La Coca Cola di Boninsegna, Tomasoni

Pubblicato su La Voce di Romagna, “Il calcio è anche una lattina o una monetina. Boninsegna e una notte tedesca”, 16 dicembre 2009

Lattina: oggetto che si prende in mano, si stacca la linguetta, poi si beve il liquido interno. Bollicine che salgono, gusto nel palato. A volte, però, può lasciare un retrogusto d’amaro. Tanto più quando la lattina non viene utilizzata per bere, bensì per essere lanciata contro qualcuno. La piazza politicizzata per una volta non c’entra. È lo stadio il teatro dell’ignobile gesto. Spregevole quanto si vuole ma destinato alla storia.

Siamo nel 1971, ottavi di Coppa dei Campioni. L’urna fa incontrare Inter – Borussia Monchenglabach. Ultimo bagliore dell’era Moratti, contro la rivelazione del calcio tedesco, campione due anni di fila. Nome impronunciabile, difficile da trovare nella cartina, zeppo di campioni, alcuni sul trono del mondo tre anni dopo (Netzer, Vogst, Heynckes). Sarà “la partita della lattina”, o se si vuole della Coca Cola.

Succede il 20 ottobre nello stadio tedesco di Monchenglabach, privo di barriere. Nel primo tempo Boninsegna viene colpito da una lattina lanciata da uno spettatore di casa, l’autista Manfred Kirstein. Bonimba cade a terra, i tedeschi inaspettatamente si trasformano da “italiani”: Netzer vede il barattolo di Coca Cola e lo calcia via, un poliziotto lo raccoglie e lo lancia al pubblico. Risultato: “corpo del reato” occultato. Ci pensa Mazzola a risolvere la questione: strappa dalle mani di uno spettatore un’altra lattina e la consegna all’arbitro. Da veri “italiani” facciamo poi il resto: Boninsegna esce in barella con un bel bernoccolo in testa, malgrado dirà poi: “avrei voluto provare a riprendermi e continuare a giocare”.

Lo racconta nel libro “La Coca Cola di Boninsegna” scritto da Stefano Tomasoni (Limina editore, 2009, pp. 128, euro 18.00). La partita proseguirà lo stesso, con un risultato a dir poco clamoroso: 7 a 1 per i tedeschi. Sullo sfondo però l’ombra di quell’episodio che prende in contropiede la stessa Uefa. Un caso del genere non si era mai verificato. E allora, che fare? Gli azzeccagarbugli delle due società si mettono all’opera, tra corsi e ricorsi di carte bollate.

La commissione europea si trasforma in una inedita versione cerchiobottista: risultato da non omologare (l’Inter, quindi, ha ragione), partita da rifare a Berlino (contentino al Borussia). È la prima volta che succede. Il 3 novembre a San Siro l’Inter ospita i tedeschi in quello che doveva essere il ritorno e invece si è fatto andata. Il risultato sorride ai ragazzi di mister Invernizzi (4-2), ma c’è ancora il ritorno da giocare. E qui si fa veramente dura. I tedeschi sono forti, per di più animati dallo spirito di doppia rivincita. Ci pensa lo spirito italico di breriana memoria a togliere le castagne dal fuoco: catenaccio che neanche il miglior Trapattoni avrebbe poi eguagliato. Il fortino nerazzurro tiene, il risultato si fissa a reti bianche.

L’Inter va avanti, anche se poi perderà in finale vittima dei giganti dell’Ajax. Quella lattina rimarrà alla storia. “Il calcio è anche un barattolo, una monetina o una bottiglietta”, scriverà Giorgio Lago.

Filippo Fabbri

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