Zandoli, Flaviano

Intervista pubblicata su La Voce di Romagna il 1 novembre 2010: “Un numero 9 all’assalto”

La sua è stata una carriera in bianconero: cresciuto nelle giovanili della Juventus, a Cesena ha conosciuto il salto in avanti coi grandi, trovando la serie A nell’Ascoli del vulcanico Rozzi. Flaviano Zandoli è stato un centravanti atipico nel calcio degli anni ’70. In un’epoca che vedeva nel numero 9 un palo fisso inchiodato nell’area di rigore, Zandoli si è imposto per i suoi scatti e il suo dinamismo, creando non pochi grattacapi alle rigide marcature a uomo di quegli anni. Il suo marchio di fabbrica sono sempre stati i gol: ovunque andasse ne faceva a grappoli con la sola eccezione della vicina Cesena, rammarico che ancora oggi si porta appresso. Ci incontriamo nella sede della Savignanese calcio, ormai la sua seconda patria dopo Gambettola: a Savignano ha iniziato ad allenare e qui tutt’oggi guida i giovani. Il baffo che l’ha “marchiato” in tutte le immagini giovanili e nelle figurine Panini, ha lasciato il posto a una barba un po’ incolta, il fisico è ancora quello dei bei tempi.

Da anni allena i giovani: com’è cambiato il ruolo dell’allenatore, rispetto ai suoi anni giovanili?
“Un tempo si faceva molta più tecnica. Alla Juventus e al Cesena vi dedicavamo più di un’ora al giorno. Era un calcio diverso: i ruoli erano più definiti, le marcature a uomo. Oggi il pallone si è evoluto, anche se non sempre in meglio”.

Perché si fa meno tecnica oggi coi ragazzi?
“Perché si punta più sulla fisicità, sul potenziamento, sull’atletica. Oggi il calcio è più veloce, richiede questo. Si dimentica però che per imparare a correre si fa presto, la tecnica invece necessita di grande applicazione”.

Primi calci all’oratorio di Gambettola.
“Alla Consolata. Tullio Casanova, stravedeva per me e mi fece provare per il Cesena. Il primo provino, purtroppo, andò male e presero alcuni miei amici”.

Lì cosa ha pensato?
“Ci sono rimasto male, ovvio. Avevo 12 anni, non mi sono perso d’animo. Avevo il vantaggio di arrivare dalla campagna, per dire che avevo una mentalità piuttosto semplice”.

Il secondo provino quando si ripresenta?
“Arriva grazie al mister delle giovanili bianconere, Pieri, detto Pec. Ha voluto che riprovassi e andò bene. Sono così rimasto due anni a Cesena”.

A 14 anni arriva la Juventus.
“Era il coronamento di un sogno. A 10 anni in campagna avevo già le scarpe da calcio. Era stato mio padre a tramandarmi questa passione: grandissimo tifoso, è morto quando ero ragazzino in un incidente stradale”.

Lei a Torino: è la prima volta che si allontana da casa?
“Certo. La prima volta fu quasi un incubo: da solo in treno, ricordo che arrivato alla stazione feci fatica a trovare la sede della Juventus. A Torino giocai tre provini. Nel frattempo provai anche per l’Inter e la Fiorentina”.

Il Cesena la cede alla Juve.
“Dove rimango quattro anni, finendo nell’orbita della prima squadra allenata da Heriberto Herrera”.

Chi era il suo idolo in quegli anni?
“Sivori”.

Lo conobbe?
“Di più, ci giocai insieme in un’amichevole, dove feci diversi gol. In realtà le reti erano le sue: mi metteva la palla a porta vuota. Troppo facile far gol così”.

Nella Juve di quegli anni c’era anche Gino Stacchini.
“Un altro dei miei idoli d’allora”.

Com’era la sua vita alla Juve?
“Due allenamenti al giorno per quattro giorni alla settimana. Vivevo in una specie di collegio con altri giovani calciatori, la sera alle nove e mezzo il portone si chiudeva, tutti a letto”.

Nel 1967 va al Cesena in serie C.
“In prestito, facevo il militare. L’inizio è stato dei migliori: debutto contro il Prato e segno. Purtroppo non giocai tanto a causa del servizio di leva”.

Stagione 1968/69, alla Sambenedettese in C1.
“Trovai il mio amico Urban, anch’egli dalla Juventus. Giocai una buona stagione con un buon bottino di reti”.

L’anno dopo a Padova.
“Non me l’aspettavo. Tant’è vero che stavo per sposarmi e prendere casa a Grottammare. Quel passaggio cambiò un po’ di cose”.

Rinviò il matrimonio?
“Certo che no. Avevo fissato la data in giugno e così è stato”.

