Mirco Paganelli

Pubblicato su La Voce di Romagna 11 maggio 2011, “Un’indimenticabile Primavera”

Mirco Paganelli è stato qualcosa di più di una promessa del calcio. E’ stato un fiore sbocciato in piena primavera, che al momento del germoglio definitivo un parassita ne ha impedito la maturità. In quale altro modo si può raccontare una carriera, iniziata nelle prestigiose giovanili del Torino, esordio serie A con Gigi Radice a 19 anni al posto di Eraldo Pecci, tra i migliori nella Pistoiese sempre nella massima serie. Poi passa solo un anno e finisce sul lettino del medico per un’intera stagione a causa di un problema ai polmoni. Il calcio è fatto così, un po’ come la vita, non sai mai quale direzione può prendere. Incontro Paganelli a Savignano Mare, dove gestisce un’attività. Ciò che colpisce di lui è il distacco dal mondo del pallone: è il passato, un bel ricordo, ma niente di più. E pensare che è stato uno dei giovani centrocampisti più quotati alla fine degli anni ’70.

Lo sa che il suo nome è su Wikipedia?
“L’ho saputo. Non ho il computer ma qualche amico me l’ha detto. All’inizio faticavo a capire cosa fosse, quando poi l’ho letto sono rimasto stupito anch’io. Anche perché la scheda è dettagliata e con le informazioni giuste”.

Strano effetto vedersi su internet?
“Niente di particolare. Per me il calcio è un’esperienza passata”.

Primi calci nella sua San Mauro.
“Naturale è il mio paese. In quegli anni non ci si muoveva tanto”.

Poi arriva la chiamata del Bellaria.
“Grazie a Ferruccio Giovanardi. In quegli anni Bellaria era un po’ la culla dei settori giovanili della Romagna”.

Incontra uno sconosciuto di nome Arrigo Sacchi.
“Era alle prime esperienze e si vedeva che aveva qualcosa di diverso rispetto agli altri. Quello che mi colpiva era il suo atteggiamento da professionista, la sua maniacalità dei dettagli”.

Aveva già le sue idee di intensità, zona, schemi…
“Già in quegli anni. Un dato per rendere l’idea: giocavo a centrocampo, feci nove reti. Piuttosto inusuale per un giocatore d’allora. Era il suo gioco offensivo a valorizzare gli inserimenti e il lavoro dei centrocampisti”.

Grandi cose al Bellaria che le valgono nel 1978 il passaggio al Torino.
“Il primo anno con la Primavera. Il secondo aggregato alla prima squadra dove ho fatto l’esordio in serie A”.

Fece un provino per il Toro?
“Paradossalmente ne feci con altre squadre, nessuno coi granata. Il comico è che ne feci ben tre con l’altra squadra di Torino: la Juventus. Sembrava che il trasferimento fosse fatto, poi invece si fece avanti il Toro che senza pensarci due volte mi prese”.

Erano anni nei quali il settore giovanile del Torino era un modello quasi europeo.
“La prima squadra allenata da Radice lottava per lo scudetto insieme alla Juve, mentre il settore giovanile guidato da Sergio Vatta cercava di raccogliere alcuni tra i migliori giovani d’Italia, per citare alcuni miei compagni: Sclosa, Mandorlini, Bonesso”.

L’impatto con Torino?
“All’inizio difficile. Era la prima volta che mi allontanavo da casa. Abitavo sopra la sede della società insieme a tanti altri ragazzi. Poi col tempo mi sono fatto le ossa”.

I derby con la Juve?
“Già nella Primavera, la rivalità traspariva nell’aria che si respirava. Ricordo gli stadi sempre pieni, e le vittorie: vincevamo quasi sempre noi, anche perché eravamo più forti”.

Quanto guadagnava in quegli anni?
“Se raffrontato ad oggi pochissimo: 200 mila lire al mese”.

L’esordio in prima squadra?
“All’inizio feci tanta panchina. L’esordio a 19 anni, nel settembre del 1979 in trasferta contro l’Avellino al posto di Eraldo Pecci. Alla fine della stagione le presenze furono cinque”.

