Maurizio Gridelli

Pubblicata su La Voce di Romagna il 4 ottobre 2010, “Ha marcato i più forti degli ‘80”

Sammaurese di vita, bellariese di crescita, torinista d’adozione, barese di gloria. La carriera di Maurizio Gridelli è stata un puzzle di esperienze in giro per l’Italia. Partito lungo le sponde della linea Bellaria-Torino, figlioccio dei talent scout Ferruccio Giovanardi e Sergio Vatta, ha conosciuto la gloria della massima serie a Bari, grazie ad una scommessa (vinta) di Bruno Bolchi che ha creduto in lui, a differenza del suo presidente, l’esimio Matarrese. Troppo breve la sua permanenza in A, quanto basta però per poter dire “io ci sono stato e ho marcato le più forti ali degli anni ’80”: Bruno Conti, Massimo Mauro dicono qualcosa? Con un pizzico di fortuna in più avrebbe meritato altra gloria, comunque ripagata da ulteriori tre annate in serie B a Taranto e successive stagioni in serie C1. Ci incontriamo a casa sua a San Mauro Pascoli, da sempre il suo paese.

Dove i primi calci?
“Nella Sammaurese. Giocavo punta, non la buttavo mai dentro. Feci un solo gol: mischia in area, la palla mi sbatte addosso e segno”.

Non erano certo delle buone credenziali per un attaccante.
“Infatti a Bellaria mi hanno scoperto difensore. Avevano capito che i gol dovevo evitarli, non farli”.

Cresce in una società piuttosto famosa per il suo settore giovanile in quegli anni.
“Grazie a Ferruccio Giovanardi. Ho giocato due anni negli Allievi, poi in prima squadra. Ero insieme a Fausto Pari, Zaccagni, Scardovi e tanti altri”.

Per lei si aprono le porte della Nazionale giovanile.
“Chiamarono il sottoscritto e Pari, gli unici provenienti da una squadra di serie D. C’era un torneo a Udine e ci trovammo a giocare con ragazzi come Incocciati, Battistini, Evani, il meglio di quegli anni”.

Contro chi?
“Cecoslovacchia e Scozia. Quest’ultima fu trasmessa in diretta su Rai 3, insomma un’emozione unica”.

A 17 anni passa alle giovanili del Torino.
“Dove già giocava un sammaurese, Mirko Paganelli”.

Il suo passaggio come è avvenuto?
“Ricordo che a Bologna ero andato a vedere un’amichevole dei felsinei contro il Torino. Terminata la gara pensai: «mi piacerebbe proprio giocare coi granata». Quando Giovanardi mi disse che il Torino mi voleva, sinceramente faticavo a crederci”.

La presero subito?
“Dopo una serie di allenamenti e provini”.

A Torino, un cambio di vita.
“Direi di sì visto che venivo a casa una volta ogni due mesi. Dormivo in corso Vittorio Emanuele sede del Toro che ospitava degli appartamenti per i ragazzi della squadra. C’erano giovani di diverse età da tutta Italia”.

Due anni nella Primavera del Toro.
“Ho il rammarico di non essere mai stato convocato in prima squadra, anche se devo dire che si trattava di un Torino ben lontano da quello d’oggi. Tre anni prima aveva vinto lo scudetto, tanti giocatori erano nel giro della Nazionale. Insomma, un livello non paragonabile alla serie B attuale”.

La partita più bella che ricorda in quegli anni?
“Nel derby contro la Juve: 3-0, al Filadelfia, davanti a circa 4mila persone”.

Riusciva a conciliare scuola e calcio?
“No, col senno di poi posso dire che è il mio rammarico. Volendo si potevano fare entrambe anche se era molto impegnativo, visto che bisognava frequentare le scuole serali. Ci si allenava tutti i giorni, giovedì addirittura doppia seduta, il tempo quindi non era tanto”.

Nel 1981 passa al Rende in C1. Come la prese?
“Quando me lo proposero, guardai la cartina per capire dove si trovasse. Quando vidi che era vicino a Cosenza rimasi perplesso. Per convincermi mi dissero che Gianni Bui (l’allenatore, nda) mi conosceva e che mi aveva voluto di persona. Decisi di accettare la sfida, in prestito per un anno”.

Come andò?
“Appena arrivato Bui mi chiese chi fossi e già questo la diceva lunga su quanto mi conoscesse. All’inizio feci tanta panchina, poi mi guadagnai il posto arrivando a giocare 29 gare”.

Com’era l’ambiente?
“Caldissimo. Raggiungiamo la salvezza vincendo quasi tutte le gare in casa”.

Fortino inespugnabile.
“Basti dire che la rete di recinzione del campo era come negli stadi inglesi d’oggi, e quando la palla finiva da quelle parti i giocatori avversari venivano azzannati dagli ombrelli del pubblico. Insomma, non proprio l’ideale per giocarci contro”.

L’anno dopo sempre serie C1, ma al Siena.
“Ancora in prestito. Giocai 34 partite, malgrado il servizio militare. Ci sono rimasto anche l’anno successivo”.

