Salvatore Bagni

Pubblicato La Voce di Romagna 14 dicembre 2009: “Centrocampista col tocco del goal”

Viene ricordato come un guerriero del centrocampo, anche se in realtà ha realizzato frotte di gol. La schiettezza, tipica dote delle nostre parti, la porta in dote con orgoglio. D’altronde malgrado i suoi natali emiliani, Correggio per l’esattezza, si sente romagnolo a tutti gli effetti. Salvatore Bagni è come lo vediamo in televisione: giudizi mai a metà, frasi nette, naturalezza allo stato puro. Lo incontro nella sua casa a Gatteo Mare, cittadina dove risiede da tempo e si ritaglia momenti di relax tra consulenze in giro per l’Europa, cronache televisive, amici sparsi per la penisola, la partita del sabato con gli amici. Dopo l’intervista nel salotto di casa, mi mostra la stanza della sua carriera, ricca di coppe, fotografie e maglie scambiate con gli avversari (ci sono quelle di Platini e Maradona dei Mondiali 1986), poi la stanza dove soggiorna un mese all’anno l’amico Maradona. Difficile non provare un pizzico di emozione di fronte a tanto ben di dio.

Oltre 300 partite in A, quasi 50 reti, la Nazionale…l’avrebbe mai detto?
“Ho sempre sognato di giocare a calcio, francamente non avevo mai pensato ad alti livelli. Anche perché non ho fatto la classica trafila dei settori giovanili”.

I primi calci?
“A Mandrio, poi sei anni nella Kennedy di Carpi. Dopodiché avevo intenzione di smettere. O meglio, giocare con gli amatori”.

Smettere?
“Non c’era nessuno che credeva in me, tanto valeva fare basta. L’unico che aveva fiducia era Giorgio Forghieri, mio allenatore della Kennedy. Insisteva perché facessi il ritiro estivo col Carpi. È stata la mia fortuna, visto che tutto è nato lì quasi per caso”.

Come andò col Carpi in serie D?
“Giocavo in attacco. Sono stato inserito sin dall’inizio tra i titolari, ho fatto gol alla prima partita. Meglio di così non potevo iniziare”.

Poi arriva il Perugia, addirittura in A.
“Merito di Silvano Ramaccioni, in quegli anni a Perugia. Puntavano sui giovani e così a 21 anni mi sono trovato dalla D alla massima serie. Un salto enorme. L’allenatore era Ilario Castagner. Mi schierò subito titolare, ala destra, o come si diceva una volta, tornante”.

Gioca in quel Perugia che non perde una gara (1978/79), lo scudetto però va al Milan.
“Definirlo un evento eccezionale mi sembra riduttivo per una piccola realtà come Perugia, d’incanto in lotta per lo scudetto. Arrivare così in alto è stato come un sogno. L’apice del Perugia calcio”.

Gli ingredienti di quel risultato?
“Una squadra costruita bene, con molto sale in zucca. Era come stare in famiglia. Un ambiente così è stato fondamentale per me visto che era la prima volta che mi allontanavo da casa. L’unico neo di quella stagione lo posso trovare nei pareggi, decisamente troppi. Ma son dettagli”.

Il giocatore che ricorda con più affetto a Perugia?
“Antonio Ceccarini, era il mio compagno di stanza. Mi ha aiutato nei momenti difficili e mi ha fatto capire cos’era la serie A, soprattutto al sottoscritto che veniva dai dilettanti.

Nel 1981 il grande salto all’Inter.
“Avevo richieste da diverse squadre. Il passaggio fu semplice: l’Inter aveva sborsato più di tutti. E così, io che ero tifoso del Milan, mi sono ritrovato sull’altra sponda, quella interista”.

Marchesi la scopre centrocampista.
“E’ stato l’allenatore fondamentale per la mia maturità calcistica. Non a caso quando litigai con la nuova dirigenza interista, per incomprensioni col nuovo presidente Ernesto Pellegrini, qualcuno riferì subito la cosa a Marchesi in quegli anni a Napoli”.

Che la chiamò sotto il Vesuvio.
“Esatto. Scelsi la persona prima ancora della squadra. Anche se devo dire che di Napoli mi sono innamorato subito. Ancora oggi tutti i lunedì ci vado per incontrare amici. L’incredibile è che ti trattano come se non fossero passati oltre vent’anni. E’ come se ancora oggi fossi un giocatore”.

