Santarini, Sergio

Intervista pubblicata su La Voce di Romagna il 2 novembre 2009 “Libero offensivo di manovra”

È stato uno degli innovatori del gioco difensivo eppure il suo nome raramente viene citato nei manuali del calcio. Con Sergio Santarini il libero non è stato più uno spazza-palloni, bensì un giocatore offensivo di manovra. La sua è stata una carriera tutta maiuscola: oltre 400 partite nella massima serie, ben 14 campionati alla Roma. Lo incontro nella sua casa a Rimini, città dove è nato 62 anni fa. Ma chi si aspetta un ambiente ricco di trofei con maglie di squadre, coppe, gagliardetti o quant’altro deve ricredersi. L’arredamento è semplice e ben curato, di calcio non c’è traccia. Il salotto ha due poltrone, tre quadri, e un grande televisore forse per vedere le partite. Che sia anche questo un modo per rimarcare un certo distacco dal calcio d’oggi? Chissà. Di certo il suo modo tranquillo ed elegante di raccontare si infervora solo quando tocchi due ferite aperte: Moggi, di cui è stato vittima, e la squadra della sua città, il Rimini (“la più grande delusione sportiva della mia carriera”), allenata per un solo anno (1985/86) con relativo esonero.

Partiamo dall’inizio: è vero che da bambino pensava più alla pallacanestro che al calcio?
“Sì. In parrocchia c’erano tre campi: calcio, basket e tennis. Io avevo scelto la pallacanestro. Purtroppo un pomeriggio si forò il pallone, e siccome non potevo starmene fermo, sono passato al calcio”.

Galeotta quella foratura…
“Fa sorridere ma è andata così”.

Primi calci nel Rimini dal 1963 al ’67.
“A 15 anni mi cercavano Juve e Bologna, mio padre però voleva che giocassi nel Rimini. Diceva che se dovevo diventare un calciatore lo sarei diventato stando a casa. E così è stato, visto che a 16 anni ho debuttato in serie C”.

Come era Rimini in quegli anni?
“Mai avrei pensato di abbandonarla”.

Il giocatore degli anni riminesi a cui è più legato?
“Con più affetto dico Scardovi e Perversi”.

Il suo primo stipendio da calciatore?
“A Rimini, il primo anno, 10mila lire al mese, saliti poi a 25, 50, fino ad arrivare a 100 mila lire”.

Dopo Rimini, il grande salto all’Inter di Herrera.
“Ero stato nominato miglior giocatore della C e avevo due richieste in A: Venezia e Brescia. Entrambe offrivano poco, la società tentennava. Una sera il mister del Venezia, Segato, per convincere il suo presidente ad acquistarmi, mi chiama per giocare un’amichevole contro il Santos. Dovevo marcare Pelè”.

Ma l’Inter cosa c’entra?
“L’amichevole si giocava a Riccione. In quel periodo Rimini era il luogo di vacanza di tutti i grandi personaggi del calcio. Ebbene, quell’amichevole la guardò anche Italo Allodi, direttore sportivo dell’Inter. Giocai veramente bene e così andai a Milano”.

Come fu marcare Pelè?
“Lo affrontai senza timori. Merito di mio padre, mi aveva sempre detto che la scuola veniva prima di tutto, così ho sempre considerato il calcio come un divertimento. Quand’ero al Rimini e a scuola mi impegnavo poco, mio padre andava in società e diceva: «se le cose vanno avanti così mio figlio smette di giocare»”.

Impensabile oggi un discorso del genere.
“Adesso un padre direbbe il contrario: vatti prima ad allenare poi pensa alla scuola”.

A Milano a vent’anni: come è stato l’impatto?
“Non con Milano, ma con New York”.

Come?
“Quell’anno l’Inter iniziava il precampionato con una tournee negli Stati Uniti. Una scelta massacrante, dove siamo tornati distrutti”.

A Milano la vedono come il successore di Picchi.
“Giocai 14 partite, purtroppo però rimasi fuori per tre mesi nell’unico stiramento della mia carriera. Una decina le giocai bene, poche le sbagliai: probabilmente non fu sufficiente per rimanere all’Inter”.

E così non fu il successore di Picchi.
“Diciamo che l’Inter dopo Picchi ha sempre avuto il problema del libero. Pensi che quando ho smesso di giocare il problema è rimasto!”.

Beh ha avuto Bini.
“Ci sarebbe stato meglio Santarini”.

