Fontana, Alberto

Intervista a uno dei portieri più forti della Romagna, pubblicata su La Voce di Romagna nel 2010 (21 giugno ,  “Il Dorian Gray del nostro calcio”).

Secondo portiere più anziano ad avere giocato in serie A, dietro solo a Ballotta, Champions League conosciuta a 37 anni. Alberto Fontana, per tutti Jimmy, dal celebre cantante, pare l’uomo dei primati in stile Dorian Gray. Fa parte della lunga schiera di numeri uno di casa nostra che si sono imposti oltre la Romagna: Giorgio Ghezzi, Antonio Gridelli, Paolo Conti, Sebastiano Rossi. Primi tuffi sulla sabbia di Pinarella, la massima serie la conosce grazie a Marcello Lippi. Fisico ancora oggi da atleta, parole ben dosate, intercalate dalle giuste pause, lo incontro nella sua casa a Pinarella.

Perché portiere?
“Destino. Figlio di un bagnino, sono nato sulla sabbia. I primi tuffi li ho fatti lì, indole che ho avuto sin da piccolissimo”.

Antesignano del beach soccer?
“No, si giocava in una Pinarella che tra un bagno e l’altro aveva tanta spiaggia libera, trasformata in campetti. Quattro ciabatte per i pali, tante ore a rincorrere la palla”.

Prime parate, dunque, a Pinarella.
“Piccola realtà, concentrato di talenti: uno ha giocato nell’Inter e in Nazionale, Alessandro Bianchi, un altro sempre in Nazionale, Lorenzo Minotti, io tanti anni in serie A, Paolo Rossi (non Pablito, nda) nel Bologna, Teodorani nel Messina, Montanari e Zanuccoli in C2”.

Casualità?
“No. Penso che l’essere stati «selvaggi» al mare ci abbia aiutato molto”.

Come avviene il suo passaggio al Cesena?
“Buona parte dei giocatori, nonché miei amici, di cui ho detto prima, era andata al Cesena, e così mio padre decise di acquistare il mio cartellino e regalarlo al Cesena”.

Il costo?
“Cifra decisamente alta per allora: 400mila lire”.

Grande ringraziamento a suo babbo.
“Dico sempre che se mio figlio penserà di me quello che io penso dei miei genitori avrò vinto”.

I suo genitori l’hanno spinta verso il calcio?
“No. Tant’è vero che la scuola veniva prima di tutto. Semplicemente hanno visto che mi piaceva giocare, e così non mi hanno mai impedito di farlo”.

Il contrario di oggi.
“Grande problema: sono i genitori a spingere i figli a giocare, vedendo chissà quale campione in casa”.

L’impatto con l’ambiente bianconero?
“Difficile. Nelle giovanili, in tre/quattro anni feci tre presenze in tutto, anche per colpa del mio fisico, ero cresciuto poco. Giorgio Fioravanti, il preparatore dei portieri, mi diceva: «sei bravo, stai tranquillo verrà il tuo momento», intanto però non giocavo. Pensavo che mi prendesse in giro. Ho mandato giù tanti bocconi amari. Alla lunga, però, è stata la mia palestra di vita”.

Premiata nel 1986: scudetto con la Primavera del Cesena.
“Dopo quello di Sacchi, arriva un nuovo gruppo con Ammoniaci: Bianchi, Minotti, Rizzitelli, Ricci, Montanari, Perrotti”.

Sempre nel 1986 va un anno al Vis Pesaro, vice di Moscatelli.
“Non fu facile. Dopo lo scudetto con la Primavera pensavo che si sarebbero aperte tante porte e invece mi trovai davanti un grande portiere. Praticamente non giocai. Ho imparato a masticare amaro, consapevole che Moscatelli era più affidabile di me”.

Tanti bocconi amari, quindi?
“Bravo me l’hanno detto in pochi ed è stata la mia fortuna. È stata la spinta per mettermi sempre in discussione e ripartire”.

