La scomparsa del calciatore militante, Guy Chiappaventi

Una parabola di pallone, politica e tradimenti nella Lazio inizio anni ’80

Della Lazio mi hanno sempre incuriosito due personaggi: Antonio Elia Acerbis e Maurizio Montesi. Il primo perché ha sempre tenuto la bocca chiusa, il secondo perché l’ha aperta poche volte ma con un volume pari a cento discoteche. Loro malgrado sono stati due personaggi, dal flebile lascito in campo, eppure con un proprio tratto a delinearne i lineamenti nel mondo del pallone. In fondo si può essere protagonisti senza cercare di esserlo. Loro due ci sono riusciti.

Ma se del primo non v’è traccia di libri e tanto meno di interviste, sul secondo si è mosso il laziologo per eccellenza, Guy Chiappaventi, che due anni fa ha dato alle stampe “La scomparsa del calciatore militante”. Una storia romanzata di pallone, politica e tradimenti, come recita il sottotitolo, e tanto basta per fotografare le 144 pagine edite da Milieu Edizioni. Già nelle premesse si capisce che in Montesi c’era qualcosa di fuori dall’ordinario: militante di sinistra, addirittura extraparlamentare, in una squadra da sempre orientata nella sponda opposta. Un calciatore militante, parola scomparsa nel vocabolario del politicamente corretto d’oggi, cresciuto nella Roma della bassa borghesia figlia della speculazione edilizia.

Cinque soli anni è durata la sua carriera, giusto il tempo di trascinare lo storico Avellino anni ’80 in serie A, assistere all’omicidio Paparelli, finire invischiato nel calderone del calcio scommesse rifiutando una stecca di 6 milioni, subire due grossi infortuni che gli stroncano la carriera. Sono gli scherzi del destino, che ai più riserva oltre un quindicennio di anonimato a recuperar palloni, ad altri un posto in prima fila senza volerlo. Poi, non in un luogo qualsiasi, ma nelle macerie di una squadra pochi anni prima sul tetto d’Italia, protagonista di uno scudetto di cui ancora oggi si parla. Montesi quei bagliori li sente nell’ambiente, cresciuto in un settore giovanile alquanto florido in fatto di talenti (Giordano e Manfredonia ricordano qualcosa?).

Chiappaventi racconta questa storia, che di fatto è una parabola, senza fare nomi diretti, tanto che la Lazio viene chiamata Alma, e per limitarsi ad alcuni giocatori, Montesi è MM, Felice Pulici è Mosè, Chinaglia il Corsaro e Pino Wilson è Lino. Ma non ci vuole certo una laurea in epigrafia romana per comprendere che di persone reali si tratta. Come vere sono le due interviste destinate a scuotere il mondo del calcio. La prima a Lotta Continua, negli anni ad Avellino, quando definisce “stronzi” i tifosi che scendono in piazza per la squadra di calcio ma non per ciò che non va nella città. “Il tifoso è uno stronzo. Fa il gioco del sistema, fa il tifo per undici persone con le quali non ha niente da spartire”. La seconda a Oliviero Beha su Repubblica quando rivela il bubbone delle partite combinate. Altro che conferenze stampa lifting dei tempi moderni, lui le aveva sparate per davvero. Al punto da finire davanti a un magistrato e accusare un collega (innocente) per salvarne un altro.

E se cinque sono stati i suoi anni nel mondo del calcio, dieci quelli che si becca (in contumacia) per possesso di hashish. La quantità è monstre, 4 tonnellate. Le aveva caricate su una barchetta incapace di reggerle. In quel piccolo naufragio la metafora di una vita. O meglio, di un calciatore militante scomparso da radar e sonar che tracciano tutto.
Filippo Fabbri

Voto 8.5

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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