Luciano Bianciardi, Potevo fare il trequartista

La grande passione per il calcio nel dialogo con i lettori

Probabile che per uscire dalla vita agra che affliggeva il suo quotidiano milanese, Luciano Bianciardi si consolasse con il calcio. Giocatore mancato, autodefinitosi tra i talenti del futuro in terza serie (“nel ’40 ero il più promettete tra i centromediani di Serie C”), tifoso della sua Grosseto e della Fiorentina, lo scrittore non ha mai nascosto la passione per una palla il cui rimbalzo per quanto geometrico era spesso imprevedibile come le sue parole. È stato un aspetto dimenticato per anni, riportato alla luce da un bellissimo libro “Il fuorigioco mi sta antipatico” del 2006 edito da Stampa Alternativa, ripreso poi da altre pubblicazioni lievitate con l’avvicinarsi della ricorrenza dei cent’anni della nascita. Tra queste, “Potevo fare il trequartista”, edito da Gog nel 2021, un’antologia che ha il pregio di selezionare tanti rappresentativi scritti dell’anarchico toscano, e il difetto di non corredare i testi dalle date, peccato piuttosto grave per comprendere l’habitat di certi articoli (ma poi perché questa lacuna? Boh).

È risaputo che Gianni Brera lasciò a Bianciardi la rubrica delle lettere del Guerin Sportivo, regalandoci perle che ancora oggi non sfigurerebbero al cospetto di un orafo del linguaggio sportivo. Anche se il discorso andrebbe allargato più in generale alla vita culturale di quegli anni per gli argomenti trattati tra cinema, letteratura, costume e soprattutto storia, tratto comune con Gioanbrerafucarlo, per la particolare predilezione alle vicende del Risorgimento.

Giusto per dare una intelaiatura di alcuni scritti nel dialogo con i lettori. Il migliore giornalista sportivo? Giacomo Leopardi. Montale dice di non amare il calcio? È un bugiardo perché non è vero. Alla domanda chi sia meglio tra Antonioni e Fellini? “Fellini un genio senza laurea, Antonioni è un balbuziente della macchina da presa”. E su chi sia più ricco tra De Chirico, Fellini o Gigi Riva: “Il più ricco è Fellini…di fantasia”.

Poi c’è il tema del calcio alienante e oppio dei popoli, a cui proprio non crede. “Che cosa non è alienante in una società come la nostra? La partita di calcio distrae la gente dai problemi gravi del nostro Paese, certo. Ma il cinema? Il teatro? Ma le donne di facili costumi? L’alienazione è semmai dentro di noi, e ciascuno va a cercarsela dove gli pare”.

Un capitolo a parte merita il dialogo con alcuni artisti e intellettuali del tempo, in una conversazione neanche immaginabile nei tempi odierni. Nel volume troviamo lettere di Vittorio Gassman, Edgarda Ferri, Carmelo Bene, Gino Paoli, Alberto Moravia con richiesta di risposte sui temi più svariati non solo di sport.

Da romagnolo una lettera in particolare ha attirato la mia attenzione. Quella di Giorgio Ghezzi, che in un passaggio chiama “noto oste in quel di Cesenatico”. La lettera fa riferimento a una serata insieme al Peccato veniale, “quando ella mi ha fatto l’onore di farmi visita, con altri illustri ospiti”, scrive l’ex portiere. Che passa poi alle tradizionali dieci domande a Bianciardi. La prima rende l’idea del dialogo: “se lei non fosse Luciano Bianciardi, le piacerebbe essere Gianni Rivera?”. Risposta: “No, vorrei essere Giorgio Ghezzi”. Quegli anni Cesenatico era l’ombelico estivo del calcio con il Processo del Conte Rognoni e gli artisti ospitati al Peccato Veniale di Ghezzi. Per chi volesse leggere il simpatico dialogo si trova a pagina 65.

Filippo Fabbri

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