Stacchini, Gino

Intervista pubblicata su La Voce di Romagna il 30 novembre 2009 dal titolo “I piedi d’oro di San Mauro”

Un paese di calzolai non poteva che dare alla luce un calciatore dai piedi buoni. Se aggiungiamo anche poeta, per di più dialettale, ecco che il genius loci sammaurese è rispettato alla perfezione. Questo è Gino Stacchini, il giocatore più titolato della Romagna, dodici stagioni alla Juventus insieme a Sivori, Boniperti, Charles. Mettere piede a casa sua è respirare l’aria del bel calcio, accolti da due fotografie con la maglia della Nazionale (match contro l’Irlanda del Nord, sua una doppietta), e una gigantografia Panini. Lo incontro a San Mauro, suo paese di nascita da cui non si è mai staccato.

Primi calci a San Mauro Pascoli nel campetto di via Veneto. Quali ricordi?
“Ricordi di difficoltà a raggiungere il campo inseguito dal padre che voleva che mi dedicassi ai compiti. Ricordi di un campo piccolo, spelacchiato, con le porte di stracci, dove sognavo di avere un futuro. Ricordi di partitelle e confronti, uno contro uno, dove vinceva il più forte, il più veloce e tecnico. Insomma una palestra del calcio d’allora dove vigeva il confronto individuale”.

Con quale pallone giocavate?
“La calza della nonna o la pallina di caucciù realizzata con la gomma dei nostri calzolai, probabilmente presa di nascosto da qualche fabbrica. Molti operai erano nostri complici visto che nell’intervallo del lavoro venivano a giocare con noi”.

Nel ’55 va alla Juventus.
“Tre volte avevo provato per il Bologna, non era andata bene. Succede invece che l’allora allenatore della Sammaurese, Tosolini, che aveva giocato nella Triestina insieme a Rosetta, scrive una lettera alla Juventus segnalando il mio nome”.

Cosa avviene?
“Vado a Torino per un provino, torno a casa col contratto. Alla Sammaurese andarono 800mila lire, più 500mila se avessi giocato in prima squadra. In aggiunta l’incasso di un’amichevole da giocarsi a Rimini tra la Juve e una rappresentativa romagnola”.

Il 3 aprile del 1958 si gioca quella partita, quale fu l’incasso?
“Un milione con cui la Sammaurese riuscì a finanziarsi diverse stagioni”.

Come fu l’inizio alla Juventus?
“Molto positivo. Iniziai nella Primavera, che era la terza squadra, dopo le riserve e la formazione principale. Il secondo anno, invece, feci alcune presenze in prima squadra, grazie allo spostamento di Karl Aage Praest nell’ala destra”.

Poi arrivò la concorrenza di Stivanello.
“Era il campionato 1957/58, lui arrivava dal Padova ed era un giocatore affermato. Iniziò Stivanello, un infortunio però lo tenne lontano – alcuni malignamente dicono per colpa dei miei scongiuri (e parte un sorriso, nda) – al suo rientro però ho finito per giocare sempre io. Era l’anno di Charles e Sivori in cui abbiamo vinto campionato e Coppa Italia”.

Il suo primo stipendio a Torino?
“Diecimila lire nel ’54, col quale riuscivo a fare l’abbonamento al tram e comprarmi qualche indumento. Per dare un termine di paragone, il pasto che la società spendeva per noi era di 550 lire. L’anno dopo erano saliti a 12mila lire con sette partite in prima squadra”.

È vero che la formazione la facevano Boniperti e Sivori?
“Direi di no, quei due non andavano molto d’accordo. C’era un’accesa lotta per la leadership dello spogliatoio. L’anno del mio primo scudetto, per esempio, la formazione la faceva l’allenatore slavo Ljubisa Brocic, favorito anche da uno stratagemma: siccome non conosceva bene l’italiano sembrava ascoltare tutti, poi alla fine decideva sempre lui”.

Ma quei due erano dei santarelli con gli allenatori?
“Non proprio. L’anno successivo lo scudetto, Brocic venne esonerato e un po’ ci mise lo zampino anche Sivori. Avendo infatti nostalgia dell’amico Renato Cesarini, con cui aveva un legame quasi padre-figlio, spinse perché lui venisse a guidare la squadra. L’inizio di stagione con Brocic non fu buono, ma guarda caso ad allenarci venne Cesarini. Difficile parlare di casualità”.

Il compagno juventino a cui è rimasto più legato?
“Un po’ con tutti. Se devo fare due nomi dico Leoncini e Menichelli, coetanei con cui ho condiviso molto”.

Con Boniperti?
“C’è sempre stata stima reciproca. Basti pensare che ogni volta che incontra un romagnolo gli chiede di portarmi i suoi saluti”.

E il “concorrente” Stivanello?
“Siamo rimasti amicissimi, non a caso nella rimpatriata dello scorso anno a San Mauro è venuto anche lui. Una volta i rapporti erano molto più semplici: l’amico lo era sempre, anche se giocava al tuo posto”.

