Moreno Mannini

“Ho deciso di calciare il pallone”, pubblicata su La Voce di Romagna il 16 novembre 2009

Spera nella Regione Romagna così una volta per tutte saprà, lui di Imola, se essere emiliano o romagnolo. Probabilmente è l’unico dubbio di Moreno Mannini, uno che col calcio ha vinto di tutto, di più. Bandiera blucerchiata, con la sola eccezione della Coppa dei Campioni (sfumata d’un niente), si è fregiato di Campione d’Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa italiana e quattro Coppe Italia. Scusate se è poco. Intervistarlo mi mette un po’ d’imbarazzo. Non tanto per l’imponente fisico, bensì per una comica vicenda avvenuta insieme a lui. Alcuni anni fa in un torneo a beach soccer a Cervia, si trovava a giocare insieme ad Agostini, Minotti e tanti altri campioni. A un certo punto “cicca” clamorosamente il pallone, io dalle tribune gli urlo col sorriso “I piedi non sono mai stati il tuo forte”. Lui si gira verso di me e mi fa un gesto come dire “in effetti è così”. Alcuni minuti dopo però si rifà, e con gli interessi: segna un supergol con un gran tiro al volo. Non pago viene sotto alla tribuna e mi dedica il gol. Io avvampo di rosso, gli occhi di tutti sono puntati su di me. Al telefono gli racconto l’episodio, per fortuna non lo ricorda e si fa una risata.

Perché il calcio?
“Si è trattato di una scelta quasi naturale. Quarant’anni fa c’erano pochi giochi, il calcio era uno di questi: così ho deciso di calciare il pallone”.

Quando i primi calci?
“L’anno preciso non lo ricordo, andavo comunque alle elementari”.

I suoi genitori erano d’accordo?
“Sono stato fortunato, mi hanno sempre agevolato, vedevano che mi divertivo, così mi hanno lasciato fare”.

Giovanili a Imola, la sua città.
“Il ricordo non può che essere positivo. Se negli anni successivi ho giocato ad alti livelli in buona parte lo devo all’Imolese. In quel periodo dividevo il calcio col lavoro, facevo l’operaio in fabbrica. Due pomeriggi alla settimana avevo ottenuto un permesso per allenarmi con la squadra in serie D”.

Lavorava e giocava, quindi?
“Sì, a 14 anni avevo smesso di giocare. Un allenatore, infatti, mi aveva detto che era meglio se andavo in fabbrica anziché calciare il pallone: quello non poteva essere il mio mestiere, diceva. Così ho seguito il suo consiglio”.

Chissà cosa avrà detto quell’allenatore quando l’ha vista in serie A?
“Nulla, anche perchè sbagliare è umano. Tanto più quando si giudica un giocatore di 14 anni. Poi non è stato neanche l’unico a bocciarmi in quegli anni”.

Chi furono gli altri?
“Ho fatto tre provini con il Bologna dai 14 ai 17 anni ma non mi hanno mai preso. Ricordo le macchinate di giocatori: salivo con tante speranze, purtroppo però prendevano sempre gli altri”.

Arrabbiato se ci ripensa?
“Se guardo alla mia carriera direi proprio di no. C’è poi un fatto che comprendo in quelle scelte di allora: fisicamente ero piuttosto piccolo e gracile. Mi sono sviluppato tardi, verso i 19 anni”.

Quale la molla che dal lavoro l’ha riportata al calcio?
“Il mio primo allenatore, Augusto Battilani: ci allenavamo insieme dopo il lavoro in un campetto”.

E all’Imolese?
“La mia fortuna è stato un torneo estivo: mi vide l’allenatore che l’anno successivo avrebbe guidato l’Imolese, e così mi portò in serie D”.

Dopo Imola, Forlì a 19 anni in C1, per un solo campionato.
“Il ricordo non è positivo, anzi a essere sincero lo considero un anno perso. Colpa del servizio militare che svolgevo ad Alessandria e che mi ha consentito di giocare solo le ultime dieci partite del campionato”.

L’anno dopo però va in serie B.
“Il merito è del mister del Forlì, Ragazzini. Mi portò a Como a fare un provino in una partita contro il Monza. L’allenatore dei lariani era Tarcisio Burgnich”.

