A Fratta Terme si gioca a ritmo di musica
Un pomeriggio nel campo intitolato alla memoria di Vasco Spazzoli fondatore della società sportiva
Quarant’anni di giornalismo sportivo raccontati su Il Resto del Carlino

Gli amori sportivi di Luca Serafini (nella foto a destra di mister Bisoli) si dispiegano lungo la via Emilia su una distanza di 130 chilometri. Sono quelli che dividono Modena, sua patria natale e di vita, da Cesena, suo habitat professionale. Per oltre 30 anni ha vissuto nella città malatestiana raccontando il Cesena dei sogni nella massima espressione (vedi alla voce serie A), per passare a quello nei campetti di periferia nella serie D dove alla parola stadio subentrava il centro sportivo. In questa intervista racconta i suoi 40 anni di giornalismo sportivo ne Il Resto del Carlino tra trasferte, partite, avventure e finanche delusioni che non sono mancate.
Luca, come è nato il tuo amore per il giornalismo sportivo?
Ho iniziato a 17 anni nelle radio e nelle televisioni libere facendo di tutto: sport, cronaca nera, giudiziaria, le provincie e quant’altro. Per dieci anni ho fatto una trasmissione sul Modena, dal titolo “Canarini alla sbarra“, eravamo dei pionieri. Dal 1980 sono entrato a Il Resto del Carlino, nove anni dopo sono andato nella redazione a Cesena dove sono stato 32 anni. Ho fatto l’inviato del Cesena calcio girando tutta l’Italia, ma facendo anche altro perché nelle redazioni di provincia si fa di tutto. Adesso sono in pensione e posso dedicarmi al mio grande amore, lo sport e in particolare il calcio.
A calcio hai anche giocato?
Chi non sa usare i piedi utilizza le mani. Ho giocato a pallamano a livelli modesti infortunandomi quasi subito. Questo a conferma che chi sa giocare lo fa con i piedi.
La passione per il calcio l’hai sempre avuta?
Più che il calcio mi piacciono le storie di sport. Il calcio è il riassunto di come va il Paese. Quello che è successo nella Federcalcio è lo specchio fedele di quello che stiamo vivendo. Il calcio è agonismo ma anche economia, costume, passione: comprende tutte quelle componenti che compongono la società e la vita. Tanti giornalisti sono partiti dallo sport per allargare poi i loro interessi. Ai ragazzi che si approcciano al mestiere dico: mi raccomando non guardate soltanto il campo e il gesto atletico, andate oltre, leggete tante altre cose che fanno il contesto. Un esempio lampante sono le cronache sportive; fino agli anni ’70 e ’80 era una mero racconto di quello che avveniva in campo nel tal minuto, oggi se fai una cosa del genere ti chiamano l’ambulanza per il ricovero. C’è stata un’evoluzione totale del racconto che ha virato sul commento. Quindi, gesto atletico sì ma c’è anche tanto altro.
La storia di sport che ricordi con maggiore passione?
Siamo a Cesena e il mio pensiero va a Enzo Ferrari. Aveva dei forti legami con la città. Non solo suo figlio Piero si era sposato nella Basilica del Monte da Frate Chierici. Ma lo stesso Enzo era legatissimo al Frate. Quando successe la tragedia nella Mille Miglia vicino a Mantova con tanti morti inclusi dei bambini, Ferrari andò in crisi profonda al punto che voleva abbandonare il mondo dell’auto e buttarsi negli elettrodomestici. Venne a Cesena, parlò con Frate Chierici dicendogli del suo intento: il frate gli fece cambiare idea. Questo per dire come la città ha avuto una grande importanza per Ferrari, e come le storie di sport finiscono per intersecare tanto altro.
Hai avuto dei maestri o punti di riferimento sportivi?
Mi sono sempre piaciuti Beppe Viola, Maurizio Barendson e Gigi Garanzini. Dei tre cito un capolavoro di Viola alla Domenica Sportiva: esordio di Franco Baresi nel Milan. Nel servizio in tv dice: “il miglior libero d’Italia, Freda e Ventura permettendo’. Questi ultimi erano scappati dal carcere in Calabria accusati della strage di Piazza Fontana. Ho sempre avuto una predilezione per i giornalisti che hanno fantasia, brio, creatività, non a caso Viola è stato un compare di Enzo Iannacci. Qualche maestro importante mi ha sempre detto: quando scrivi un pezzo fai in modo che quando vieni letto si capisca che l’hai fatto tu.
