Alessandro Bianchi

Pubblicato su La Voce di Romagna 22 febbraio 2010: “L’ala in volo tra Cesena e Milano

Raccontano le cronache che un pomeriggio un giocatore dalla mole piuttosto imponente, Hans Peter Briegel, al termine della partita abbia sbottato: “Mi avevano detto che avrei dovuto marcare uno con poca classe. Quello invece ha fatto due gol e mi ha fatto dannare tutta la partita. Forse è giunto il momento che incominci a pensare seriamente alla mia pensione”. Il panzer tedesco, in forza alla Sampdoria, si riferiva a uno che era tutto il suo opposto: Alessandro Bianchi. Spalle tutt’altro che da culturista, gambe esili, altezza non imponente. Bianchi è stato una delle migliori ali che la Romagna abbia mai visto. La sua carriera si è svolta essenzialmente in due squadre: Cesena e Inter. “Fa quello che farei io al suo posto”, disse di lui Trapattoni. Sacchi ne avrebbe fatto il perno della fascia della Nazionale. È stata la sfortuna ad abbattersi sulla sua carriera: un terribile strappo muscolare all’età di 27 anni ne ha compromesso l’attività sportiva. E pensare che a vederlo oggi sembrerebbe un ragazzino in gran forma. Non dimostra i suoi 44 anni, il fisico è ancora asciutto. Incontro Bianchi a casa sua a Cervia.

Quand’era bambino di chi aveva il poster in camera?
“Può sembrare strano ma non sono mai stato un gran tifoso”.

Una squadra del cuore l’avrà avuta?
“Seguivo la Juventus, un po’ perché in quegli anni era la squadra che vinceva, un po’ perché in Romagna è sempre stata molto seguita, un po’ perché mi piacevano alcuni suoi giocatori”.

In particolare?
“Tardelli per la grinta, Platini per la classe, Zoff per la serietà”.

Primi calci nel Pinarella.
“Due anni per la precisione, mentre un anno l’ho fatto a Cervia. A 13 anni sono approdato nei Giovanissimi del Cesena. Coi bianconeri ho fatto tutta la trafila del settore giovanile, fino alla Primavera, con la quale nel 1986 ho vinto il campionato, allenato da Paolo Ammoniaci”.

Parecchi di quel gruppo sono poi esplosi.
“Tre addirittura in Nazionale: oltre al sottoscritto, Rizzitelli e Minotti. C’era anche Fontana, in porta, che ha poi fatto una signora carriera”.

Campionato 1986/87 va a Padova un anno.
“Era stato l’allenatore Adriano Buffoni a volermi. L’anno prima, preso dalla Primavera, mi aveva fatto esordire in serie B col Cesena, dove poi ho giocato 12 partite. L’anno dopo è andato ad allenare il Padova in C portandomi con sé, insieme a Gibellini. Esperienza decisamente positiva, abbiamo vinto il campionato”.

Stagione successiva: grande salto in A col Cesena.
“Una promozione che ho vissuto anch’io allo stadio, seguendo le ultime gare, andando poi allo spareggio a San Benedetto”.

Un ritorno coi fiocchi?
“Non direi perché sulla fascia ero praticamente chiuso da Aselli e Barozzi. Ero certo, quindi, che avrei giocato poco”.

E invece, prima di campionato, subito il Napoli di Maradona, lei è titolare.
“Fu inaspettato anche per me. Bigon me lo disse solo due ore prima della gara, nel ritiro a Riccione. Meglio così, mi ha permesso di trascorrere una nottata tranquilla. Se me lo avesse comunicato il giorno prima, sono certo che non avrei chiuso occhio”.

Riandiamo a quel momento. Bigon legge la formazione, numero sette Bianchi: lei cosa ricorda?
“Un misto di pietrificazione ed emozione. Pensavo fosse uno scherzo”.

Sarà uno dei migliori in campo. Riceverà i complimenti televisivi di Gigi Riva.
“In effetti è stata una delle migliori gare che ho giocato a Cesena. Strano a dirsi, sceso in campo ero tranquillissimo. Tra l’altro prendo anche un palo!”.

È vero che ha fatto smettere di giocare il bulldozer Briegel?
“Lo disse lui ai giornalisti, nella gara contro la Sampdoria, dove feci una doppietta. In quella partita mi riuscì praticamente tutto: come calciavo mi andava bene. Ricordo che Cavasin a un certo punto venne al mio fianco e mi disse: «quando hai la palla tira anche da centrocampo, oggi è la tua giornata»”.