Lo scudetto più bello dei quattro vinti?
“Il primo, perché oltre ad avere toccato per la prima volta la gioia di un traguardo del genere, ha consentito alla Juventus di raggiungere la stella dei dieci scudetti. Poi mi ha lanciato anche in campo internazionale”.

Quale impatto ha avuto con Torino, lei che veniva da un paesello di poche anime come San Mauro?
“Con la società, in un primo momento, una sensazione di grande considerazione. Non nascondo che poi sono arrivate le prime difficoltà, con le regole da seguire visto che ci veniva richiesto un comportamento rigoroso. Per dirne una, non si poteva andare a ballare: mica facile per noi che eravamo giovani. Purtroppo qualche volta mi hanno anche beccato”.

E il rapporto con la città?
“Molto più difficile. Stavo in un caseggiato, tipo collegio, insieme a tanti ragazzi, in una città che non conoscevo. La nostalgia di tornare a casa era tanta. Il primo anno non vedevo l’ora di essere a San Mauro per Natale e rivedere il paese e gli amici. Ebbene, arrivato a casa, vado al bar e trovo al tavolo da gioco la mia sedia occupata da un altro. Lì ho capito che il mio posto era a Torino”.

I sammauresi la seguivano quando giocava alla Juve?
“Si organizzavano soprattutto per le trasferte vicine, Bologna e Firenze. Teniamo conto che muoversi in quegli anni non era facile come oggi”.

Dopo la Juventus, nel 1967 va un anno a Mantova.
“La Juventus veniva da un periodo difficile, avaro di vittorie, e così i giocatori cosiddetti tecnici come Sivori, Salvadore, il sottoscritto e altri erano stati messi in discussione. La società, in cui iniziava a muovere i primi passi Boniperti, decise di scommettere su Heriberto Herrera. Non era una scelta casuale: per lui il calcio era tutta corsa e dedizione alle sue direttive, a discapito dei giocatori tecnici. In sostanza era stata fatta una scelta contro Sivori”.

Cosa succede, quindi?
“Che Heriberto Herrera inizia a litigare con tutti coloro che erano del gruppo di Sivori. Tra questi ci sono anch’io: alla dirigenza faccio presente i miei dissidi. La società ovviamente appoggia il tecnico. E così, malgrado fossi ancora sotto contratto, chiedo di essere ceduto”.

A Mantova, appunto?
“Volevano mandarmi a Catanzaro, l’accordo però non fu raggiunto. E così è spuntata Mantova, che mi ha consentito di avvicinarmi a casa. Siamo retrocessi, l’anno dopo sono andato a giocare a Cesena dove ho disputato gli ultimi due campionati, avvicinandomi ancor di più a San Mauro”.

Un percorso quasi inverso: dai grandi palcoscenici alla periferia.
“Per fortuna è andata così. Ho come avuto un lampo d’andata alla Juve e un ritorno dove ho potuto fare tutte le tappe intermedie che mi hanno consentito di fare un rientro indolore nei ranghi della quotidianità. Non ho vissuto così il trauma del tornare alla normalità come è successo a tanti”.

Come giudica i suoi due anni a Cesena?
“Erano i primi in B della società. Il primo è stato con tante difficoltà ma ci siamo salvati; il secondo è andato molto bene visto che ha gettato le basi del balzo in serie A avvenuto due anni dopo. Erano stati inseriti giovani come Ceccarelli, Ammoniaci, Catania, Orlandi, che poi hanno fatto il salto”.

Quando ha capito che era ora di fare basta?
“Me l’ha fatto capire il ginocchio. Metà campionato lo avevo giocato mezzala per sollecitarlo meno, purtroppo mi faceva male lo stesso. Così a 33 anni ho appeso gli scarpini al chiodo”.

Sei partite in nazionale, tre gol. Un po’ d’amaro in bocca per così poche gare?
“No, perché allora le partite erano davvero poche”.

Delle sei partite quella che ricorda con più affetto?
“A Bologna contro l’Irlanda del Nord dove feci una doppietta; l’altra a Barcellona contro la Spagna allenata da Herrera dove mi trovai di fronte a Di Stefano e Suarez”.

Dopo il calcio giocato inizia la carriera da allenatore. Il picco più alto lo tocca a Padova dove lancia un certo Alex Del Piero.
“Faceva il militare. Un giocatore tecnicamente perfetto. Ricordo un sabato: appena tornato dalla caserma, lo vedo con poca voglia di allenarsi e decido di fargli tirare alcune punizioni: mette sempre la palla all’incrocio. Gli dico vai pure a fare la doccia, per oggi hai dato abbastanza”.

Nessun rimprovero a Del Piero?
“Solo uno. Se nell’ultima parte del suo percorso avesse accettato di giocare dietro le punte avrebbe prolungato la carriera, avrebbe fatto gli stessi gol e oggi sarebbe ancora in Nazionale. Forse si è fatto prendere dall’adrenalina del gol vedendosi più come punta. A parte questo rimane un grandissimo calciatore che ha saputo adattarsi ai nuovi tempi”.