Tornando all’Inter, qualcuno vede in Bagni l’erede di Tardelli.
“Mah, abbiamo giocato più o meno negli stessi anni. Tardelli era un giocatore più avanzato, io giocavo davanti alla difesa. Rispetto a lui ho segnato più reti, ma ciò è dovuto al mio passato di attaccante che mi ha lasciato i giusti inserimenti”.

Eppure quando si parla di Bagni si pensa al centrocampista che fa legna.
“E’ vero. In realtà sono tra i centrocampisti che hanno fatto più reti”.

Va a Napoli si ritrova a fianco Maradona.
“Siamo arrivati entrambi nel 1984, ma non sapevo che sarebbe arrivato. Il mio litigio con la dirigenza dell’Inter risale a maggio, Maradona arrivò in luglio. La mia scelta a Napoli era dettata da Marchesi non da Diego”.

Come fu il primo approccio con Maradona?
“Dormivamo nello stesso albergo, al Royal. Ci siamo frequentati da sempre anche con le famiglie, è nata un’amicizia che dura da venticinque anni”.

Viene ancora a casa sua a Gatteo Mare?
“Ci passa un mese all’anno e da quando ci conosciamo non ne ha mai saltato uno”.

Se dovesse descrivere il calciatore Maradona?
“Uno che non ha paragoni, tanto meno coi calciatori d’oggi. Lui sì che poteva vincere le partite da solo. Il Napoli del primo scudetto era una squadra normale, in più aveva lui. Sulle qualità tecniche è inutile sprecare parole, aggiungo una personalità innata”.

Arriviamo alla stagione 1986/87, storico scudetto a Napoli.
“Avevamo una buona rosa, arricchita dagli innesti di Giordano, Carnevale e Romano, nessuno però ci dava per favoriti. È con il passare delle partite che è cresciuta la consapevolezza che potevamo vincere qualcosa di storico”.

La partita della consapevolezza?
“A Torino contro la Juve. Abbiamo stravinto per 3 a 1, forse la partita più bella del Napoli in assoluto. Si giocò a una porta sola. Negli spogliatoi ci siamo guardati in faccia e abbiamo iniziato a pensare che poteva essere un anno importante”.

L’anno dopo Coppa Campioni, eliminati dal Real Madrid.
“Abbiamo giocato alla pari. Al Bernabeu abbiamo perso 2 a 0 a porte chiuse, forse intimoriti dal blasone. Al ritorno nel primo tempo meritavamo almeno tre gol. Finì invece in pareggio, 1 a 1, con gol finale di Butragueno che gelò le nostre speranze. Sono in tanti che ancora oggi ricordano quella partita”.

Cala il sipario a Napoli. Insieme ad alcuni giocatori è rottura aperta con mister Bianchi.
“Avevamo perso il secondo scudetto convinti già di averlo vinto, e con un pensiero fisso: come mandare via Ottavio Bianchi. L’allenatore aveva contro tutta la squadra. Era arrivato molto umilmente da Avellino, aveva poi cambiato atteggiamento mettendosi contro tutto lo spogliatoio”.

Cosa avviene?
“Tutta la squadra firma un comunicato nel quale prende le distanze da Bianchi. A pagare però siamo stati in pochi, guarda caso quelli più in là con gli anni: il sottoscritto, Garella, Ferrario e Giordano”.

Deluso dall’atteggiamento della società?
“No, doveva prendere una decisione e l’ha presa appoggiando Bianchi. Tra l’altro negli anni successivi ha anche vinto la Coppa Uefa”.

Torniamo allo scudetto perso: dominate il campionato, crollo nel finale.
“Il paradosso sta nel fatto che avevamo addirittura giocato meglio dell’anno precedente, quello dello scudetto. Il crollo fu nelle ultime cinque giornate: non c’eravamo più con la testa. Il Milan di Sacchi giocava alla grande e si è visto poi quanto ha vinto”.

Dopo Napoli sembra destinato a Bologna.
“Avevo altri due anni di contratto coi partenopei ma viste come si erano messe le cose era inevitabile che me ne andassi. Sembravo destinato al Bologna di Maifredi, purtroppo non volevano cedermi a una società di serie A”.