Primo anno in A strepitoso: 28 gare, 3 reti.
“E’ stata la mia migliore stagione a Cesena. Eravamo una squadra giovanissima fatta di tanti esordienti, con Di Bartolomei a fare da chioccia. A inizio stagione ci davano per sicuri retrocessi, invece siamo arrivati primi tra le provinciali”.

Il suo talento non passa inosservato, va all’Inter. Che impatto ha avuto con Milano?
“A Cesena mi sentivo come in famiglia, Milano è stato un mondo diverso. Prendiamo il rapporto con la stampa: a Cesena, malgrado fosse in A, mi capitava ogni tanto di avere a che fare con qualche giornalista; all’Inter tutti i giorni, ero sommerso da microfoni e telecamere. C’era una pressione davvero forte”.

Come mai l’Inter?
“Mi cercavano in tre: oltre ai nerazzurri, la Juventus e il Napoli. La mia destinazione più probabile era il Napoli, la trattativa era in dirittura d’arrivo. Tenga conto che era la squadra di Maradona, Careca e Carnevale”.

Milano come arriva?
“Fu Trapattoni a convincermi. Mi telefonò a casa dicendomi che sarei stato nell’undici titolare. Personalmente anch’io ero più propenso all’Inter: ho un carattere piuttosto riservato e pensavo che meglio si adattasse a una piazza come Milano”.

E l’interessamento della Juve?
“Ne sono venuto a conoscenza alcuni anni dopo, dal presidente Lugaresi. La Juve però era intenzionata ad acquistarmi, lasciandomi un altro anno a Cesena. La società invece aveva deciso di chiudere subito con l’Inter”.

Il suo passaggio all’Inter, tra l’altro, vede il ritorno a Cesena della bandiera Piraccini. Che effetto le ha fatto?
“L’ho visto come uno scambio di ruoli, come un passaggio del testimone: ora stava a me rappresentare la Romagna in casa nerazzurra”.

Primo anno, subito scudetto dei record.
“Eh, la squadra era forte, soprattutto guidata da un grande allenatore come Trapattoni. Riusciva a scaricare tutte le tensioni e le pressioni su di lui”.

All’Inter vince due Coppe Uefa nel 1990/91 e 1993/94: quale la più bella?
“La prima, l’ho vissuta più da protagonista. Oltre a giocare su buoni livelli, ho segnato il gol decisivo contro l’Aston Villa che ha rovesciato il risultato dell’andata (2-0 a Birmingham, 3-0 a Milano, nda). La seconda Coppa, invece, l’ho vinta nel periodo post infortunio, giocando poco”.

Nel 1993, infatti, le arriva il tremendo strappo alla gamba.
“Mi ha cambiato la carriera. Avevo 27 anni, ero nel momento cruciale: giocavo in Nazionale, avevo vinto un campionato e una Supercoppa e invece… Il problema è che dopo l’infortunio non sono più tornato ai livelli di prima”.

Rimane però altri tre anni all’Inter.
“Giocando decisamente poco perché il rendimento del periodo precedente era un lontano ricordo. Sacchi mi convocò in uno stage per verificare di persona il mio grado di recupero, rendendosi conto che purtroppo il Bianchi di una volta non c’era più”.

Quanto conta la fortuna nella carriera di un calciatore?
“Tanto, in positivo e in negativo. Prendiamo la fortuna, nel mio caso: dopo Padova torno a Cesena, mi ritrovo con la pubalgia e la concorrenza di due giocatori nel mio stesso ruolo. Poi succede che la pubalgia se ne va, Aselli si infortuna e così mi ritrovo ad esordire in serie A”.

La fortuna da sola però non basta.
“Certo che no. Contano la qualità e la capacità di saper cogliere al momento giusto le occasioni che arrivano. Anche se devo dire che un pizzico di fortuna ci vuole sempre”.

Nel 1996 ritorna a Cesena in B. Come mai?
“Mi era scaduto il contratto con l’Inter e sapevo che non sarebbe stato rinnovato. Avevo avuto alcune offerte di giocare all’estero, scartate perché mi ero stancato di stare lontano da casa. Un giorno vado a vedere il Cesena in allenamento, incontro Lugaresi che mi chiede se volevo tornare a giocare con loro. E così è andata”.

