Cinquetti, Giordano

Intervista pubblicata su La Voce di Romagna il 10 maggio 2010 “L’ala capace di volare in alto”

Lo scrittore Fernando Acitelli ne ha cantato l’elogio, quello della solitudine dell’ala destra. Ruolo quasi in via d’estinzione, un tempo chiamato semplicemente tornante, su e giù lungo una striscia di campo delimitata dal bianco del gesso. Giordano Cinquetti, nella metà degli anni ’70, è stato una di quelle ali che hanno “volato” in alto nel panorama nazionale, tassello di quel miracolo Perugia arrivato tra le grandi (sesto posto). Trottola in campo ma anche in giro per l’Italia (da Udine a Lecce), ha sempre avuto un suo punto di riferimento: Rimini. Luogo dove tutt’oggi vive e allena (i giovani della Berretti), maglia biancorossa cucita addosso come un abito da sera, vestita in tre diverse fasi della sua carriera. Ci incontriamo sul campo in sintetico di Miramare, ovviamente seduti sulla panchina dove abitualmente guida le sue giovani speranze.

Cinquetti, cognome piuttosto “pesante” nella musica.
“Non è possibile”.

Che cosa?
“Era la prima domanda che mi facevano quando giocavo”.

Cioè?
“In tutte le interviste, e dico tutte, mi chiedevano se ero parente della cantante”.

Lo è?
“No, e non l’ho mai conosciuta. Tenga conto che Cinquetti è un cognome abbastanza diffuso nel veronese”.

Meglio il pallone, allora. Primi calci dove?
“In una squadretta dell’oratorio, la Tebaldi, com’era consuetudine in quegli anni”.

Il Verona come arriva?
“A 14 anni vengo selezionato per un provino davanti agli occhi Liedholm, che allenava la squadra veneta. Era la prima volta che mi allontanavo da casa. Vengo preso, dovevo cambiare tre pullman prima di arrivare al campo”.

Via di casa in piena adolescenza…
“Una specie di evento, una volta ci si spostava di meno. Ricordo un torneo giovanile a Bolzano, mi sembrava di andare chissà dove. Stessa cosa in un’amichevole a Bologna. In quegli anni il mondo era più piccolo”.

Con gli Scaligeri debutta in serie A.
“In precedenza ero stato in panchina a Napoli, davanti a un Altafini che non faceva altro che beccarsi col suo pubblico. L’esordio è avvenuto nel maggio del 1972, avevo 18 anni, contro la Roma all’Olimpico. Sostituisco uno dei miti del calcio scaligero: Gianfranco Zigoni”.

Che tipo era Zigo?
“Un estroso. Mi aveva preso in simpatia. Aveva il porsche e mi portava in stazione a prendere il treno”.

Un aneddoto su di lui.
“In difesa giocava Klaus Bachlechner: grande temperamento, piedi un po’ ruvidi in anni in cui i piedi buoni li avevano quasi tutti. Zigoni fermo come un palo in mezzo al campo gli dice: «pensa, anche uno coi tuoi piedi gioca in serie A. Adesso guarda come si gioca a calcio». E ha iniziato a fare dei numeri col pallone. Questo era Zigoni”.

Un cavallo pazzo.
“Malgrado il Verona abbia vinto uno scudetto, ancora oggi lui è considerato il numero uno”.

Torniamo a lei. Nel 1973 passa al Rimini.
“In maniera un po’ curiosa. Durante le finali della Berretti, Titta Rota, allenatore della Cremonese, mi avvicina e mi chiede di andare con lui nella squadra lombarda. Passano pochi minuti e viene da me Rino Cavalcanti ds del Rimini, e mi chiede di andare al Rimini”.

Due richieste in pochi minuti.
“A quel punto interviene il presidente del Verona Garonzi, che mi destina a Rimini”.

Deluso di essere andato in C?
“No, i progetti erano ambiziosi, si puntava al salto di categoria. Arriviamo due volte secondi, il terzo saliamo in B, la prima volta nella storia biancorossa”.

Com’era il calcio a Rimini in quegli anni?
“Ricordo l’entusiasmo della gente. Un’ora e mezza prima della gara lo stadio era pieno zeppo. Già quando facevi il riscaldamento la carica era strepitosa”.

È ancora così, oggi?
“Un po’ meno. Una volta c’era più passione. Oggi bastano due sconfitte per allontanare la gente dallo stadio. Sono le vittorie a spingere le persone nei campi”.

Dopo Rimini, Perugia in serie A.
“Gioco tanto e realizzo sette reti e non sei come invece scrivono gli almanacchi. Una mi è stata tolta ingiustamente contro il Catanzaro, per un tocco del portiere”.

Stagione esaltante, sesti in classifica.
“Grande gruppo, guidato da un allenatore innovatore come Castagner. In casa eravamo un rullo compressore, sconfitti solo dall’Inter”.

Malgrado l’ottima annata nel 1977 va a Pescara.
“Per colpa di un litigio tra il Rimini e il Perugia per Salvatore Bagni. Così almeno mi ha raccontato Cavalcanti”.

Si spieghi.
“Cavalcanti scopre Bagni al Carpi, però non ha i soldi per acquistarlo. Va da Ramaccioni, direttore sportivo del Perugia, e gli propone di acquistarlo a un patto: il primo anno gioca a Rimini, se va bene passa al Perugia. Neanche un giorno e si viene a sapere che Bagni viene acquistato dal Perugia. A quel punto ci vado di mezzo io che ero in comproprietà tra Rimini e Perugia”.

E così va a Pescara, sempre in A.
“Tre stagioni altalenanti: retrocessione, promozione, ancora retrocessione. Il primo anno era anche la prima volta del Pescare in A. Malgrado l’ultimo posto, lo stadio era sempre pieno, con gente da tutto l’Abruzzo. Un infortunio con tanto di tre gessi non mi ha consentito di giocare tanto”.