Calcisticamente per chi tifi?
Il Milan in serie A, Cesena e Modena in serie B.
Quindi sei bigamo lungo la via Emilia.
Sì. Modena è la città che mi ha dato i natali e dove abito, anche se ho casa a Cesenatico. Cesena mi ha dato i contributi con quasi quarant’anni di Carlino. È una città a cui sono troppo legato.
Partita Cesena-Modena: per chi tifi?
Cerco di non guardarla e spero faccia punti chi delle due ne ha più bisogno.
C’è una partita che non dimentichi?
I grandi trionfi del Cesena con Castori e Bisoli. Ci sono state partite leggendarie che ho condiviso con chi ama Cesena più di tutti: Giovanni Guiducci. Chiamarlo storico bianconero mi pare riduttivo. L’ho visto piangere a Latina e nel far west di Lumezzane…
Vittorie ma anche delusioni.
Ricordo ad Empoli quando dopo trent’anni di A e B, il Cesena finisce in C. Edmeo Lugaresi in tribuna ha gli occhi lucidi. Di fianco a lui c’è Renato Lucchi che gli sussurra: “si potrebbe pensare anche un fallimento pilotato” Edmeo lo guarda con le lacrime e gli dice secco: “finché ci sono io il Cesena non fallirà mai”. È successo anni dopo ma c’era suo figlio.
Il giocatore che ricordi più passione?
In campo Gianni Rivera, ma impazzivo per Nereo Rocco come allenatore. Sai come spiegava l’esclusione di un giocatore dagli undici? In dialetto gli diceva: “è stata la decisione della signora Maria”. Era la sua moglie. Un’altra passione è stata per il Grande Torino. Insieme a Coppi e Bartali e il discobolo Adolfo Consolini rappresentano la rinascita dell’Italia dalle macerie della guerra. Ancora ad oggi quella squadra è l’unica chiamata ancora “Grande” perché è stata di tutti gli italiani non solo dei tifosi granata.
Il giornalismo sportivo per te ha significato tante trasferte in giro per l’Italia.
Non le ho contate di preciso ma saranno state circa 600. Sono entrato in 145 stadi, dalla serie A alla D. Quello che ricordo con più particolarità? L’Adriatico di Pescara. Era l’unico dove quando andavi al gabinetto riuscivi a vedere anche la partita (parte la risata, nda).
Come è stato vivere un campionato in serie D dopo tanti annate nei professionisti?
Un’esperienza bellissima che ha fatto vedere il vero attaccamento della gente per la squadra. Un po’ come in questa stagione dove sulla fiducia davanti a tante incertezze 7mila hanno sottoscritto l’abbonamento. Il Cesena non è una squadra di calcio ma il simbolo di un territorio che è la Romagna. Ricordo un simpatico detto del compianto Carlo Ceccaroni che ti fa capire in quale città si è: se prendi una palla, la butti in alto e la colpisci di bagher sei a Ravenna; se le metti in un canestro sei a Forlì; se gli dai un calcio sei a Cesena; se la prendi e chiedi quanto costa sei a San Marino. Dal 1940 al 2021 questa società è sempre stata in mano a dei cesenati. Adesso è degli americani ma è il calcio in generale che va in questa direzione.
In quest’epoca così televisiva e social come vedi il futuro del giornalismo sportivo?
Più che il giornalismo esiste la comunicazione. I percorsi d’un tempo sono molto più complicati, tuttavia ci sono altre opportunità come gli uffici stampa e il web. Sono cambiati i modi e i metodi. Quello che bisognerebbe fare è controllare di più i social. Ai ragazzi dicevo sempre: guardate Facebook e Instagram perché possono essere spunto di notizie ma mi raccomando controllate sempre. E fatelo all’antica: chiamate il bar, la parrocchia, il vicino di casa, andate di persona. Il giornalismo è questo.