Come andò?
“Praticamente non toccai palla, come spesso avviene nei provini. Ero convinto che non mi avrebbero mai preso”.

E invece?
“Succede che Burgnich viene nello spogliatoio e mi dice: «sei talmente veloce che se impari anche a marcare sarai un grande difensore».

Lei cosa disse?
“Pensai a uno scherzo, anche perchè in quel periodo giocavo mediano non difensore. È stato Burgnich a scoprirmi in quel ruolo”.

Fatto sta che il Como l’acquista e ci resta due anni.
“Pieni di soddisfazioni e con risultati di tutto rilievo. Il primo anno giocammo gli spareggi per la serie A, mancata d’un soffio. Il secondo invece arrivammo secondi dietro l’Atalanta, promozione diretta”.

L’anno dopo gioca in serie A però con la Sampdoria.
“Il mio trasferimento a Genova è stato per certi aspetti paradossale”.

Perché?
“Era stata organizzata una partita contro la Sampdoria. L’osservato speciale era il mio compagno di squadra, Roberto Galia. In tribuna, infatti, c’era il presidente Paolo Mantovani. Succede che il presidente rimane impressionato dal sottoscritto, lasciando Galia ancora un anno a Como”.

Galia cosa ha detto?
“Forse non ha mai saputo la cosa. Questo aneddoto l’ho conosciuto solo anni dopo, raccontatomi direttamente da Mantovani”.

Alla Sampdoria inizio difficile a causa di tanti infortuni.
“Facevamo un gioco molto veloce e quindi era facile che giocatori fisicamente dotati si facessero male più facilmente. Devo dire comunque che per mia fortuna si è trattato per lo più di infortuni muscolari, non alle articolazioni”.

Arrivato a Genova, pensava all’inizio di un ciclo?
“Sinceramente no. Eravamo una squadra che univa giocatori di grande esperienza come Scanziani, Souness e Casagrande, insieme a un gruppo di giovani di talento, in quella stagione insieme a me erano arrivati anche Vialli e Salsano. È stato col passare degli anni che è maturata la consapevolezza di essere una grande squadra”.

L’apice nel 1990/91 con lo scudetto.
“Avevamo di fronte squadre fortissime come il Milan di Van Basten, l’Inter di Matthaus, il Napoli di Maradona, noi non avevamo timore di nessuno convinti che qualcosa di grande potevamo fare”.

Quando ha pensato che lo scudetto era alla portata?
“Con la vittoria a Milano contro l’Inter, due reti a zero. Mancavano solo cinque giornate alla fine: a quel punto non solo avevamo staccato la principale pretendente al titolo, ma forte era la convinzione di essere un passo dal titolo”.

Chi era Boskov?
“Un grandissimo allenatore che faceva rendere al cento per cento i suoi giocatori. La sua forza non era l’aspetto tecnico-tattico, bensì psicologico. Su questo era all’avanguardia. Per lui era il gruppo a contare”.

E il Presedente Mantovani?
“Era un padre più che un presidente. In questo vedo molto il Moratti di oggi”.

Vince anche quattro Coppe Italia: quale la più bella?
“La prima in finale contro il Milan”.

La vittoria più bella della carriera?
“Quella contro il Lecce che ci ha dato la certezza dello scudetto. Ho fatto anche un gran gol con un tiro al volo. Pensi che la Gazzetta dello Sport l’ha catalogato tra i 50 più belli del nostro campionato”.

La delusione più cocente con la Sampdoria?
“Nessuna. Non lo dico con retorica. Anche la sconfitta in finale nella Coppa Campioni non è stata una delusione. Certo, se avessimo vinto sarebbe stata un’altra cosa. Già il fatto però di essere arrivati a quella gara e perdere a pochi minuti dai rigori, dopo aver giocato benissimo, non la considero una delusione. L’unico rammarico era la consapevolezza che un’occasione così, molti di noi, non l’avrebbero più avuta”.

Quando ha capito che il ciclo Sampdoria stava per chiudersi?
“Quando Mantovani ha iniziato a stare male. Le successive cessioni del blocco dello scudetto hanno confermato i timori che avevamo”.