1984 passa al Bari in serie B.
“Moggi, in quegli anni direttore sportivo del Torino, mi aveva proposto due squadre: il Vicenza in serie C o il Bari. Scelsi i pugliesi, guidati da Bolchi”.

L’impatto?
“Per la prima volta mi sono trovato di fronte al professionismo. Per dirne una, all’allenamento venivano tremila persone, situazione piuttosto inusuale”.

Il Bari arriva terzo, salite in A.
“Stagione però negativa per il sottoscritto. Giocai pochissimo, 9 presenze. Matarrese voleva cedermi, Bolchi invece decise di confermarmi. E così l’anno dopo ho conosciuto la A”.

Maurizio Gridelli diviene figurina Panini.
“Una bella emozione, anche se devo dire che è ancora più emozionante vedersi a tanti anni di distanza”.

Ricorda l’esordio?
“A Genova contro la Sampdoria. Perdiamo 2 a 0 ma me la cavo egregiamente in marcatura su Salsano”.

L’annata si chiude con una retrocessione: è anche la sua ultima stagione in serie A.
“Ovviamente non l’avrei detto, in quanto me l’ero cavata bene. Però è difficile prevedere le strade del calcio.

Nell’ottobre del 1986 passa al Taranto in B.
“Venivo da un periodo difficile: ero senza squadra, avevo avuto l’epatite virale, ero diventato babbo da poco. Quando mi arrivò l’offerta del Taranto la presi al volo”.

Un ex barese che finisce a Taranto: come la presero?
“All’inizio non bene. Tanto più che ho esordito con un autogol, decisivo, contro il Cagliari. Per fortuna mi sono subito riscattato nelle gare precedenti, segnando anche tre reti in campionato: Lazio, Cagliari e Arezzo”.

A Taranto gioca quattro stagioni.
“Realizzando nella seconda un grande gol alla mia ex squadra, il Bari. Segnai il 2 a 2 finale, con un gran tiro in semirovesciata. Il mister era Antonio Pasinato”.

Personaggio sui generis.
“Direi di sì. Ricordo che la società aveva deciso di congelare i premi partita. Giochiamo a Trieste, in ritiro già dal lunedì. Vinciamo 6-4, Pasinato appena arriva il presidente gli urla in faccia: «adesso premi doppi per tutti». Non aveva paura di nulla”.

Dopo Taranto, al Casarano in C1 (1990/91).
“Stagione esaltante, arriviamo terzi, dietro Casertana e Palermo”.

Poi arriva la Reggina.
“Veniva da una retrocessione. Annata difficilissima, piena di aspettative e invece ci salviamo nell’ultimo mese. I tifosi erano in aperta contestazione contro la società”.

Dura giocare quando il tifo contesta?
“Ricordo che una volta passarono a casa di tutti i giocatori per ricordarci di dare il massimo”.

Come?
“Ero in casa, suonano il campanello. Mi affaccio dalla finestra e vedo fuori centinaia di persone che mi aspettavano di sotto. Scendo, incontro i tifosi che velatamente mi minacciano, ricordandomi che avrei dovuto dare il massimo in campo”.

Lei come la prese?
“Non proprio bene. Un mio compagno di squadra mi aveva telefonato avvertendomi che sarebbero arrivati anche da me dopo essere stati da lui. Pensavo che scherzasse e invece…”.

Un anno a Potenza, due a Tolentino.
“Con la squadra marchigiana, allenata da Castori, vinciamo il campionato e saliamo in C2. Speravo di rimanere e invece purtroppo non mi hanno rinnovato il contratto”.

Ultimi calci a Cattolica, Asar, Sammaurese.
“Devo dire che smettere è stato difficile perché la passione in corpo era tanta. Anche se ero consapevole che prima o poi avrei dovuto dire basta, quanto meno per motivi anagrafici”.

Tempo di bilanci. Il giocatore più forte che ha marcato?
“Bruno Conti: ti nascondeva la palla”.

L’allenatore a cui è più debitore?
“I primi che ho avuto nelle giovanili. Aggiungo Bruno Bolchi: venivo da una stagione negativa a Bari, decise di confermarmi facendomi giocare in A. In più aggiungerei una persona”.

Chi?
“Geremia Pezza, per tutti Mimmo: era il massaggiatore del Bellaria, ma è stato tanto di più”.

Il giocatore più forte della Romagna?
“Gino Stacchini. Non l’ho mai visto giocare, però tanti anni nella Juventus e in Nazionale non sono un caso. Tra l’altro è anche di San Mauro Pascoli…”.
Filippo Fabbri

 

 

CHI E’ MAURIZIO GRIDELLI

Classe 1962, da sempre abita a San Mauro Pascoli. Cresciuto nel Bellaria, nel 1979 passa alla Primavera del Torino dove ci rimane per due anni. Nella stagione 1980/81 va al Rende (C1), poi due anni a Siena sempre in C1, prima del grande salto in B al Bari. Nel campionato 1985/86 esordisce in A sempre coi pugliesi. Nella stagione 1986 passa al Taranto in B, dove vi rimane per quattro anni. Gli ultimi calci sono in C1 sempre nel Sud d’Italia: Casarano, Reggina, Potenza e Tolentino (serie D). Ha allenato le giovanili della Sammaurese e della Savignanese.

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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