Ciccio Graziani, Claudio Sala, Paolino Pulici… c’era nonnismo nello spogliatoio?
“No, anzi ci aiutavano a crescere. C’era la consapevolezza che la crescita di un giovane significava la crescita della squadra”.

Stagione 1980/81 passa alla Pistoiese. Deluso?
“Assolutamente no, la Pistoiese era in serie A. Era il mio anno del militare e quindi purtroppo non potevo allenarmi con regolarità. Giocai tanto lo stesso, 25 gare su 30. Feci una buona stagione, anche se purtroppo la squadra retrocesse”.

Alla Pistoiese conosce il “celebre” Luis Silvio Danuello: era veramente così scarso?
“Delle gran qualità non ne aveva, lo si era capito sin dai primi allenamenti. Diciamo che di giocatori così l’Italia ne era piena”.

E perché lo presero?
“Erano gli anni dei primi stranieri. Per una squadra per la prima volta in serie A poter dire di avere uno straniero, e per di più brasiliano, faceva comodo. Non penso comunque che la Pistoiese abbia speso poi dei gran soldi per lui”.

E invece Lippi?
“Era alla fine della carriera e in squadra era piuttosto chiuso. Ricordo che faceva una vita abbastanza appartata, persona poco espansiva”.

L’anno dopo ritorna a Torino.
“In realtà dovevo andare a Catania sempre in prestito, purtroppo le visite mediche mi riscontrarono un problema ai polmoni che mi costrinse a stare fermo un intero anno”.

Possiamo dire che quel problema ha pregiudicato la sua carriera?
“Sicuramente sì. Venivo da un’annata buona a Pistoia, ero ancora di proprietà del Torino: diciamo che c’erano tante porte aperte che d’incanto si sono chiuse”.

Al Catania comunque ci va nella stagione successiva, 1982/83 in serie B.
“L’allenatore era Di Marzio. Salimmo in serie A, io però non giocai tante gare”.

Il presidente era il “mitico” Massimino.
“Persona simpaticissima. Malgrado fosse il presidente lo si vedeva allo stadio a tagliare l’erba, sistemare il campo, insomma una persona molto semplice”.

La stagione successiva va all’Ancona in C. Ha iniziato a pensare che il grande calcio se ne andava?
“Sì, anche perché i problemi fisici iniziavano a essere tanti. Mi sono operato tre volte al tendine d’Achille e ho detto tutto”.

La fortuna quanto conta nel calcio?
“Conta, ma da sola non basta. Le qualità sono necessarie”.

Dopo Ancona, Spal, Civitanovese… e poco più che trentenne dice basta.
“I problemi fisici stavano diventando troppi: giocare era diventata più una sofferenza che un piacere”.

Smesso di giocare non rimane nell’ambiente, come mai?
“Decisi di aprire un’attività, e di fare l’allenatore non mi andava”.

Qual è l’allenatore con cui si è trovato meglio?
“Gb Fabbri alla Spal. Ci parlavamo in romagnolo, si scherzava tanto. Senza nulla togliere agli altri, è la persona che ricordo con più affetto”.

Rimpianti di non avere giocato in Romagna, magari al Cesena?
“Negli anni della Pistoiese, proprio col Cesena avevo avuto un contatto con Cera, solo che non se ne fece nulla”.

Il suo gol più bello?
“La prima vittoria della Pistoiese in serie A: 1-0 contro il Brescia, gol mio. Un gran bel tiro da fuori area, che stupisce anche me. E’ stata anche la mia migliore partita nella massima serie”.

L’avversario più ostico che ha incontrato?
“Uno contro cui sono andato a sbattere: Pietro Vierchowod, quando giocava nel Como. Una roccia, gran fisico, faceva impressione”.

Il giocatore più forte della Romagna?
“Sono incerto tra Eraldo Pecci e Massimo Bonini”.

Beh, due suoi ex compagni di squadra. Scegliendo un solo nome?
“Vabbè, dico Bonini. Anche se Pecci è stato un gran giocatore. L’ho conosciuto anche come persona: spesso siamo andati a Torino insieme. Partiva da Cattolica e mi passava a prendere in auto”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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