionismo, il reality non si sarebbe potuto fare. A dare il colpo di grazia fu poi la sconfitta del Milan in Champions League. Berlusconi ci aveva detto che in caso di vittoria parte di quegli introiti sarebbero stati dirottati a Campioni”.

Si riferisce allo sciagurato Milan-Liverpool?
“Sul 3-0 per il Milan, io e Graziani saltavamo di gioia, e già avevamo stappato la bottiglia. Non farò mai più visto come sono andate le cose. A quel punto anche il progetto se ne andava, insieme alle nostre speranze”.

Nel 2007 viene nominato dirigente tecnico delle rappresentative nazionali della Lega dilettanti.
“Furono Carlo Tavecchio e Alberto Mambelli a nominarmi. È stato il proseguo di un’esperienza tecnica iniziata con persone come Sergio Vatta, Antonio e Francesco Rocca”.

Ora è selezionatore della Nazionale di Beach Soccer.
“Ero stato scelto quale Direttore tecnico, l’allenatore era Fausto Silipo. Il quale però accetta la proposta del Catanzaro. A quel punto cerco di convincere Cabrini e Bonini a guidare la nazionale. Entrambi dicono di no per motivi economici. Allora decido di provare io. Per oltre un anno ho girato il mondo per conoscere meglio il gioco”.

Risultato?
“Al primo appuntamento internazionale, i Mondiali in Francia, siamo Vicecampioni. È il risultato più alto per l’Italia, reso ancor più prestigioso dal fatto che la nostra è una lega di dilettanti. Adesso ci stiamo preparando per gli Europei a Roma nel maggio prossimo”.

E l’Equipe Romagna?
“L’idea arriva nel 1990. Lorenzo, Jozic e Traini erano senza squadra, mi chiesero se potevo allenarli. Decido così di mettere in pieni uno staff e con un piccolo contributo dei giocatori decido di raccogliere coloro che erano senza contratto. Il successo è immediato. Addirittura arrivano personaggi del calibro di Minotti, Nela, Stringara, Di Canio. Paramatti addirittura, da disoccupato finisce alla Juventus”.

È vero che ha allenato l’Osvaldo Soriano Football club, la nazionale degli scrittori?
“Sì, è stata un’esperienza durata un paio d’anni. Scherzando ho sempre detto loro che se scrivevano come giocavano non avrebbero venduto neanche un libro”.

Da sempre fa l’osservatore: qual è il giocatore che l’ha impressionata di più?
“Da ragazzino, Gigi Buffon. Aggiungo anche Nesta. Faceva il fluidificante e lo convocai nella Nazionale Under 16. Andai da Sergio Vatta, che era il responsabile e gli dissi che avevo trovato un grande terzino. Lui mi rispose: «tempo due anni e diventa il miglior centrale del mondo». Passati gli anni riconosco che, per l’ennesima volta, ha avuto ragione”.

Un suo errore di valutazione su un giocatore?
“Pastorello mi mandò a Lugo a visionare Mark Juliano. Nella relazione scrissi che al massimo avrebbe fatto la C1, la serie A non era alla sua portata. Le cose invece sono andate diversamente”.

Le persone a cui è più debitore?
“La mia famiglia. Se non avessi condiviso con loro la mia passione per il calcio non avrei fatto tutto ciò”.

Favorevole alla regione Romagna?
“Non vedo questa grande differenza tra emiliani e romagnoli”.

Il pregio di un romagnolo?
“Sanguigno, deciso, verace e simpatico”.

Il miglior giocatore della storia della Romagna?
“Come atteggiamento e serietà, Minotti. Vicecampione del mondo ai mondiali, impegnato nel sociale, esempio di serietà in campo e nella famiglia”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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