Maurizio Orlandi

“Con il graffio del Micio”, La Voce di Romagna 25 maggio 2010

Quando un giocatore riesce a far parlare persino Topolino, è difficile che non lasci un segno nella storia. Maurizio Orlandi quel segno l’ha lasciato il 30 marzo del 1975 a San Siro: il Cesena batte per la prima (e unica) volta l’Inter, passa una settimana e Peperon de Paperoni veste la maglia bianconera, vicino a un acquario con un cavalluccio marino. Giovanili tutte cesenati, quelle di Orlandi. Gigi Radice lo lancia nel grande calcio, al punto da meritarsi la convocazione nella Nazionale (Under 21 e 23). Arrivano poi Sampdoria e Lecce, tra A e B, annate da leader e capitano, e una voglia di giocare che ancora oggi non se ne vuole andare (chi vuole vederlo può fare un salto il fine settimana tra gli amatori). Ci vediamo nel suo ufficio a Cesena e mi colpisce il suo modo franco di argomentare, spesso sorretto dall’intercalare dialettale.

Tutti la chiamano “Micio”, perché?
“Da Maurizio. Me lo diede mia sorella, così è rimasto. Oggi è talmente parte di me che se mi chiamano col nome di battesimo non mi giro neanche”.

I primi calci?
“A Zurigo, per motivi legati al lavoro dei miei genitori. Difficile la vita per un italiano in quegli anni da quelle parti”.

Perché?
“In alcuni locali c’era: «vietato l’ingresso ai cani e agli italiani». Penso di avere detto tutto. Per questo motivo sono stato costretto a frequentare un collegio a Lugano”.

Ritorna poi in Italia.
“Vista la mia passione, mio zio paterno, Carlo Orlandi, con un passato da calciatore, decide di ospitarmi a casa sua. E così a 12 anni ho iniziato nei pulcini del Cesena. Giocavo centravanti”.

Nei bianconeri si fa tutta la trafila delle giovanili.
“Sotto la guida di un grande maestro: e Pec, Pecci all’anagrafe. Ore e ore a insegnarmi come calciare il pallone nelle forche. Oggi la tecnica la insegnano solo a ragioneria, un tempo era il pane di ogni calciatore”.

Un’altra differenza rispetto a quegli anni?
“Un tempo ti facevano diventare prima uomo, poi calciatore. La disciplina, la capacità di soffrire in silenzio, la determinazione su un obiettivo, erano sfide per farti crescere. Gli allenatori ti mettevano alla prova. Oggi tutto ciò è impensabile: basta una panchina per creare sommovimenti di genitori”.

Stagione 1971/72, esordio con Radice.
“Avevo 17 anni. Partita contro il Como, entro nel secondo tempo al posto dell’amico Catania. Sconfitti di misura, esco dal campo deluso. Ricordo che qualcuno per consolarmi mi disse «tutti i grandi campioni debuttano con una sconfitta». Radice per me è stato un maestro di vita, quasi un padre. Lui mi ha inventato tornante”.

L’anno dopo è una pedina importante della storica promozione del Cesena in A.
“Insieme a un gruppo di giovani cresciuti nel vivaio. Cesena era simbolo e orgoglio per tutta la Romagna. Un raggio di luce in piena austerity”.

Si riferisce a quella del ’73?
“Certo. Avevo dei parenti di Villalta che venivano alla partita su un carro, armati di vino e cibo romagnolo. C’era chi raggiungeva lo stadio a piedi, chi in bici. Un’atmosfera quasi surreale”.

Sempre quell’anno diviene figurina Panini.
“Piccolo riquadro. L’anno dopo è stato più particolare. Vengono a farmi la foto, io non ci sono, e così mi ritrovo ad essere una figurina introvabile, al punto che Mazzola e Rivera insieme non bastano per avere Orlandi”.

Esordio in A contro il Torino.
“Pioveva a dirotto. Una montagna di gente sopra le gradinate in tubi Innocenti, tutti infagottati. Un’immagine quasi da far paura”.

Il mister è Bersellini. Che differenza con Radice?
“Radice più psicologo, Bersellini più lavoratore, con preparazioni pesantissime. Anche se, col senno di poi, paragonate a quelle dirette da Fascetti, con Bersellini ho fatto delle scampagnate con gli amici”.

Personaggio piuttosto duro, si è sempre detto di Bersellini.
“Un uomo molto onesto, forse poco elastico. Alla Sampdoria ho avuto momenti di incomprensione. Soffrivo d’insonnia e ovviamente ciò si ripercuoteva nel mio rendimento, lui pensava che facessi vita poco sana. Altre incomprensioni sono avvenute sul ruolo. Insomma non sempre tutto è filato liscio”.

Negli anni del Cesena arriva la convocazione con l’Under 21 contro la Francia.
“A Parigi, con Antognoni, Pulici, Rocca, Roggi, insomma il meglio del calcio di quegli anni. Avevo comunque già esordito con la Nazionale di serie B.”.

L’anno dopo arriva l’Under 23 davanti al pubblico di Cesena.
“Contro la Jugoslavia, l’allenatore era Bearzot. La gara finisce 2-2. Anche se la più bella gara con l’Under è stata a Londra, in un’amichevole contro il Chelsea, davanti al principe di Edimburgo. Ricordo che aveva delle scarpe talmente lucide che quasi mi specchiavo”.

Rammaricato di avere fatto solo una breve esperienza in Nazionale?
“A vent’anni avevo raggiunto l’apice, ed ero considerato la riserva di Domenghini. Ricordo un’amichevole a Firenze tra la Nazionale maggiore e l’Under: contro, avevo gente come Mazzola, Boninsegna, Rivera e Riva. Quello che mi è mancato è stata la continuità, dovuta al calo nella Sampdoria, di cui ho detto prima. Il mio rendimento è venuto meno, a quel punto sono arrivati altri”.