Anno 1988, serie C1 alla Spal.
“A Cesena ho avuto la fortuna di conoscere due Signori con «S» maiuscola: il Direttore sportivo, Pierluigi Cera, e il Presidente, Edmeo Lugaresi. Mi mandarono a Ferrara a fare esperienza”

Bilancio?
“Ho capito la notevole differenza tra una Primavera e una categoria”.

Torna a Cesena, vice di Sebastiano Rossi.
“Davanti avevo un mostro sacro, a me andava bene così. Difficile pretendere qualcosa di più dal giocatore che poi ha praticamente vinto tutto. Sono tornato sotto la guida di Fioravanti, personaggio chiave della mia carriera, e questo mi bastava”.

Quando si dice dei buoni maestri.
“Cesena era una delle poche piazze i cui portieri erano allenati da ex del ruolo. E solo uno che ha giocato in porta può fare da maestro a un giovane tra i pali”.

In questo momento ci sono pochi talenti in porta: colpa dei cattivi maestri o della qualità effettivamente bassa?
“Oggi l’80 per cento dei preparatori italiani è rimasto fermo agli anni ’80, quando invece tutto si è velocizzato, almeno del 30 per cento. Un portiere oggi deve avere un’elasticità pazzesca, tempi di reazione superiori a trent’anni fa, essere alto almeno un metro e novanta, avere un braccio molto lungo”.

Quindi siamo indietro.
“In Italia abbiamo una tradizione fantastica ma ci gongoliamo su quella. Alcuni hanno capito e si sono adeguati ai tempi (Castellino, Iorio, Coccia), la maggior parte è rimasta ferma”.

Torniamo al Cesena: esordio in serie A con Lippi, anno 1990/91.
“Ero in ballottaggio con Antonioli. Partivamo alla pari. Dalla mia ha pesato l’essere di proprietà del Cesena”.

Prima gara contro la Sampdoria a Genova. Di fronte ha Pagliuca.
“Lo conoscevo dai tempi della Primavera nel Bologna. Di quell’esordio ricordo che finita la partita pensai: «domani compro il giornale, e se vedo il mio nome è vero che ho esordito in serie A»”.

Annata difficilissima conclusa con la retrocessione.
“Fino a novembre siamo stati tra le prime in classifica. Il problema è stato l’acquisto di qualche giocatore che ha snaturato la squadra (il brasiliano Silas, nda)”.

Nel 1993 va a Bari, scambiato con Biato.
“Mi cercavano Fiorentina e soprattutto Udinese. Ero partito per le vacanze estive convinto di andare in Friuli. Al ritorno mi son ritrovato al Bari, per una cifra, se non ricordo male, di circa 2 miliardi”.

Quattro stagioni in Puglia, due promozioni in A.
“Andare via da casa mi ha fatto conoscere il calcio in maniera diversa. Ricordo che il Cesena mi voleva riprendere: alle buste, la spuntò il Bari”.

Poi arriva Bergamo, anno 1997.
“Ero in scadenza di contratto e il Bari mi offriva tanto per rimanere. Ho preferito rimettermi in discussione e andare all’Atalanta, rimettendoci un bel po’ di soldi”.

Subito retrocessione.
“All’ultima giornata. L’anno dopo però torniamo in A. Purtroppo l’ultimo anno, un brutto infortunio mi ha messo ko cinque mesi: è emerso così Pellizzoli della Primavera, e a quel punto lo spazio per me si era ridotto”.

Arriva il Napoli.
“Con Mondonico, col quale a Bergamo avevo litigato di brutto. Facciamo un girone di ritorno strepitoso, retrocediamo per colpa di risultati un po’ strani da altri campi (il Verona che vince a Parma, nda)”.

E l’Inter come arriva?
“Due settimane prima della fine della stagione il mio procuratore mi dice che mi cerca l’Inter: contratto di un anno, avrei fatto il dodicesimo. Il Napoli mi offriva invece un triennale”.

Sceglie Milano.
“Ero troppo curioso di conoscere il calcio a quel livello. Teniamo conto che il Napoli in quegli anni non navigava in buone acque”.