Così va ad Avellino.
“C’era Pier Palo Marino, giocai sette mesi in B. Abbiamo rischiato di vincere il campionato con una squadra costruita in tre giorni. L’anno dopo ho detto basta, non me la sono sentita di proseguire nei cadetti. E così malgrado avessi un altro anno di contratto col Napoli, ho preferito giocare coi miei amici di Carpi negli amatori”.

Quando ha capito che era ora di fare basta col calcio?
“In realtà non l’ho mai fatto. Ancora oggi il sabato vado a Carpi a giocare con i miei amici nel campionato Uisp”.

Tante partite in Nazionale ben 41.
“In realtà sono 70 se aggiungiamo Under 21 e Olimpica. Se avessi avuto un carattere diverso ne avrei giocate di più. Tenga conto che alla mia generazione interessava molto giocare in nazionale, addirittura contavamo le partite che facevamo”.

La gara che ricorda con più soddisfazione con la maglia azzurra?
“A Zurigo in amichevole contro l’Argentina. Vittoria per noi 3 a 1”.

Prende parte al Mondiale ’86, periodo di passaggio tra due generazioni: quella del 1982 e quella del 1990.
“Un mondiale disastroso, come spesso capita nei periodi di transizione”.

Qualche rammarico per la Nazionale?
“Ero stato convocato nella rosa dei 40 per il Mondiale 1978, giocando la partita della sperimentale contro la Scozia, quella che portò Cabrini e Rossi in Argentina. La giocai in modo ignobile e mi andò male. Lo stesso è avvenuto per il Mondiale del 1982. Nel passaggio dal Perugia all’Inter, nel primo periodo, avevo avuto un basso rendimento che mi è costato la convocazione. E pensare che avevo esordito l’anno prima contro l’Olanda nel Mundialito!”.

Il suo gol più bello in carriera?
“Contro il Milan nel campionato 1985/86. Ho preso palla da circa 70 metri, ho dribblato un po’ di giocatori, sono arrivato davanti a Terraneo, ho segnato. Era il gol del 2 a 0 finale”.

La vittoria più bella?
“Quella che ha dato il là allo scudetto, contro la Juventus. Segna Renica, pareggia Serena, Romano fa il gol della vittoria”.

Il centrocampista più ostico che ha affrontato?
“Bisognerebbe chiederlo a loro (e parte il sorriso, nda). Dico Junior, giocatore tostissimo, tecnica brasiliana”.

Il giocatore di cui ha avuto tanto rispetto in campo?
“Passarella, tipico carattere argentino che non si faceva intimorire da nulla, e che cercava il contatto fisico in campo”.

Il suo primo stipendio da calciatore?
“A Carpi 50mila lire al mese. In serie A con il Perugia 10 milioni”.

Ha mai pensato di fare l’allenatore?
“Assolutamente no. Il consulente per le società sì, lo faccio tuttora”.

E la televisione?
“Arriva nel 1992, grazie a una proposta di Marino Bartoletti. La cosa va talmente bene che ancora oggi mi ritrovo a commentare partite. Devo dire che mi diverto tantissimo”.

Si sente romagnolo?
“Sono più romagnolo che emiliano: sono trent’anni che vivo qui. Gioco con gli amici a Carpi, ma dico spesso «non chiedetemi di tornare in Emilia, tanto non ci vengo». Amo troppo il mare”.

Favorevole alla Regione Romagna?
“No, anche perché non vedo tutta questa rivalità tra Emilia e Romagna”.

Favorevole all’insegnamento del dialetto a scuola?
“Si, perché è importante salvaguardare le radici”.

Il maggior pregio di un romagnolo?
“L’essere aperto, forse per il mare e il turismo. La Romagna è l’unico posto dove Maradona viene volentieri perché ognuno ha la sua vita e viene rispettato senza tante formalità”.

Il migliore giocatore romagnolo?
“Eraldo Pecci (alza il telefono chiama Pecci e glielo dice, nda). Non aveva velocità ma era di un’intelligenza in campo pazzesca. Tra l’altro gli sono legato da una profonda amicizia. Pensi che una volta lo feci ingiustamente espellere in un Perugia – Torino. Prese due giornate, me ne disse di tutti i colori, poi siamo diventati amici”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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