Realizza lo storico gol a San Siro: Inter-Cesena 0-1.
“Spero sempre che qualcuno non ne faccia un altro e offuschi quel record (e ride, nda)”.

Beh, nella storia ci rimane comunque.
“Era il giorno di Pasqua. Quei due punti hanno voluto dire la salvezza per il Cesena, mentre per un fortunato vincitore al Totocalcio ben 900 milioni di vincita. Mi sarei aspettato almeno una cartolina con un grazie, magari dalle Hawaii, invece…(parte un’altra risata, nda)”.

Nel 1975 alla Sampdoria. Come mai?
“Qualche mese prima Mazzola mi aveva detto: «il prossimo anno giocherai con me all’Inter». Con un certo timore vado da Manuzzi e gli faccio capire che se fossi stato ceduto mi sarebbe piaciuto giocare in una realtà più grande del Cesena”.

E invece?
“Una mattina mia sorella mi mette sotto gli occhi il giornale che dà notizia della mia cessione alla Sampdoria”.

Un fulmine a ciel sereno.
“Uno degli acquisti più onerosi del mercato: 600 milioni più la comproprietà di Sauro Petrini. Savoldi era andato al Napoli per un miliardo, Loris Boni alla Roma per 800 milioni. Poi arrivavo io. Ma la sa la cosa comica? Passano i giorni e nessuno mi dice nulla. Allora mi muovo da solo: mentre ero al mare a Cesenatico, vado nelle cabine della Sip, sotto il grattacielo, chiamo in sede la Sampdoria e mi presento così: «dovrei essere un vostro giocatore, mi dite cosa devo fare?». Pare incredibile, ma è avvenuto tutto così”.

La Samp di quegli anni era una squadra di secondo piano.
“Quasi come il Villalta. Un episodio dà l’idea: siamo in ritiro, mi danno il vestiario. La canottiera mi arriva all’ombelico, chiedo al magazziniere di averne un’altra più grande. Vedo di nascosto il magazziniere che si mette a tirare la maglia per allungarla”.

In serie A.
“Gli episodi sono tanti. A Genova quando ci allenavamo ci spogliavamo vicino a dei pollai. Marcello Lippi ne è testimone. Come gli spogliatoi a Marassi divisi in due da un muro e l’allenatore costretto a parlare prima a una parte poi all’altra. Per fortuna ci ha pensato Bersellini ad abbatterlo”.

L’organizzazione non era il massimo.
“Basti pensare che il presidente (Lolli Ghetti, nda) l’ho conosciuto dopo sei mesi che giocavo a Genova”.

Eppure ci gioca sei anni.
“Due anni in A, quattro in B. Conoscendo negli ultimi due anni Paolo Mantovani, personaggio eccezionale che ha dato una svolta alla società”.

Racconti un episodio.
“Ero arrabbiato perché gli stipendi non arrivavano e avevo contratto delle cambiali per l’acquisto della casa. Mantovani, quel tempo solo dirigente, mi avvicina e mi chiede cosa avessi. Gli spiego la situazione, lui di punto in bianco mi firma un assegno di cinque milioni. Io non lo conoscevo neppure”.

Lo rivede nel 1979 quando diventa presidente.
“In quanto capitano mi chiamava a rapporto ogni settimana per sapere come andavano le cose. Peccato solo per l’ultimo anno: mi sarebbe piaciuto chiudere la carriera a Genova e invece le cose sono andate diversamente. Non per colpa di Mantovani”.

Nel 1981 va a Lecce.
“In maniera rocambolesca. Ultimo giorno di mercato, il Lecce gioca a Rimini. Salgo sul pullman di ritorno della squadra e firmo il contratto. Lecce rimane un’esperienza bellissima”.

Gioca cinque anni, è il perno della prima volta in A della squadra pugliese.
“Il mister era Fascetti. Squadra senza nomi eclatanti, gruppo fortissimo. Peccato che in A quella squadra sia stata smantellata con l’arrivo di tanti giocatori (Barbas, Pasculli, Causio) che non c’entravano nulla con quel progetto”.

E così passa all’Ancona in C1.
“Esperienza da non credere, l’allenatore era Bruno Pace. Un episodio: mi dicono che ci si allena alle 15,00. Vado alle 14.15 e non trovo nessuno. Si fa l’ora dell’allenamento e siamo in 5! L’allenatore si presenta alle 15.45. Questa la situazione. E pensare che eravamo una squadra piuttosto forte con Arrigoni, Ceramicola, Recchi”.

Chiude a Forlì in C2.
“Mister era Franco Varrella, grandissimo allenatore. Le scarpe le metto al chiodo a 36 anni nel peggiore dei modi”.

Perché?
“Ultima partita a San Lazzaro in Interregionale. Subiamo il secondo gol, un mio compagno inizia a esultare. Insieme a Corrado Benedetti rimaniamo esterrefatti. Lì non ci ho più visto: mi son trovato negli spogliatoi in lacrime. A quel punto ho capito che era ora di fare basta, quello non era più il mio mondo”.

In realtà non smette, ancora oggi gioca negli amatori.
“Il calcio per me è come una droga. Difficile farne meno”.

L’avversario più ostico?
“Kawasaki-Rocca: una forza della natura”.

Favorevole alla Regione Romagna?
“Sì, solo se Cesena è il capoluogo”.

Lei parla dialetto: lo insegna ai suoi figli?
“Ho sposato una milanese, quindi è un po’ difficile”.

Il miglior giocatore della Romagna?
“Giampiero Ceccarelli. Una bandiera e un ottimo esempio per il calcio e la Romagna”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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