Italo Castellani

Pubblicato su La Voce di Romagna, 28  febbraio 2011, “Un bocia che ha fatto scuola

Giocatore, allenatore, direttore sportivo. Non c’è personaggio che più di Italo Castellani abbia interpretato e conosciuto da vicino il mondo del calcio in tutti i suoi rivoli. È stato capitano del Cesena a soli 25 anni, nel periodo del Conte Rognoni, tra gli occhi sbigottiti di tanti ex juventini e interisti che si son visti “sorpassare” da questo spavaldo e grintoso sbarbatello. In campo, il picco di carriera l’ha conosciuto in terra toscana con la maglia del Pisa in B, col rammarico di una Fiorentina sfiorata d’un soffio. I riflettori nazionali, però, sono arrivati nei panni di Direttore sportivo alla guida di società come Empoli, Ancona, Ravenna, Padova, tessitore di linee di mercato, geometra di squadre, spesso punto di mediazione tra presidenti senza portafoglio e allenatori dalle richieste eclatanti. Ci incontriamo in un bar nella sua Riccione, la cittadina dove ha dato i primi calci al pallone e dove tutt’oggi abita. La parlata di Castellani è flebile e ragionata, gli occhi hanno un fremito d’emozione quando toccano le corde del passato.

È ancora nel mondo del calcio?
“L’ho lasciato per motivi familiari. Sono solo in contatto con gli amici del Riccione”.

Le manca quel mondo?
“Mi manca il mercato. Ho fatto il giocatore, l’allenatore e il Direttore sportivo e devo dire che le soddisfazioni maggiori le ho avute in qualità di dirigente”.

Il suo colpo migliore?
“La cessione di Mauro Bertarelli, dall’Ancona alla Juventus per 7 miliardi di lire. Negli anni di Empoli, la cessione di Birindelli sempre ai bianconeri”.

La soddisfazione più bella come dirigente?
“La vittoria del campionato dell’Ancona allenato da Guerrini, dalla B alla A. Ricordo l’entusiasmo dell’ambiente, il calore dei tifosi per l’impresa, lo stadio nuovo costruito per l’occasione”.

Soddisfazioni anche negli anni di Empoli.
“Dalla C alla serie A, grazie a due campionati vinti. Una gran bella avventura in una società che puntava sui giovani. Purtroppo lasciai per motivi familiari. Le condizioni di salute di mia moglie non erano delle migliori e quindi il trasferimento ad Empoli era impossibile. Mi ero stancato di fare avanti-indietro dalla Toscana”.

E così si avvicina a casa, a Ravenna.
“Buone stagioni, che si complicano quando il presidente Corvetta decise di lasciare per motivi economici. Lì iniziarono le difficoltà soprattutto perché arrivò una dirigenza con la quale c’era poco dialogo e non si sapeva cosa volesse fare. Negli anni da Direttore sportivo posso dire che quello è stato il mio momento più difficile nel calcio”.

Tanti anni da Direttore sportivo, in Romagna solo al Ravenna, mai al Cesena: le è dispiaciuto?
“Molto. Mi sarebbe piaciuto lavorare a Cesena per il suo modello societario. Ho sempre avuto buoni rapporti con le dirigenza, penso a Cera e Valentini, però non si è mai concretizzato nulla. Tenga conto che tra Cesena e Ravenna, in quegli anni, c’erano state alcune difficoltà tra le due squadre”.

Un po’ deluso, quindi.
“Diciamo che da romagnolo mi sarebbe piaciuto”.

E al Rimini?
“Ho avuto diversi contatti con Vincenzo Bellavista. Ci parlai un paio di volte. Qualcuno, scherzosamente, gli disse: «guarda che se prendi lui difficilmente potrai fare tutto tu». Battuta a parte, quella frase conteneva il vero”.

Un pizzico d’amaro c’è anche qui, mi par di capire.
“Sì, anche se molti riccionesi so che storceranno il naso”.

A proposito di riccionesi, anche lei fa parte dell’associazione degli ex calciatori creata da Franco Nanni?
“Sì, e la trovo una iniziativa molto importante. Sono tante le persone che hanno bisogno di aiuto, molto più di quanto si pensi. Poi è anche un ritrovarsi tra amici. Oltre a Nanni di Riccione, c’è Bagnoli che ho avuto come allenatore a Fano, Mascetti con cui ho giocato, Maddè che conoscevo”.

Andiamo alle origini della sua carriera di calciatore. Primi calci nella sua Riccione.
“Avevo 17 anni, poi sono passato al Cesena che in quegli anni militava in C”.