Nel ’94 guida il Padova nello spareggio per la A contro il “suo” ex Cesena.
“Quando guidi una squadra ovviamente pensi a quella, non puoi lasciare spazio ai ricordi. Il giorno dopo ovviamente mi è dispiaciuto per il Cesena, però è difficile non essere contenti per avere portato una squadra in serie A. Soprattutto dopo una partita combattuta, coi bianconeri in vantaggio con Hubner, che ha poi sprecato il raddoppio, e la successiva nostra rimonta”.

L’anno dopo in A, il suo Padova affronta la Juve.
“E la battiamo pure. Anche qui è difficile lasciare spazio agli affetti, soprattutto se pensi che quella vittoria è stata un tassello della salvezza”.

Il suo gol più bello in carriera?
“A San Siro contro il Milan nel ‘60, rete del 2 a 0 a Ghezzi. E’ stato un gol importante non solo perché ha distaccato una pretendente allo scudetto, ma anche perché qualche giorno dopo a Napoli giocava la nazionale contro la Svizzera”.

Cioè?
“C’erano due maglie in ballo, il sottoscritto e Mora per la Juve, per contro Danova e Fontana del Milan. Nel calcio di quegli anni dove vigeva l’uno contro uno, giocare bene quella partita a Milano significava prevalere sui nostri avversari e conquistare così la maglia della nazionale”.

Andò così?
“Sì, io e Mora giocammo contro gli elvetici, vincemmo tre a zero, io addirittura segnai”.

Il marcatore più ostico che ha incontrato?
“Tarcisio Burgnich”.

L’allenatore a cui è più debitore?
“Brocic perché ha avuto fiducia in me e mi ha lanciato nel grande calcio. Per mentalità e affinità calcistica dico invece Renato Cesarini”.

Nel 2008 insieme al Comune raduna gli ex compagni di squadra che cinquant’anni fa erano venuti in Romagna a giocare quell’amichevole a Rimini.
“Sinceramente non pensavo a una partecipazione così ampia, vista la distanza di molti e l’età che un po’ si fa sentire”.

Invita anche la Juventus di oggi, nessuno però si fa vivo. Un po’ deluso?
“Sì, ho scritto diverse lettere, nessuno ha mai risposto. Qualcosa però sta cambiando. L’attuale dirigenza per esempio sta riallacciando i contatti con gli ex giocatori, addirittura mi hanno inviato la nuova divisa di quest’anno col mio cognome stampato, anche se c’è un piccolo errore”.

Errore?
“Mi hanno inviato la taglia L, purtroppo sono passato a quella successiva (e ride, nda)”.

Che effetto le ha fatto vedere la Juventus in serie B, con un suo dirigente a capo di un sistema?
“Forse pochi lo sanno ma anch’io mi sono scontrato con Moggi. È sempre stato un personaggio poco trasparente, che non si è mai fatto scrupolo di utilizzare mezzi poco chiari per vincere. C’è però una giustificazione”.

Quale?
“La morte di Gianni Agnelli segna la fine di un’epoca e l’inizio di una conduzione societaria basata soprattutto sulla quadratura dei conti. Giraudo e Moggi vengono presi per questo. Entrambi si trovano a dover vincere con pochissimi soldi a disposizione, avendo per contro società con ben altre disponibilità finanziarie come Inter e Milan. Da qui scatta il sistema fatto di minacce, sotterfugi, corruzione e quanto di peggio si possa pensare”.

Un quadro non proprio idilliaco.
“Da inquadrare però nel contesto che ho detto. Quando Moggi diceva «io mi dovevo difendere», dice una verità, perché con poco gli era chiesto di vincere. Detto diversamente: come puoi far competere una Ferrari con una Cinquecento? Nell’unico modo possibile, truccandola”.

Passiamo allo Stacchini poeta.
“E’ da quarant’anni che scrivo poesie. Ho sempre girato col libretto dove appuntavo delle annotazioni. Il là mi è arrivato dopo che ho scritto una poesia dedicata a Cesarini. Poi è arrivato Sivori, poi Castano, poi Boniperti…e la lista si è allungata”.

È stato anche uno dei primi calciatori gossippati per la sua storia con la Carrà.
“Malgrado abitassimo vicini ci siamo incontrati per caso a Roma grazie ad amici comuni. Ci siamo frequentati per circa un anno e mezzo, la cosa bella è che siamo rimasti grandi amici”.

Chi è il miglior giocatore di Romagna?
“Eraldo Pecci”.

Favorevole alla Regione Romagna?
“Come convenienza direi di sì; in un mondo però che va verso l’unione e la globalizzazione non vedo la necessità della Regione”.

Favorevole all’insegnamento del dialetto nelle scuole?
“Molto favorevole”.

Il pregio dei romagnoli?
“La schiettezza e l’ospitalità”.

Il difetto?
“Lo dico in dialetto: dal volti a s’imcapunem tropp”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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