Con gli occhi di oggi, come mai non andò bene all’Inter?
“Nel calcio italiano l’innovazione, soprattutto all’inizio, non è vista di buon occhio. Così è stato per me: la mia spregiudicatezza, il partecipare all’impostazione del gioco non era ben giudicata. Uno dei pochi che mi aveva capito era stato Herrera e infatti non mi considerava un marcatore. Valcareggi, con cui ho debuttato in nazionale, non mi ha capito”.

Visto come il ruolo si è poi evoluto, diciamo che ha avuto ragione?
“Sì, ma nessuno ha detto che Santarini è stato il primo. Non l’ho detto neppure io, forse stupidamente. Allora però ci insegnavano a essere umili, non arroganti”.

Tutta negativa l’esperienza a Milano?
“Al contrario. La prima volta che sono sceso in campo mi sono trovato insieme a Suarez, Mazzola, Corso. Mi sono detto: «qui qualcuno si è sbagliato». La mia fortuna è stata Herrera: ha sempre creduto nei giovani, mi ha sempre incitato”.

E infatti il Mago va a Roma e la vuole con sé.
“L’Inter mi liberò quasi fossi una zavorra. Non a caso sono ero stato rivenduto alla stessa cifra con cui ero stato acquistato”.

Arrivato a Roma la vedono come il successore di un altro mito: Giacomino Losi.
“Non mi ha mai pesato questo paragone, a Roma mi sono sempre trovato bene. Forse ha giovato una mia rete, gol del pareggio, alla terza giornata contro la Juventus”.

Quando va a Roma ha 21 anni: avrebbe pensato a 14 stagioni e 344 partite con quella maglia?
“Dopo l’esperienza all’Inter pensavo che avrei fatto una lunga carriera. Ogni allenamento lo vedevo come un momento per migliorare non per passare del tempo”.

Non era una Roma da scudetto in quegli anni…
“Vincemmo tre coppe Italia. Il mio scudetto è stato il gol della salvezza contro il Verona nella mia 300esima partita coi giallorossi. Era il campionato 1977/78, ci salvammo di straforo, però rimanemmo in A”.

Un sito degli ultras della Roma la mette tra le bandiere, la accusa però di avere preso posizione contro il tifo organizzato.
“La morte di Paparelli (tifoso laziale ucciso nel 1979 dagli ultras della Roma, nda) all’Olimpico è stato uno spartiacque. In quell’occasione ebbi una dura presa di posizione contro il tifo organizzato. Mi sembrava assurdo giustificare persone che andavano allo stadio col bazooka. Dicevo che non tutto il tifo organizzato era così, tuttavia pensavo (e tuttora penso) che bastava una mela marcia per bacare il tutto. Dissi questo e scoppiò il pandemonio”.

Cosa successe?
“Chiesero la mia destituzione da capitano, Liedholm però fu deciso: «finché Santarini rimane alla Roma avrà la fascia». Ricordo che il capo degli ultras, un certo Terenzi, prese posizione contro di me. Anni dopo incontrandomi per strada mi ha dato ragione, scusandosi. Devo purtroppo registrare che il calcio oggi a livello di tifo è addirittura peggiorato”.

Nel 1973 la Lazio vince lo scudetto, lei alla Roma come la prende?
“Bene perché lo meritava. Il merito fu di Maestrelli: riuscì a far diventare squadra una banda di bravi giocatori”.

Tre Coppe Italia vinte: quale la più bella?
“L’ultima nel 1980/81. Ero in panchina e Liedholm mi fece entrare solo per calciare il rigore. Era la mia ultima stagione a Roma, non avevo preso bene quella panchina. Ricordo che Liedholm mi disse «Sergio sai cosa devi fare». Forse temeva che gli potessi tirare qualche brutto scherzo. Io gli risposi: «non si preoccupi».”

Fece gol?
“Tirai il penultimo e segnai. L’ultimo lo tirò Falcao, vincemmo”.

Chiude la carriera a Catanzaro, come mai?
“Ero amico di Bruno Pace, c’erano altri compagni della Roma come Peccenini e Orazi, poi mi piaceva l’idea di un posto sul mare. Il primo anno avevamo una squadra di ottimo livello: Mauro, Bivi, Celestini, Borghi, Ranieri…”.

Quando ha capito che era ora di dire basta col calcio giocato?
“Me lo disse Allodi, con cui ho sempre avuto un ottimo rapporto. Avevo un altro anno di contratto col Catanzaro, retrocesso in B: non me la sono sentita di chiudere la carriera nella serie cadetta. Allodi poi mi spingeva verso la carriera di allenatore”.