In panchina c’è Tardelli: l’obiettivo è la serie A, finite in C.
“Quando arrivai quasi non riconoscevo più Cesena. Già nel ritiro parte della tifoseria era polemica con Tardelli. Polemica che esplose dopo le prime sconfitte di stagione. Ricordo la partita a Verona contro il Chievo: in vantaggio di una rete, perdiamo 2 a 1. Al termine della gara i tifosi sono fuori ad aspettarci e contestarci. Faticavo a crederci. Oltre alle tensioni, si misero contro tanti infortuni, la sfortuna. Insomma fu un’annata da dimenticare”.

L’anno dopo si trasforma in centrocampista.
“Fu Corrado Benedetti a farmi giocare in mezzo al campo, ruolo poi confermato da Alberto Cavasin. Dopo l’infortunio mi ero reso conto che non avevo più il passo del giocatore di fascia”.

Quando ha capito che era ora di fare basta?
“Nel 2001 ero in scadenza di contratto e non rientravo più nei programmi di De Vecchi. Ero incerto se continuare o meno. Mi arriva un’offerta dal Forlì in serie D: voleva costruire la squadra per salire di categoria. Accetto, ma mi rendo conto sin da subito che gli stimoli per quella categoria proprio non li avevo”.

E così arriva la parola stop?
“Sì. Siccome ero sotto contratto col Forlì nei Dilettanti, per giocare in una categoria superiore sarei dovuto rimanere fermo l’intera stagione. A quel punto la parola fine è stata inevitabile”.

Dura la vita da non calciatore?
“Non mi è mai piaciuto essere al centro dell’attenzione, quindi non mi ha pesato il ritorno alla normalità se così vogliamo chiamarla”.

Nove presenze in Nazionale: cosa ha pensato quando Sacchi l’ha convocata la prima volta?
“Sinceramente avevo sperato in una convocazione già con Vicini, solo che aveva il suo gruppo ben consolidato ed era difficile farne parte. Con l’arrivo di Sacchi cambiano molte cose, sono tra i volti nuovi”.

Sacchi l’aveva conosciuto nelle giovanili del Cesena?
“Solo sfiorato. Quando ero negli Allievi ero stato convocato con la Primavera allenata da lui, giocando solo cinque minuti contro il Bologna. Era l’anno poi che vinsero il campionato italiano. Con Sacchi, quindi feci un allenamento e quel breve esordio”.

Ha un rammmarico per la Nazionale?
“Non aver potuto prendere parte ai Mondiali negli Stati Uniti a causa del brutto infortunio”.

Ha mai pensato di fare l’allenatore?
“L’anno dopo Forlì ho iniziato ad allenare le giovanili a Cervia. Ammoniaci, divenuto responsabile del settore giovanile del Cesena, mi aveva chiesto se ero interessato ad andare nella società bianconera”.

Sceglie invece un’altra strada.
“Mi viene proposto di andare a Quelli che il calcio, col team di Maifredi, così ho abbandonato l’idea di allenare. Anche perché nella trasmissione ci sono rimasto quattro anni”.

Tempo di bilanci: l’allenatore a cui è più debitore?
“Se ne devo dire uno, Sandro Tiberi, quando allenava la Primavera. Quando ero nella Berretti il mister non mi faceva giocare perché ero piuttosto gracile fisicamente. Mi sono così ritrovato con gli Allievi. Un giorno Tiberi mi vede giocare e decide di chiamarmi nella Primavera, saltando a piè pari la Berretti”.

La partita che ricorda con più affetto?
“Ne dico due: l’Aston Villa in Coppa Uefa nel 1991; la vittoria in casa col Napoli nell’anno dello scudetto. Sotto di un gol, entro e vinciamo la partita”.

Il suo gol più bello?
“Contro la Sampdoria con Zenga in porta”.

Il marcatore più ostico?
“Paolo Maldini. Proprio non lo passavi”.

Il suo primo stipendio?
“A Padova 25 milioni all’anno”.

Chiudiamo con le domande di casa nostra: favorevole alla Regione Romagna?
“L’argomento non mi interessa”.

Favorevole all’insegnamento del dialetto a scuola?
“Il dialetto è parte delle nostre radici, oggi però le nostre scuole sono multietniche. Penso che un’ora alla settimana non sarebbe male”.

Il pregio di un romagnolo?
“La simpatia”.

Il giocatore più forte della storia di Romagna?
“Sebastiano Rossi. Gli è mancata la Nazionale ma è stato un grande campione”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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