Come è avvenuto il suo trasferimento?
“Riccione e Cervia erano in trattativa per cedermi. Di andare a Cervia non ne volevo sapere e così da solo mi trovai la squadra, appunto il Cesena. E’ da lì che ho iniziato a pensare che avrei potuto occuparmi di mercato (e parte un sorriso, nda)”.

Campionato 1960/61, primo anno coi bianconeri.
“Grande stagione anche perché il Conte Rognoni aveva portato in Romagna molti che avevano giocato nella massima serie: Burini, Ganzer, Boldi”.

Intimorito da tutti quegli ex illustri, per lo più juventini e interisti?
“All’inizio sì, anche perché io venivo dalla Promozione, loro dalla serie A. E se aggiungo che ero anche piuttosto giovane è facile fotografare la situazione. L’aver giocato bene dall’inizio mi ha aiutato ad allontanare i timori”.

Nel 1963 diventa capitano del Cesena.
“In maniera inaspettata”.

Perché?
“Subiamo 4 gol dal Siena, mister Zavatti convoca la squadra e dice: «da domani il capitano lo fa Castellani». Avevo 25 anni, non me l’aspettavo. Anche perché capitano era Ganzer, una colonna dal passato illustre”.

In quegli anni passa al ruolo di libero.
“Sempre al posto di Ganzer. Quando il libero era lui, io facevo lo stopper e seguivo le sue direttive in campo. Quando son divenuto io il libero, ripetevo i suggerimenti e i movimenti che Ganzer mi aveva insegnato, non senza sorbirmi i suoi brontolii per la nuova situazione che non accettava. Diceva infatti, «non può un bocia insegnarmi come si sta in campo»”.

Com’era il Cesena in quegli anni ancora lontano dalle glorie della A?
“Era una società che pensava in grande. Già il fatto che tanti prestigiosi nomi venissero a giocarvi la diceva lunga. Il Conte Rognoni, poi, aveva conoscenze importanti. Ricordo che una volta in allenamento ci trovammo davanti Angelo Moratti, questo per dire che sapeva muoversi bene nell’ambiente”.

Nel 1964 passa al Pisa.
“Il Conte Rognoni mi disse: «Ti dovrei vendere all’Inter ma siccome hanno un difensore quasi più bravo di te, anche se non di tanto, ho deciso di darti a un’altra squadra nerazzurra». Il libero in questione era Picchi”.

Era vera la storia dell’Inter?
“Secondo me era una battuta. O almeno, non ci ho mai creduto. È vero invece che dopo Pisa mi voleva la Fiorentina. La pubalgia, purtroppo, fece saltare il trasferimento”.

Nel 1967 passa alla Vis Pesaro in C: celebre un suo doppio autogol proprio contro il Cesena.
“Ricordo che Becchetti, l’allenatore della Vis Pesaro, scherzando mi diceva «ti sei messo d’accordo con i tuoi amici di Cesena». Certo che fare due autoreti proprio coi bianconeri…”.

Com’era il calcio in Romagna negli anni ‘60?
“Si faceva rispettare. Il Cesena aveva dei buoni giocatori, probabilmente troppo tecnici per quel tipo di categoria che privilegiava la corsa e l’agonismo. Il nome del Conte Rognoni, comunque, aveva un suo peso”.

E il calcio in Romagna oggi?
“Non è all’altezza della vera Romagna. Cesena a parte, che ha compiuto il miracolo della doppia promozione, nelle altre non vedo molto di buono. Le pare possibile il Rimini in serie D?”.

Che effetto le ha fatto il fallimento del Rimini?
“Francamente non pensavo si arrivasse a tanto e devo dire che mi è dispiaciuto. Il mio augurio è quello di rivedere la squadra e la città nel posto che si merita, almeno una serie B”.

Secondo il giornalista Mario Sconcerti ciò che caratterizza gli allenatori romagnoli è la spregiudicatezza nel modo di vedere il calcio. È d’accordo?
“Gli allenatori romagnoli, più di tutti gli altri, hanno il carattere. Sono decisionisti, non accettano il compromesso e non ammettono interferenze. Mi pare un tratto comune di Sacchi, Zaccheroni e Delio Rossi”.

Quindi Sconcerti ha ragione?
“Sì”.

Il migliore giocatore della Romagna?
“Eraldo Pecci. È sempre stato un aiuto per gli allenatori. Era un allenatore in campo”.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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