Due sole presenze in nazionale: un po’ d’amaro in bocca?
“Se fossi rimasto all’Inter sarebbero state molte di più. In quegli anni la Roma non era una squadra che giocava a livello internazionale, questo mi ha penalizzato”.

Ha “rischiato” però di essere tra i 22 nel mondiale in Argentina.
“Quella mancata convocazione è stata una carognata. Sono sempre stato nella lista dei 40 giocatori per i Mondiali e gli Europei. L’Italia si affacciava ai mondiali d’Argentina senza un libero, io ero l’unico in circolazione. Ebbene, decidono di portare il giovane Scirea, e mi sta bene, ma anche Zaccarelli che libero non era”.

Si aspettava, quindi, una considerazione maggiore?
“Un premio me lo potevano dare anche se giocavo nella Roma. Sono stato campione d’Europa con la nazionale giovanile, capitano con l’Under 23, avevo giocato con Bettega, Gentile e il blocco poi della nazionale A. Un briciolo di riconoscenza in più l’avrei meritato”.

L’allenatore a cui è più debitore?
“Due: quello che mi ha lanciato, Helenio Herrera; quello che mi ha fatto maturare calcisticamente, Liedholm”.

Liedholm padre della zona.
“In realtà fummo io e Turone a proporre a Liedholm di giocare a zona. Le nostre caratteristiche meglio si adattavano a quel gioco, l’allenatore ha avuto l’intelligenza di capire e accettare questa sfida. Una scelta non semplice visto che ci siamo sorbiti due anni di critiche”.

Qual è stato l’attaccante più difficile da affrontare?
“Gigi Riva”.

Lei ha detto: “conta solo il domani nello sport, specialmente nel calcio”.
“E’ la bellezza del calcio: non ti puoi fermare a una partita vinta o a una bella prestazione, devi subito pensare al dopo, guardare in avanti. Ricordo a Roma una bellissima partita contro il Milan dove avevo giocato benissimo; all’ultimo minuto Rivera intercetta un mio passaggio, passa la palla a Sormani che segna. Morale: perdiamo uno a zero. A distanza di anni i tifosi romanisti scherzando mi ricordavano sempre questa partita”.

Inizia la carriera da allenatore. Dopo l’Almas Roma e la Primavera sempre giallorossa, guida il Rimini.
“La più brutta esperienza della mia vita. Ho toccato sulla mia pelle il non essere profeta in patria. Eravamo una squadra giovane, giocavamo un bel calcio, la classifica non era ottima ma ancora sotto controllo: mi mandarono via per un pareggio in casa, reduci da una vittoria la domenica prima”.

Ha mai più pensato a Rimini?
“Lo scorso anno speravo in una chiamata, per cancellare l’esperienza più amara che ho vissuto. Purtroppo non è andata così”.

È vero un diverbio tra lei e Moggi?
“E’ stata la mia condanna a morte, ovviamente in senso sportivo. Allenavo il Lamezia Terme in C2 nel 1990-91, Moggi curava la campagna acquisti della squadra. Avevo chiesto tre giocatori: un libero, un centrocampista, un attaccante. Li prese ma non all’altezza della situazione, e così io e la società li rifiutammo. Moggi se la prese, e appunto fu la mia condanna. Ma vuole sapere il comico della vicenda?”.

Dica.
“Sono stato costretto a dare le dimissioni quando eravamo primi in classifica, addirittura imbattuti”.

Perché?
“Qualcuno ha voluto che le cose andassero così”.

Moggi?
“Dico solo che dopo quel diverbio, a parte il Ravenna, non ho più allenato a grandi livelli”.

Meglio sorridere allora. È vero che preso parte al film di Alberto Sordi sul Borgorosso?
“Insieme a Ghezzi e Bet stavamo palleggiando nella spiaggia di Cesenatico. A un certo punto passano Herrera e Alberto Sordi. Herrera consiglia Sordi di arruolarci nel film. E così è stato. Si trattò di una parte piccolissima. Più famosa, invece, è stata la partecipazione all’allenatore nel pallone con Lino Banfi”.

Qual è stato il giocatore più forte della storia della Romagna?
“Gino Stacchini”.

Favorevole alla Regione Romagna?
“Sì”.

Cosa ne pensa dell’insegnamento del dialetto a scuola?
“Il dialetto romagnolo mi piace come intonazione, preferisco però l’italiano”.

Il principale pregio di un romagnolo?
“L’allegria”

Il difetto?
“Ogni tanto siamo un po’ ignoranti, nel senso di duri di testa”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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