Le nostre notti magiche, Furio Zara

Quando eravamo i più forti ma non lo abbiamo dimostrato in campo

Secondo Furio Zara, “quel Mondiale ha segnato la fine di un mondo”. Era figlio di un’ebrezza di popolo che si portava in scia i ruggenti anni 80’, con i suoi lampi di baldoria prima che il mondo franasse con il cambio epocale della fine della Guerra fredda, ma anche con il crollo della Prima Repubblica nel nostro Paese. Il Mondiale è quello di Italia 90, 36 anni fa che paiono un secolo, quando eravamo i più forti solo che non siamo riusciti a dimostrarlo in campo. Nonostante ciò, “abbiamo vinto, anche se abbiamo perso”, ancora Zara. Abbiamo vinto perché c’era aria di leggerezza, ci si sentiva padroni del mondo nel pallone quando il nostro campionato era realmente il top nel pianeta. Poi è vero c’era la partitocrazia simboleggiata dall’orrido CAF che aveva occupato tutti i gangli della vita pubblica, ma cosa vuoi che fosse se ancora ci si potevano permettere due settimane di ferie senza fare troppo i conti e la nostra Riviera sfavillava di luci e feste. La tesi di Zara nel volume “Le nostre notti magiche” (Baldini + Castoldi, 2020), sta tutta qui. Perché questo è un libro generazionale nel senso che racconta un periodo della nostra storia di Paese che coincide con un pezzo della nostra giovinezza, almeno per chi l’ha vissuta.

Per esempio la mia. Ero al mio primo anno di università, due esami erano passati e da consuetudine di quegli anni in Romagna in estate si faceva la stagione. Non al mare quell’anno, ma in fabbrica (reparto magazzino), ovviamente di scarpe per chi abita a San Mauro Pascoli. Un giorno, arriva la comunicazione che si finiva un’ora prima perché c’era un’assemblea sindacale con comunicazioni importanti sul contratto. Ero stagionale, l’interesse era zero, ma seguo la folla. Il sindacalista inizia a parlare di temi astrusi, dei quali capivo poco o nulla, forse anche per lo scarso interesse. Comunque quello che mi colpì non furono le sue parole, ma gli operai che proprio non se lo filavano. In piccoli capannelli parlavano delle loro cose e soprattutto dei Mondiali con quell’Italia che faceva sognare. A un certo punto il sindacalista si rende conto che nessuno lo ascolta e dice: “Ma la partite è più importante di quello che diciamo e vi riguarda?”. Improvviso silenzio, nessuno fiata, ma neanche risponde. E così si riparte con il chiacchiericcio su calcio, serata, amici e via dicendo. Quando Zara scrive che “c’era in quei giorni un’euforia collettiva che oggi è difficile da spiegare”, racconta di quanto avveniva in quella fabbrica. E fa un certo effetto vedere come sia cambiato il mondo in così poco tempo dove al cospetto di un settore manifatturiero in profonda crisi le assemblee di fabbrica oggi non solo sono partecipate ma persino vivaci nel dibattito.

Ecco perché quel Schillaci è parte dei nostri cuori, insieme a un Baggio versione stratosferica. Purtroppo è finita che “il Mondiale non lo vincono i tedeschi, ma lo perdiamo noi”. Eppure il ricordo rimane positivo tanto che “quei momenti indimenticabili ci faranno compagnia a lungo”. Nostalgia canaglia? Probabile ma non solo.

Voto 7.5

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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