La gioia fa parecchio rumore, Sandro Bonvissuto

Uno dei più bei libri su come si nasce romanisti nel cuore

Alcuni anni fa un amico d’infanzia tifosissimo dell’Inter, purtroppo non irreprensibile negli stili di vita sani (diciamo che l’alcol non mancava), a una visita cardiologica si sentì dire dal dottore di adottare scelte più salutari per il giovamento del suo cuore. Al ché, al sentire quelle parole, lui gli rispose: “Dottore non si preoccupi sono dell’Inter il mio cuore è abituato a soffrire”. Erano gli anni del Morattismo perdente, quelli nei quali l’Inter non vinceva mai tra demeriti propri e interventi extra altrui.

Quella vicenda mi è ritornata alla mente nel leggere il bellissimo (non esagero) volume di Sandro Bonvissuto, “La gioia fa parecchio rumore” (Einaudi). Perché se il cuore di quel tifoso nerazzurro aveva avuto più di un sobbalzo, viene da chiedersi quali picchi può avere raggiunto quello dell’autore del libro il cui sangue nelle vene è colorato di giallorosso e la prima parola in vita probabilmente è stata “Ro-ma”. Bonvissuto non ha una carta di identità con scritto tifoso romanista nei segni particolari semplicemente perché è lui stesso la carta di identità della Roma.

Meglio di un trattato sociologico ci racconta come si nasce giallorossi in una famiglia di tifosi talmente sfegatati da sottoporti a varie prove prima di entrare nel mondo di ‘noantri’ (“se davvero volevo mortificare mio padre e profanare il suo ruolo, non avrei dovuto fare altro che diventare di un’altra squadra rispetto alla sua”). La sua è una storia di formazione in un quartiere popolare il cui ritmo di vita viene scandito dalle sorti della squadra: dall’album delle figurine con i soli giocatori della Roma alla sciarpa sempre al collo, dal divano di casa dove “guardare” le partite alla radio all’osteria con la sacra lettura del quotidiano sportivo, sino ai confini del mondo dettati dal raccordo anulare.

Essere romanisti oggi probabilmente è più semplice, qualche gioia prima o poi arriva (vedi la recente Conference League), ma esserlo negli anni ’70, prima dell’avvento di Liedholm e Falcao, era una scelta di fede assoluta. Come dice un tifoso “’A Roma bisogna amalla popo quanno perde, a ‘malla quanno vince so bboni tutti”. Perché “Un romanista vive tranquillo solo dopo morto… forse”. E in quegli anni si perdeva parecchio, tanto che la classifica la si guardava nella parte destra.

Ci piaccia o meno, la fede per la squadra è una scelta d’amore, come riporta il titolo del libro. È qualcosa che va oltre noi stessi e sai già che alle gioie sono associati i dolori. E se poi capita di assistere a una svolta epocale ingaggiando uno dei brasiliani più forti (“lui avrebbe mutato la nostra storia in leggenda”) e addirittura di vincere uno scudetto (1982/83), ecco che quella gioia diviene incontenibile e fa “parecchio rumore”.

Perché il libro di Bonvissuto parla di calcio ma anche, se non soprattutto, di amore.

 

Voto: 9.5/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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