Finale in blucerchiato anno 1998/99: si parla di liti con l’allenatore Spalletti.
“Liti non direi, divergenze sì. Spalletti è stato l’allenatore più preparato che ho conosciuto: divergenze personali però ci hanno diviso”.

Spalletti a parte, nel 1999 rescinde il contratto con la Samp e dice basta.
“La squadra era retrocessa, avevo deciso di chiudere la carriera in A. Dopo 15 anni nella massima serie non me la sono sentita a 37 anni di chiudere nei cadetti”.

Lei dice basta, qualcuno dall’Inghilterra però la chiama.
“Il mio amico David Platt. Allenava il Nottinghan Forest, mi chiese se volevo fare una stagione in Inghilterra, in futuro si parlava di un possibile impegno nella società. L’idea mi allettava, i dubbi però erano tanti: da due mesi non toccavo il pallone, Platt mi chiama il 28 luglio, il campionato inglese iniziava il 2 agosto!”.

Come andò?
“Male. Non per colpa dell’allenatore ma dell’ambiente. Faticavo a capire la lingua, ma è stata soprattutto l’ostilità degli inglesi nei miei confronti a rendere negativa quell’esperienza. Si era arrivati al paradosso che facevano finta di non capirmi. A Natale ho smesso”.

Che effetto le fa oggi vedere un altro Mannini con la maglia della Sampdoria?
“Un po’ di emozione ce l’ho. So che Daniele Mannini era stato un po’ titubante nel suo arrivo a Genova: qualcuno gli diceva «guarda che sfigurerai con quel nome sulla maglia». E invece se la sta cavando benissimo”.

Come mai ha abbandonato in toto il mondo del calcio?
“Ho deciso di dedicarmi alla famiglia. Ho due figli piccoli, voglio stare vicino a loro. Se fossi rimasto nel calcio avrei dovuto cambiare città, non mi andava”.

Ma la Sampdoria non le ha mai proposto nulla?
“No ed è l’unico rammarico che ho. Non solo mio ma del gruppo dello scudetto. Nessuno di noi ha incarichi in società, malgrado il forte legame affettivo che abbiamo con questa maglia”.

Che risposta si dato?
“Secondo me nella nuova gestione c’è il timore che i nostri nomi possano essere troppo ingombranti ai giocatori attuali”.

In Nazionale: 13 convocazioni, 10 partite.
“Sono arrivato tardi alla maglia azzurra, a 30 anni, sinceramente non ci speravo più. Ero chiuso da Bergomi e Ferri. È stato Sacchi a credere in me”.

Quel Sacchi però che le preferisce Benarrivo ai mondiali americani.
“Non ho rimpianti, avevo 32 anni! Già aver giocato dieci partite è motivo di soddisfazione”.

L’allenatore a cui è più debitore?
“Burgnich, mi ha scoperto difensore”.

Il suo primo stipendio?
“A Imola non prendevo una lira perché lavoravo. Idem a Forlì in quanto militare. A Como in serie B 16 milioni lordi nel 1982”.

L’attaccante più difficile da marcare?
“Bruno Giordano. Destro e sinistro non facevano differenza, poi era rapidissimo”.

Favorevole alla regione Romagna?
“Favorevole. Sono di Imola, così una volta per tutte posso sapere se sono romagnolo o emiliano”.

Lei si sente romagnolo o emiliano?
“Fatico a rispondere visto che alcuni mi dicono che sono dell’uno e dell’altro”.

Il pregio di un romagnolo?
“Ospitalità e allegria”.

Ha vissuto tanti anni in Liguria: quale la differenza tra un romagnolo e un genovese?
“Notevole. Se un romagnolo ha davanti una persona famosa è schietto; il genovese ha sempre un secondo fine. Pensi che in 16 anni a Genova non mi sono fatto un amico!”.

Il giocatore più forte della storia della Romagna?
“Mi associo all’amico Pari, dico Gino Stacchini”.

 

Filippo Fabbri

Scrivere, scrivere, scrivere. Per lavoro e per passione: sport, wine, food, libri e tanto, tanto altro
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