A Fratta Terme si gioca a ritmo di musica
Un pomeriggio nel campo intitolato alla memoria di Vasco Spazzoli fondatore della società sportiva
Il celebre scrittore racconta il suo rapporto con lo sport

Carlo Lucarelli è tante cose. Scrittore prima di tutto e pare persino scontato dirlo. Poi volto televisivo, conduttore radiofonico, sceneggiatore, opinionista e tanto altro. A Rimini l’ho visto persino salire su un palco e narrare i The Clash. In Romagna d’estate è di casa non solo per le origini (è cresciuto a Faenza), ma per la partecipazione a due eventi tinti di nero come MystFest a Cattolica e Cesenatico noir nell’omonima cittadina. E proprio nella cittadina leonardesca lo incontro dopo che ha parlato davanti a un nugolo di giovanissimi la mattina insieme al sodale Luca Crovi. Vorrei capire il suo rapporto con lo sport, trapelato in alcuni suoi racconti, libri e persino in campo come ex giocatore nella nazionale scrittori Osvaldo Soriano Football Club.
Lucarelli lei è tante cose, possiamo anche definirla sportivo?
No, non lo sono mai stato a parte alcuni sport strani come sparare con la pistola quando ero molto piccolo e il sollevamento pesi da vecchietto. Ho fatto parte della Nazionale scrittori di calcio ma solo per meriti letterari, sono sempre stato scarso a giocare a calcio.
In campo comunque è sceso.
Con gli scrittori giocavo attaccante. Il mister mi diceva di stare in avanti perché sapeva che non avrei fatto danni, consapevole che in difesa qualcosa avrei potuto combinare in negativo. Ovviamente mi metteva negli ultimi tre minuti.
Un rapporto non facile quindi.
Da piccolo ero sempre l’ultimo a essere scelto. In genere i due bravi facevano le squadre scegliendo i giocatori, si partiva ovviamente dai forti e ne rimanevano due. Ero sempre tra quelli.
Lei hai scritto che il calcio rimane un universo epico.
Certo. Mi è capitato di raccontarlo anche su Radio Deejay. Ma più in generale è lo sport ad esserlo per tante ragioni. Il confronto con il limite, la forza di squadra che esalta il gruppo. Noi vediamo gli sportivi nell’atto pubblico del loro impegno agonistico, ma per arrivare lì hanno fatto sacrifici enormi, lavorato duramente, hanno fatto di tutto per quel traguardo. Sono personaggi meravigliosi.
C’è una storia sportiva che non ha raccontato e vorrebbe raccontare?
In genere mi occupo di brutte storie che non piacciono agli sportivi. Però c’è un personaggio che ho raccontato e continua ad affascinarmi e vorrei approfondire di più: Luigi Malabrocca. Era la maglia nera nel ciclismo, quello che arrivava ultimo. C’erano personaggi che sapevano che non potevano vincere e allora avevano il talento alla rovescia: arrivare per ultimi, il che significava avere riconoscimenti, sponsor, visibilità. E Malabrocca era tra quelli che cercavano questo attestato. Una volta arrivò talmente ultimo che fu troppo ultimo, tanto che avevano già premiato l’ultimo della gara.
Qual è il fascino di questa storia.
L’idea del perdente che fa della sconfitta la sua vittoria. Solo lo sport può fare una cosa così.
Siamo a Cesenatico e rimaniamo sempre nel ciclismo: la figura di Pantani?
Non l’ho mai affrontata perché è complessa, ci vogliono competenze che non ho. Anche lui è un personaggio affascinante e anche complicatissimo nelle sue debolezze. Tu vedi un vincente, un tipo tutto d’un pezzo che era un gigante in salita, nello stesso tempo ti accorgi anche delle sue fragilità. Questo ci dice che essere vincenti non è facile.
Nello sport oggi così televisivo e social ci sono ancora margini di racconto?
Un tempo non sapevi come era finita la partita fino alla sera in televisione. C’era una sorta di suspence. Adesso sai tutto in diretta. Però rimangono degli spazi. Perché non è tanto sapere chi ha vinto ma sapere come ci è arrivato, quali sono stati i momenti in cui sembrava che succedesse qualcosa di diverso. Si deve raccontare quello che non si vede. E qui margini ce ne sono ancora.
Foto tratta da Cesenatico Noir