Nel novembre del 1980 va a Udine.
“Malgrado fosse in B, mi è dispiaciuto allontanarmi da Pescara. L’annata di Udine è stata caratterizzata da uno strappo muscolare nella seconda parte di stagione: mi ha costretto a chiudere con largo anticipo il campionato”.

Sarà la sua ultima apparizione in A.
“L’anno dopo vado a Lecce, poi torno a Rimini”.

Come mai ancora in Romagna, addirittura in C?
“Mi convince Renzo Corni: «piuttosto che giocare in B per salvarti, vieni in C dove si lotta per vincere il campionato», queste le sue parole. L’allenatore era Sacchi”.

Com’era l’uomo di Fusignano in quei tempi?
“Un martello pneumatico. Eravamo una grande squadra composta da giocatori motivatissimi con un passato di A e B, e i migliori giovani d’Italia: Zoratto, Bianchi, Zannoni, Pecoraro, De Napoli, Gaudenzi”.

Tutto bene, però?
“Arriviamo quarti. Per Sacchi un’ottima stagione, per il sottoscritto dovevamo vincere il campionato”.

Dopo Sacchi, arriva Materazzi.
“Annata diversa, i piani alti erano un ricordo, si lottava per la salvezza”.

Per Rimini è vero amore, ci ritorna per la terza volta nel 1986.
“Rimini è sempre stata nel mio cuore. Basti pensare che quando giocavo nel Perugia in A, il primo risultato che chiedevo era sui biancorossi. Difficile dimenticare la prima società professionista dove ho giocato; a Verona, infatti, ho praticamente fatto solo le giovanili”.

A 36 anni va a Lecco in Interregionale.
“Mi vuole Jaconi, battiamo il record totalizzando 12 vittorie di fila. Andiamo in C2”.

Di appendere le scarpe al chiodo non se ne parla.
“L’ultimo calcio è stato a 41 anni, dopo aver giocato a Santarcangelo e Rivazzurra. Qui poi ho iniziato ad allenare le giovanili”.

A un certo punto, però, ha detto basta.
“Per colpa dei tendini, non mi consentivano più da giocare”.

Decide di fare l’allenatore.
“Una scelta quasi ovvia. Dall’età di 14 anni non ho fatto altro che masticare calcio”.

Vince due titoli nazionali con la Juniores.
“In entrambi con Firmino Pederiva: a Rivazzurra come suo collaboratore, a San Marino nel ’97 come allenatore, lui responsabile del settore giovanile”.

Sempre a San Marino, fa il salto coi “grandi”.
“Si lanciavano tanti giovani e quindi la società aveva pensato a me”.

Che poi prosegue a Lugo, Bellaria, Verucchio…, alla fine decide di tornare ai giovani. Come mai?
“San Marino a parte, non ho mai preso tutti i soldi pattuiti. Visto che per me era un lavoro, oltre che una passione, tanto valeva accettare la proposta di guidare la Berretti del San Marino”.

Che differenza trova tra i giovani dei suoi 18 anni e quelli di oggi?
“Un mondo diverso. Un tempo l’allenatore era un’autorità rispettata a cui i giovani non potevano dire nulla. La parola del mister era sacra. Non passava neanche nella mente di un ragazzo di contestare l’allenatore. Oggi basta una sostituzione per creare dei malumori”.

Come spiega che in Italia giocano migliaia di giovani, talenti però non se ne vedono?
“Semplice, perché non vengono fatti giocare. Un esempio: Tardelli nel 2000 ha vinto il titolo europeo con l’Under 21, con tre soli titolari nelle loro squadre di club. Le sembra possibile ciò?”.

Qual è il talento di cui va più orgoglioso d’aver lanciato?
“Pierpaolo Caminati, vincitore del campionato di C2 a Padova. Un protagonista in campo, che avrebbe potuto giocare in altre categorie, purtroppo si è un po’ perso. Aggiungo anche Alessandro Ligi e Francesco Amantini entrambi oggi al San Marino”.

Undici gol in serie A: quale il più bello?
“Ne dico tre: nel Perugia contro la Roma e la Lazio (3-0 la prima gara, 2-0 la seconda, nda), a Pescara contro il Milan (2-1 il finale per gli abruzzesi, nda)”.

Il marcatore che ha sofferto di più?
“Quelli della Juventus. Qualsiasi partita giocassero, contro le grandi o contro squadre che lottavano per la salvezza come nel mio caso, avevano una determinazione da non credere. Lì ho capito perché vincevano”.

Un nome?
“Sono stato marcato da Gentile, Cuccureddu e Cabrini. Di questi, Gentile è il meno dotato tecnicamente. Eppure a Torino non ho fatto altro che corrergli dietro, quando in realtà doveva essere il contrario”.

Se non avesse fatto il calciatore cosa avrebbe fatto?
“Probabilmente avrei lavorato in fabbrica, giovanissimo ero aiuto tornitore. Il calciatore l’ho fatto per passione, ripagato dalla mia determinazione”.

Il suo primo stipendio da calciatore?
“A Rimini 550 mila lire al mese. A Verona, invece, prendevo solo i soldi per il pullman”.

L’allenatore a cui si sente più debitore?
“Cadè, Castagner e Giagnioni: oltre che allenatori, erano dei padri”.

Lei si sente romagnolo?
“Ho vissuto 20 anni a Verona, da 37 sono a Rimini, tragga lei le conclusioni”.

Sa parlare il dialetto?
“No, ma lo capisco bene”.

Il migliore giocatore romagnolo?
“Eraldo Pecci”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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