La rivoluzione del ‘76, Fabrizio Turco

L’ultimo scudetto del Torino a firma di Gigi Radice

È facile tifare, Juventus, Inter e Milan. Aggiungiamoci anche Napoli, Roma e Lazio. Sai che qualche soddisfazione, piccola o grande che sia, arriverà sempre. Provate invece a tifare per due squadre dalla storia illustre come Genoa o Torino, e vedrete che il fegato si sarà ingrossato con relativa alitosi e problemi di bile. Il tifoso genoano da ben 99 anni è sospeso nel limbo di una stella a un passo dal cielo che tarda ad arrivare e forse non arriverà mai (nove scudetti sono come avere una Ferrari senza i soldi per la benzina). In parte diverso il discorso in casa Toro. Perché qui alla magra delle vittorie bisogna aggiungere la catarsi di avvenimenti sfavorevoli da mobilitare uno stuolo di dei dell’olimpo tanto erano avversi gli astri. C’è la tragedia mondiale del Grande Torino, concentrato di campioni da vincere cinque scudetti consecutivi senza colpo ferire. Ci sono i casi di cronaca che si fanno neri come l’animo dei tifosi che abbracciano un po’ tutti gli appassionati del calcio: l’assurda morte di Gigi Meroni, quella di Giorgio Ferrini, sino a gestioni a dir poco sconsiderate che hanno fatto vacillare anche l’appassionato più sfegatato del Toro.

Eppure in questo mare magnum di sfighe ci sono anche momenti di gloria che ancora oggi ricordiamo con affetto. Ce lo rammenta il volume di Fabrizio Turco, “La rivoluzione del ‘76” pubblicato nel 2012 da una delle case editrici di sport che non finiremo mai di rimpiangere, Lìmina. La storia riguarda lo scudetto del grande Torino, quello dei gemelli del gol, da non confondere con il Grande Torino di ventisette anni prima. La rivoluzione di quello scudetto, l’ultimo dai colori granata, è stata nel suo allenatore Gigi Radice, un innovatore che aveva fatto dell’Olanda il suo modello, applicato tre anni prima a Cesena nella sua prima volta in serie A.

Turco traccia gli assi portanti di quel successo, che incredibilmente non sarà ripetuto nell’anno successivo quando non bastarono 50 punti sui 60 in palio. Prima di tutto la presidenza di Orfeo Pianelli (1963-1982), self made man che si è fatto da solo nel pieno del boom economico, con due grandi passioni: il calcio e la città di Torino. Il suo fido Beppe Bonetto, tipico direttore sportivo sabaudo che trattava con parsimonia i soldi della società come fossero suoi. Poi la squadra costruita nel corso degli anni, perfezionata da Radice che fa piazza pulita dei nomi storici e impernia il gruppo sul alcuni punti fermi di giovane età: il giaguaro Luciano Castellini, il poeta Claudio Sala, piedone Eraldo Pecci, il lord Zaccarelli, i gemelli del gol Graziani e Pulici (36 reti in due).

E se vogliamo trovare un simbolo di quello scudetto non può che essere Paolino Pulici, per tutti Pupi. Tre volte capocannoniere in A è stato il classico caso di osmosi con la maglia e il popolo granata. Tant’è che se Graziani lontano dal Toro ha conosciuto ancora ottime stagioni, Pulici lontano dal suo habitat è stato come un orso nell’equatore.

Una menzione infine va anche al Cesena di quella stagione. Non solo fu l’unica squadra a fermare in casa il Torino nel giorno dello scudetto, ma grazie a quel pareggio conquistò un posto in Uefa. È stata la prima provinciale a farlo nella storia d’Italia. Più che pane salame in quegli anni in Romagna era pane e ortofrutta con Manuzzi…

 

Voto: 7.5/10

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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