L’impatto con l’ambiente nerazzurro?
“Ci vado a 34 anni e con tante stagioni in A alle spalle. Pensavo di avere già visto parecchio. E invece mi son trovato in un mondo diverso”.

Doveva starci un anno, ne fa quattro.
“Tutti rinnovati anno per anno: arrivavo in sede e firmavo il contratto senza sapere la cifra che mi avrebbero offerto. Se non fosse stato per me probabilmente sarei andato avanti altri anni”.

Perché?
“Feci un’uscita sbagliata, soprattutto nei tempi, su Roberto Mancini. Lo sbaglio è stato mio: certe cose bisogna risolverle all’interno”.

Va al Chievo.
“A 38 anni mi son ritrovato ad avere più offerte che in tutta la mia carriera: Roma Parma, Chievo”.

Perché a Verona?
“In realtà volevo tornare a casa e chiudere la carriera a Cesena, squadra che tuttora tifo. Mi incontrai con la dirigenza e con mister Castori: eravamo d’accordo su tutto”.

Invece?
“Scendere di categoria, di fronte a tante offerte dalla A, mi pesava. E così ho deciso di andare al Chievo”.

Stagione esaltante.
“Non abbiamo mai perso due partite di fila. Addirittura ci qualifichiamo per la Uefa”.

Chiude a Palermo.
“Grazie a Rino Foschi. Due anni di contratto, nella città dove ho vissuto meglio”.

Palermo?
“Noi romagnoli facciamo fatica a stare lontani da casa, ma Palermo è un paradiso. Quello che ci fanno vedere in televisione è molto artefatto”.

Anche qui scelto come secondo e invece giocava sempre.
“Guidolin e Colantuono erano sempre stati chiari: «giocava chi se lo meritava»”.

Per lei però le cose si complicano.
“Ho capito che per me era finita quando entrai contro la Fiorentina, dopo l’infortunio di Amelia. Tutto lo stadio si alzò in piedi e mi regalò il più grande tributo della mia carriera. Confesso che ho fatto fatica a finire la gara per l’emozione”.

Perché finita?
“La società aveva fatto un investimento in una direzione, io ero d’ingombro. Tanto più appoggiato dalla piazza”.

Finale amaro.
“Al rientro di Amelia sono diventato il quinto portiere. A gennaio dovevo essere regalato al Parma di Guidolin, cosa che non è avvenuta. E così ho deciso di smettere”.

Per paradosso ha smesso non per l’età.
“Ho smesso perché a 42 anni continuavo a parare bene”.

Fa ancora qualche parata in giro?
“Gioco a racchettoni in spiaggia con gli amici. A marzo si era fatto avanti il Grosseto, ma ho detto di no”.

Deluso di non avere giocato in Nazionale?
“Purtroppo ho sbagliato generazione. Come potevo pretendere di giocare quando davanti avevo gente come Pagliuca, Marchegiani, Rossi, Cervone, Antonioli, Peruzzi, Buffon, Toldo?”.

Tempo di bilanci. La parata più bella?
“In Champions a Di Vaio contro il Valencia. Mi son trovato a giocare in Coppa Campioni a 37 anni!”.

L’attaccante che ha temuto di più?
“Beppe Signori. Mi ha rifilato sette rigori: non solo non li ho parati, non ho neppure sfiorato la palla”.

Perché Cesena ha allevato tanti bravi portieri?
“Perché ha avuto un grande maestro: Giorgio Fioravanti”.

Favorevole alla Regione Romagna?
“Noi romagnoli di testa siamo già staccati da generazioni”.

Conosce il dialetto romagnolo?
“Lo parlo spesso. L’aver vissuto tanto tempo lontano da casa mi ha fatto riscoprire il suo valore”.

Il miglior giocatore della Romagna?
“Alessandro Bianchi e Sebastiano Rossi”.

Foto tratta dalla pagina twitter del Cesena Calcio

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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