E’ vero che a Padova viveva nella casa di Scagnellato?
“Nella sua villetta. Scagnellato in quegli anni era il Direttore sportivo”.

A Padova mette a segno una vagonata di reti: 36 in due stagioni.
“Soprattutto nella seconda, quando con 24 reti vinco la classifica capocannonieri”.

Malgrado la febbre.
“La chiamavano la febbre del gol. Il sabato la temperatura mi saliva a 39 gradi, la domenica sera se ne andava, dopo la partita. Mi mandarono ad Asiago per farmi curare. Non hanno mai compreso il perché di questo fenomeno. Il paradosso sono state tre doppiette messe a segno malgrado quella situazione”.

Nel 1970/71 la Juve la cede in via definitiva al Padova: deluso che una grande squadra se ne andava?
“Sì, perché pensavo che sarei ritornato a Torino e invece presero Pandolfi al mio posto”.

Vedeva allontanarsi la serie A?
“Vedevo allontanarsi la Juve, alla serie A ci ho sempre creduto”.

Nel 1971 va alla Reggiana in B.
“Sembravo destinato al Milan di Rocco. Giocai anche un’amichevole per quel trasferimento, però non se ne fece niente. E così mi cedettero alla Reggiana”.

Anche lì tante reti.
“Quasi una trentina in tre stagioni. E soprattutto il gol più bello della mia carriera: contro il Genoa in rovesciata da un calcio d’angolo”.

In tanti la cercano.
“Soprattutto la Lazio. In novembre dovevo passare ai biancocelesti. L’affare sembrava fatto, addirittura la Reggiana non mi aveva convocato per la partita domenicale, solo che una contestazione dei tifosi reggiani bloccò tutto”.

L’appuntamento con la A è rinviato di un anno: nella stagione 1974/75 arriva ad Ascoli.
“Fu l’ultimo accordo prima della chiusura del mercato. Ricordo che me lo comunicò un giornalista che mi chiedeva una dichiarazione in merito”.

Stagione ad altalena ad Ascoli.
“In effetti: subito salvezza, poi retrocessione, e ancora promozione in A”.

Esordio amaro in A: contro il Napoli 3-1.
“Più amaro è stato l’impatto nella prima gara in Coppa Italia, a San Siro contro l’Inter”.

Perché?
“Vinciamo uno a zero. Rigore per noi, Mazzone mi urla di calciarlo. Vado sul dischetto, faccio un tiro che fatica ad arrivare in porta. Bordon addirittura blocca la palla. Una figuraccia. Ciliegina finale: perdiamo 2 a 1, con doppietta di Boninsegna. Peggio di così… Per fortuna qualche anno dopo contro i nerazzurri mi sono rifatto”.

Cioè?
“Espugnano di misura San Siro. Grande mia azione, salto alcuni giocatori, tra cui Facchetti, porgo la palla a Silva che segna”.

Qual è stato il marcatore più ostico che ha incontrato in A?
“Gentile, perché riusciva a tenere la mia velocità”.

Dopo quattro anni ad Ascoli cambia aria?
“Non avevo un buon rapporto con l’allenatore Renna. L’Ascoli prese Anastasi e così ci ritrovammo quattro attaccanti, un po’ troppi. Ho pensato che era ora di avvicinarsi a casa”.

Tornando a Cesena in B, stagione 1979/80.
“Pensavo che lì avrei chiuso la carriera: mi ero fatto la casa a Gambettola dove avevo aperto anche un’attività. Le cose andarono diversamente”.

A Cesena ha sempre fatto poche reti: come mai?
“Ho pagato il peso di dover fare bene a tutti costi nella squadra della mia terra”.

Dopo due anni in Romagna, ritorna alla Reggiana.
“Scelta giusta, visto che ho ritrovato il gol e siamo saliti in B. L’anno dopo ho deciso di smettere malgrado avessi ancora un anno di contratto. Mi ero stancato di stare lontano da casa”.

Però non smette del tutto.
“Gli ultimi calci li ho dati nei dilettanti, all’Imolese e al Castrocaro. Poi grazie a Giuseppe Rocchi ho iniziato ad allenare le giovanili della Savignanese, allenando poi tante altre squadre in Romagna, tra cui gli Allievi nazionali del Cesena”.

I presidenti che non dimenticherà mai?
“Costantino Rozzi all’Ascoli e Vincenzo Bellavista: sono stati due signori con la S maiuscola”.

La più grande emozione calcistica?
“A Reggio quando consegnai il gagliardetto della squadra a Papa Wojtyla in visita ufficiale nella città”.

È scaramantico nel calcio?
“Tanto. Magari porto lo stesso braccialetto, non mi faccio la barba e così via. Lo ero quando giocavo, lo sono come allenatore”.

Il miglior giocatore della Romagna?
“Il mio idolo, Gino Stacchini”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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